neo(N)eiga - Archivio: ANGEL DUST o del Fuori sincrono audiovisivo verso l’ “incavo vuoto”.

ANGEL DUST o del Fuori sincrono audiovisivo verso l’ “incavo vuoto”.

Titolo originale: Enjero Dasuto

Credits

Regia: Ishii Sogo.

Sceneggiatura: Yorozu Ikuta e Sogo Ishii.

Direttore della fotografia: Norimichi Ysamatsu.

Musiche: Hiroyuki Nagashima.

Cast: Kaho Minami, Takashi Kamatsu, Etsushi Tokoyama.

Giappone 1994.

116 minuti.

Nominato per il  Cavallo di bronzo allo Stoccolma Film Festival.

Che Ishii Sogo sia una delle colonne portanti del nuovo cinema giapponese da cui il nostro sito prende vita, non è il caso qui di ribadirlo a piè sospinto ogni volta.
E’ la sacrosanta verità.
Realmente pochi registi hanno fatto quello che Ishii fa da una trentina d’anni con la materia plasmabile cinematografica, davvero pochissimi.
Alcuni suoi colleghi coevi “discepoli” devono molto a questo iconoclasta regista, alla sua visione di inquadrature cozzanti tra di esse, luminescenti, acute e taglienti come l’acciaio, inquadrature con un audio dove si può finalmente “sentire la meccanicità", il meccanismo stesso del cinema, come un pistone che ritorna su sé stesso per frizione , come un martello pneumatico che batte, batte e batte ancora, creando una insopprimibile sensazione di disagio, inquadrature dove la maschera di normalità inesorabilmente e gradualmente scivola loro di dosso, per mostrare quello che vi è dietro, un profondo, barbarico, titanico,centrifugo e centripeto vuoto oscuro.
Poi, con il passare degli anni e delle sue opere audiovisive, su questo modo così carnale, anzi direi “meccanico” di fare cinema, si è piano piano, gradualmente instaurata una anelate direzione, un arco verso l’impalpabile, verso l’indefinito del cosmo, dell’uomo, della psiche e della sua conseguente percezione della realtà di quello lo circonda.
Basti ricordare a questo proposito il meccanismo del dubbio, di matrice Hitchcockchiana, instillato nelle giovani protagoniste di Labirinto di Sogni (Yume no ginga, 1997) e di questa stessa pellicola.
Materiale cinematografico di quello che in ogni singola inquadratura scivola nel non visto, nell’impercettibile, nel non comune, nella linea di confine della percezione interna soggettiva.
Non che una pellicola realmente folgorante come Panico al liceo ( Koko Dai Panikku, 1978)  dove uno studente non riesce più a resistere alla pressione (e conseguente attrito/frizione meccanico delle inquadrature) del cosiddetto “inferno degli esami” scolastici, realmente esistente in Giappone e così chiamato per il grandissimo numero di prove difficilissime alla quale vengono sottoposti i giovani alunni in un brevissimo lasso di tempo, per decidere implacabilmente del loro futuro, fosse realmente priva di un anelante arco verso l’impalpabile, l’”oltre”, di una linea di confine della psiche, funzionalmente rappresentata anche grazie ai vuoti e lunghi corridoi del liceo dove si svolgeva la tragedia.
Questa pellicola del 1994 vive per impressioni visivo sonore, si sviluppa (ed avviluppa) in un meandro oscuro irrerversibile, in un incavo vuoto come quello del monte Fuji dell’incipit, o del contenitore iperbarico in cui l’investigatrice rimane immobile ricordante il (falso?) passato, o della fantasmatica grotta  verso cui la cinecamera tende dall’inizio dei titoli di coda, verso una isola di memoria oscura e forse dimenticata e riplasmata, l’anima dei due protagonisti (e dell’umanità intera) in fondo è un incavo oscuro e vuoto anch’esso, dove una volta sprofondati non vi si può più tornare idietro.
Angel Dust vive del dubbio che si propaga dalla percezione fuori-sincrono di tutto il materiale diegetico della pellicola, precisa percezione audio visiva, in cui si può ascoltare un debole ma idealmente vicino, allo spettatore, fischiettio (apparente all’invisibile assassino) che si posa come un velo che non dovrebbe sussistere su inquadrature di lunghi piani immanenti e monocromatici (come la vista dell’assassino)  di una città brulicante, in piena vita, cangiante e cozzante, in pieno attrito e frizione di luci e colori livide ed al neon,  su attente costruzioni geometriche della psiche realizzate in corridoi vuoti (incavi anch’essi), stanze, lunghissime scalinate asettiche, serre in vetro-trasparente, grotte o boschi che chiudono lo spazio tra il terreno ed il cielo in un ideale ed oscuro incavo.
La mente, la personalità, la memoria e l’anima stessa sono un incavo vuoto dove vi si possono immettere elementi estranei al materiale di partenza, questo evoca la cinecamera, il montaggio audiovisivo che vi si annida in ogni inquadratura porta a questo, esattamente come si può fare con il materiale diegetico disponibile nella pellicola.
Ha senso trovare le “differenze” estranee al materiale di partenza?
No, qualsiasi cosa venga immessa in un incavo vuoto, diventa parte integrante dell’incavo, del vuoto, del buio, l’oscurità attira e livella tutto, soprattutto in una sala cinematografica.
Alcuni anni prima del sako hora (psycho horror) che prenderà piede su tutto l’arcipelago per dilagare come un virus fuori dai suoi confini , Ishii stava già facendo sprofondare nelle linee terribilmente geometriche (ma non logiche) e vacue della psiche e dell’anima oscura dei fantasmi del mondo il “nuovo” cinema giapponese.

Davide Tarò

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