neo(N)eiga - Archivio: BAD GIRLS IN PINKU VIOLENCE ANNI ‘70: REIKO IKE E MIKI SUGIMOTO.

BAD GIRLS IN PINKU VIOLENCE ANNI ‘70: REIKO IKE E MIKI SUGIMOTO.

Sukeban gerira

Sceneggiatura: Norifumi Suzuki, Takayuki Minagawa.

Con: Miki Sugimoto, Reiko Ike, Emi Jo, Rinda Kimoto.

Fotografia: Shigeru Akatsuka.

Giappone 1972

84’ colore.

Kyoufu Joshi Koukou Bouroku Rinchi Kyoushitsu

Sceneggiatura: Tatsuhiko Kamoi.

Con: Miki Sugimoto, Reiko Ike, Seiko Saburi.

Fotografia: Jubei Suzuki.

Giappone 1973

88’ colore.

TERRYFING GIRL’S HIGH SCHOOL: LYNCH LAW CLASSROOM (1973 Norifumi Suzuki)
GIRL BOSS GUERRILLA (1972 Norifumi Suzuki)

Il furore visivo di un corpo femminile che non rimane più santuario inviolabile ed idealizzato, non visibile, ma finalmente visto, ammirato, sbattuto violentemente alla visione di noi spettatori, materiale visivo che può essere colpito, toccato dal tatto, dalla visione, ma che soprattutto colpisce, fisicamente, che entra a pieno diritto, umoralmente e disperatamente, nella società, come materiale estraneo, tabù, da rigettare.
Forse.
Come si vedrà invece, questo tipo di pellicole, fanno tornare di prepotenza elementi da sempre presenti nella società umana, nascosti dietro una patina di ipocrita e fallace perbenismo.
Rivoluzione culturale, che si immette di prepotenza in un periodo difficile per l’industria cinematografica giapponese.
Fine anni ’60, la televisione ha preso il sopravvento sui gusti e sulle abitudini della gente.
Riuniti in sindacati, tecnici, registi ed autori tentano e riescono a produrre dei film a bassissimo budget, ma soprattutto audaci e troppo “spinti” per la televisione, sia come temi sia come scene trattate.
E’ l’era di Ike Reiko, regina del Pinku violence, con i suoi grandi occhi ed il suo affascinante seno, orgogliosamente scoperto, facente parte integrante del personaggio, del carattere, fiero ed indomito.
In questi anni la Toei lancia la serie di pellicole Delinquent Girl Boss approssimativamente dal 1970 al 1971, per un totale di quattro film.
La giovane Reiko è qui una ragazzina, per armonie e memorie cinefile si potrebbe quasi confondere con la sua quasi omonima (?) Oshida Reiko chiamata ironicamente ‘Rika la punk’, una adolescente in lotta contro le autorità e contro la vita che la vorrebbero relegata a mero oggetto di consumo, destinato a spegnersi in fretta nella sua gioventù bruciata, ma Rika non ci sta, e lotta contro tutto ciò che si possa definire “autorità”, dalle classi di un liceo agli angoli di una strada.
Poi tra il 1971 ed il 1974 , visto l’enorme successo dei precedenti, la Toei decide di far andare avanti nello stesso filone “la serie”, sfornando sette pellicole della serie Sukeban/Girl Boss .
Lotte tra bande rivali, erotismo, motocicliste a cavallo delle loro fiammanti moto, vestite in pelle aderentissima che seguono le sinuose forme del corpo femminile, un inno alla carnalità.
Ed è proprio con il terzo episodio, Girl Boss Guerrilla del 1972 che entra a far parte del team anche la stupenda Sugimoto Miki, in coppia con l’ormai amata e rodata Reiko.
Ben più che un sodalizio era stato creato.
I seni della Sugimoto e della Ike erano (sono) la cosa più vicina allo spettacolo ed alla bellezza ammirabili in una visione.
Con riflessi di lucidissima bellezza, facente armonica e commovente parte integrante di un corpo da danzatrice del ventre, corpo matriarcale, lunghi e corvini capelli che scendono sinuosi e belli sulle spalle e sul collo, la Sugimoto e l’Ike diventano il simbolo della ferina ed indomita femminilità, desiderio tutto maschile di una visione altra libera e ribelle che lo attrae e lo castra nello stesso tempo.
In Girl Boss Guerrilla è interessante l’accoppiata quando, nei panni rispettivamente di due boss di due bande rivali, in un inquadratura piano-sequenza in campo medio lungo piuttosto durevole, si contorcono e si agguantano ferinamente l’una contro l’altra in un corpo a corpo deliziosamente spettacolare ed erotico, tra gatte selvatiche, fatto di forme intraviste e di vestiti senza pietà reciprocamente strappati. In mezzo al fiume, una canzone intanto fa da contraltare, le parole sono più o meno di ammirazione verso un fiore che nasce e continua a crescere al di fuori dei confini prestabiliti, selvaggio.
Figure queste per loro stessa indomita natura ai margini della società che però possiedono una morale forte e dura molto più resistente di qualsiasi altra, e forse, non così distanti da un auspicabile modo di vita più vero e (forse) più giusto.
Altra scena faro nella pellicola è il momento di seduzione di una “povera vittima” delle terribili in motocicletta, tutta girata in un cimiterino, l’inquadratura della ragazza che si avvicina vogliosa con i seni in fuori che si avvicina alla macchina da presa sinuosamente, fa coppia con il controcampo di una lenta ritirata di un signore salaryman, vestito perbene in visita alla defunta moglie.
Le ragazze si muovono senza problemi in zone di confine della cosiddetta morale comune, ed in questo caso viene riunita una delle mitologie più antiche del mondo, l’eros, la seduzione ed il thanathos, il corpo freddo e morto della moglie, ricordante la società e le “buone maniere”, contrapposto quello caldo, seducente  e vivo della “malvivente”.  
In Terryfing High School la pellicola più dura, è più profonda delle due citate, con scene anche a loro modo disturbanti di sangue e di tortura (anche qui, con gusto tutto sadicamente “femminile”, si veda la tortura della bevuta e della “urina proibita”), in questa, le istituzioni sono incarnate perfettamente da una classe dirigente di soli uomini, al comando di un liceo totalmente femminile, con regole durissime e ligie tutte tendenti al dovere, in apparenza, a cui le ragazze devono forzosamente sottostare.
Nella realtà, la classe dirigente di vecchi uomini porci, è molto lontana dal dovere e dal senso di famiglia che vorrebbero imporre alle giovani future “mamme”.
Non sono rari nemmeno casi di suicidi, in giovani che non riescono né a essere sottomesse né ad essere ribelli, prodromo questo di una situazione tutta giapponese, come nella bella e pudica inquadratura dell’impiccagione di una delle ragazze, dove si vedono con grazia visiva soltanto i piedi appesi, senza ormai vita della giovane, e per contrasto, a distanza, inquadrate e messe a fuoco in un secondo momento, le reazioni delle sue compagne che la trovano.
La cosa interessante è che anche alcune ragazze più che sottostare a queste leggi fanno di più, diventano traditrici della loro stessa ”razza”, e si alleano di loro spontanea volontà con gli uomini, diventandone esse stesse schiave, diventandone oggetto dei desideri, diventando le loro donnine ed amanti, diventando le peggiori nemiche di loro stesse.
Non è un caso che le torture più inquietanti siano nella pellicola applicate, ma soprattutto realizzate e pensate da delle ragazze.
Soltanto le outsiders si uniscono, per un fine comune, pur essendo nemiche, in una sorta di riconosciuta tacita alleanza verso qualcosa di più pericoloso, di qualcosa che le vuole annientare, che vuole cancellare non tanto la loro esistenza fisica, quanto l’anima, una visione acritica, castigata e castigante di una società allo sbando perché bigotta e repressa.
Visioni di furore, visioni di fieri, bellissimi seni.
Un altro cinema, probabilmente.

Davide Tarò

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