neo(N)eiga - Archivio: GIAPPONE 2004: CASSHERN, ovvero del cinema  dei “padri” e degli “avi”.

GIAPPONE 2004:
CASSHERN, ovvero del cinema  dei “padri” e degli “avi”.

Credits

Regia: Kazuaki Kiriya

Cast: Isea Yosuke, Karasawa Toshiaki, Terao Akira.

Produzione: Shochiku.

Liberamente tratto dall’anime ‘Shinzo Ningen Casshern’ di Yoshida Tatsuo.

Giappone 2004.

141’ colore.

La maggior parte degli anime fan ricorderà la serie ‘Shinzo Ningen Casshern’ (Kyashan, Il ragazzo androide) di Yoshida Tatsuo, nume della storica casa del cavalluccio marino Tatsunoko, dove il professor Azuma costruisce androidi destinati ad aiutare l’uomo nei lavori più pericolosi, ma dove qualcosa va storto e, complice un fulmine, uno di questi prende vita e libero arbitrio e decide di ribellarsi agli umani “opressori” creando un esercito di robot molto simile e ricordante da vicino l’estetica nazista, in stridente attrito con le ragioni pure di una libertà utopica ricercata dagli androidi stessi.

Per contrastare l’orda di macchine assassine, il professor Azuma, decide di sacrificare il figlio, consenziente egli stesso, sacrificarne l’umanità per sempre, trasformandolo in qualcosa di diverso sia dalla maccihina sia dall’uomo: un uomo androide, Casshern che dovrà combattere in città malinconicamente rase al suolo e devastate, ricordanti per cangianti armonie più cittadine di antico gusto europeo che città  giapponesi vere e proprie, oppresso dal senso di solitudine che lo pervade.

Questa la trama dell’anime degli anni ‘70, che nella pellicola sofferta, mutogena, kitch, ed “oltremondana” di Kazuaki Kiriya diventa altro, cambia pur rimanendo la stessa nell’essenza.

2004: anno di grandi kolossal per il Giappone, kolossal non solo animati come Howl’s movingCastle di Miyazaki Hayao o l’atavicamente atteso Steam boy di Otomo Katsuhiro, né il bello ed agghiacciante Innocence di Oshii Mamoru o lo strano e sperimentale Appleseed di Aramaki Shinji, soprattutto, mai come in questa annata, sono state presentate nell’arcipelago opere sottilmente cangianti come genere e forme nella terra di confine flebile del “live”, l’ampliamente sottovalutato Dragon Head di Ida George tratto dal lucidissimo ed omonimo manga di Ueda Motohiro,  Devilman The Movie  di Nasu Hiroyuki tratto dallo stupendo ed ormai storico manga di Nagai Go, ed il frizzante Cutie Honey di Anno Hideaki sempre dall’omonimo manga (e anime) del Nagai nazionale e, appunto, questo Casshern, kolossal stranissimo ed atipico  proprio per questo profondamente interessante nei modi e nella scelta della straordinaria e fatiscentemente abbacinante messa in scena.

Morti che tornano dalll’aldilà in corpi grondanti liquido amniotico da enormi calderoni atavicamente ribollenti, costretti al ritorno dalla scoperta rivoluzionaria e spaventosa di un malinconico  scienziato, uno di questi, autoproclamatosi Bricking crea un esercito di ‘non morti’ per trovare nuovamente l’aldilà sulla terra, dove poter, finalmente, raggiungere la pace.

Ma un “aldilà” sulla terra non esiste, lo creerà Bricking ex-novo, con la morte ed il sangue, con il suo temibile esercito di androidi pronti a schiacciare l’umanità che di “pace” non ne vuole proprio sapere.

Il figlio dello scienziato, un giovane senza esperienza ma onestamente puro, con velleità di guerriero (specchio di un antico Giappone prima della seconda guerra mondiale?) ed una ragazza che lo ama sinceramente di nome Luna, perderà tutto.

Il ragazzo cadrà vittima dell’esercito e muore prematuramente, il padre deciderà di riportarlo in vita potenziato con un’armatura innestata sul suo corpo, proprio come fece con i suoi esperimenti  precedenti e con il suo “fratellastro” Bricking.

Facendolo diventare un’entità a sé di nome Casshern, né vivo né morto, un ricordo (come una foto monocromatica, come il colore di tutta la pellicola) di quello che era, una figura ultima speranza dell’umanità?

In realtà no,  Casshern fa parte indissolubile della guerra, proprio come i suoi nemici, non ci sono ‘buoni’ o ‘cattivi’ in queste circostanze, vi è una visione immutabile ed animistica di esistenza, dove tutto ritorna ciclicamente,  quel circolo di spirale di vita e morte, di guerra e pace, necessarie entrambe, ma quale terribile dolore vivere, eppure esistere è necessario, come lo è pure morire.

In questo film tutti muoiono, pure Casshern, che morto lo era già, nella fervente attesa di un nuovo inizio, necessario e “giusto”, dove tutto ricomincerà daccapo, ma appunto, l’importante è vivere quando è ora, esistere.

Gli avi ci osservano, sono immanentemente presenti, in questa sofferta, pachidermica pellicola ricordante così profondamente per cangianti armonie un certo tipo di cinema “delle origini”, cioè che fa riferimento ad un certo tipo di concezione che potrebbe definirsi non completamente a torto ‘arcaica’.

 “film che si occupano di cose infime e solenni , che volano nel cosmo restando fedeli alla terra , film in cui ci si affida a riti… che incontrano vortici nei quali abbandonarsi: i vortici della fede antica dei padri, dei bambini e dei ragazzi, della fedeltà alla terra…  il vortice di un’arte perduta che sapeva conservare il Sacro dentro un’icona per ridarcelo sempre uguale e sempre nuovo”(1).

In questo Casshern riescie, dove altre pellicole più apparentemente “impegnate” non riescono, dove le stupende opere di Tarkovskij e Sokurow riuscirono (e riescono tutt’ora) magnificamente ad avvicinarsi, all’Aldilà, di concezione, di visione, di sentire, di provare, un cinema alt(r)o.

Una fatiscente opera di gusto retrò-futurista questo Casshern, che con ‘sonate alla luna’ martellanti,  incessanti, e reiterate quasi pomposamente, evocano una visuale ed un sentire abissalmente maliconici, dove un giardino può lentamente sfiorire con la lenta morte della sua occupante, dove la cinecamera può sondare lentamente, nei dettagli, riprendendo fili d’erba secca che lievemente si muovono all’unisono di una sottile ed invisibile brezza, dove alcune inquadrature possono benissimo essere considerate foto monocromatiche dei propri avi (le scene nel villaggio indigeno attaccato), che osservano ammonitori da un’aldilà della visione, dove Casshern può esservi guidato infine, nuovamente a casa finalmente, dal suo cane Flander, così simile, così genialmente uguale a quello stesso di infanzia che accompagna nel finale il protagonista del Solaris Tarkovskijano alla casa dell’ ‘aldilà’ paterna.

Non è un caso che una pellicola così ‘kitch’ e nello stesso tempo così abissalmente profonda, sia stata prodotta in Giappone, una terra dove vi sono ancora atavici collegamenti con l’arcaicità, i valori del kitch o delle tradizioni non vengono toccati, ma ne fanno indubbiamente parte integrante, noi europei così maniacalmente legati all’”autorialità” seria senza collegamenti alcuni con il passato, quello arcaico e tradizionale, forse, dovremmo pensarci un po’ su.

Su tutto infatti, è utile ricordarlo, regna la messa in scena, la coreografia dei combattimenti, faticosi, mortali, dolorosi, nei quali è difficile non rimanere quantomeno feriti, i robot rappresentati in un curioso modo di concepire le silouhettes, animazione nell’animazione, tra cgi e disegno incastonate nell’apparato “live”, corpi metallici che esplodono, si dividono in due, feriscono mortalmente, marciano su strade, su bambole abbandonate da bambini in fuga, su cadaveri.

Una pellicola di una rara bellezza, non perfetta, tutt’altro, ma proprio per questo rifulgente di una propria poetica abissale personalità che la distingue.
Non per tutti.

L’edizione del 2004 del Torino Film Festival ha visto ospite Casshern, in concorso, una decisione a dir  poco “coraggiosa” alla quale nulla toglie l’eventuale potenza distributiva Giapponese, cosa ancora purtroppo tutta da constatare vista la bassa presenza di opere dell’arcipelago in occidente.
E’ stato interessante vedere per una volta, una pellicola così strana e smaccatamente “di genere” tra la rosa dei candidati.
Questa decisione, tra le tante in molti anni, hanno reso fino ad ora il Tofilm una rosea occasione di dibattito non manierato su cosa possa mai essere questa strana, eterea presenza chiamata Cinema, anche quello orientale.

Davide Tarò

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