neo(N)eiga - Archivio: Impressioni su COWBOY BEBOP - KNOCKIN' ON HEAVEN'S DOOR

Impressioni su
COWBOY BEBOP - KNOCKIN' ON HEAVEN'S DOOR

Titolo originale: Tengoku no tobira / T.l.: La porta del Paradiso

Regia: Watanabe Shin'ichirô.

Sceneggiatura: Nobumoto Keikô.

Musiche: Kanno Yôko.

Animazione e Character designe: Kawamoto Toshihiro

Genere: Animazione / Thriller

Produzione: Sunrise - Studio Bones

Anno: 2001

"E' questo il mondo reale?"

 

Film d'animazione con un titolo che vuole dire già tutto.

Bebop: genere musicale, improvvisato, sussultorio, in qualche modo profondamente passionale, vera e propria "evoluzione" del jazz;

Cowboy: "genere" per eccellenza, americano purosangue, "Knockin' on Heaven's…": citazione non troppo casuale alla bellissima canzone di Bob Dylan, un "genere" anch'esso tutto sommato;

Da questa pellicola allora cosa è lecito aspettarsi con tutto questo mèlange culturale, questo vero e proprio Melting pot?, CHE COSA?
Watanabe con Yoko Kanno ci rispondono.

Un Melting pot di generi cinematografici, di fusioni, di emozioni: blackexpoitation, policeprocedural, western, che si mischiano, si fondono letteralmente con culture, modi di ripresa e di "sentire" prettamente orientali: - Tenchu -, l'ira divina del cielo che si abbatte sull' empio, il "ripetersi" della vita e della morte in un eterno ciclo, la realtà come solitudine atavica (e sogno personale senza fine), l'immanenza ben inquadrata e rappresentata della solitudine di tutti i personaggi.
L'assortito equipaggio del "Bebop", in questa pellicola si trova alle prese con uno strano ed inquietante terrorista di nome Vincent, figura con un segreto che si porta dal passato, ed un obiettivo preciso: giungere alle frontiere delle "porte della percezione", ed entrarvici, per non vivere più qui, per capire se la vita non è altro che un malinconico sogno con note blues, dove si può aprirvici una porta ed uscirne .
L'intera pellicola si pone diegeticamente tra il 23° (Brain Scratch) ed il 24° (Hard Luck Woman) episodio della omonima serie televisiva, e lo fa con classe, con "determinata improvvisazione", con riferimenti succulenti al destino "futuro" (26° ed ultimo episodio) e mesto di Spike Spiegel ad esempio (ma fruibili anche normalmente senza togliere nulla alla patina indipendente malinconico/esistenzialistica del film.

"Ti ho già visto alla fine del mondo", questa frase essenziale, lucida, importantissima alla (e sulla) poetica della pellicola, detta da un Vincent cosciente, con gli occhi sbarrati, al primo incontro/scontro con Spike, sua in qualche modo "anima gemella" viene stravolta, non si sa neanche quanto volutamente, nell'edizione italiana, entrambi inoltre vengono e verranno inquadrati dentro, nei pressi, o a fianco di 'soglie', che possono essere indifferentemente porte, finestre, 'quadri' nel quadro, o semplicemente il fuori campo.

Nell'adattamento italiano curato dalla "Sefit" (e non dalla Dynamic, anche se le voci ci sono tutte tranne quella del rude Jet che apparteneva al bravo Nino Prester), si perde la frase "cardine" che diventa un più vuoto e banale: "Ci rivedremo all'inferno".
Questo può far capire quanto sia difficile carpire l'essenza di una pellicola così particolare, in un certo senso delicata e sfuggevole come le ali delle farfalle dorate "inesistenti", di Kieslowskiana memoria della doppia vita di Veronica, che Vincent cerca di seguire per raggiungere finalmente le 'sue' porte del cielo/della percezione.

Cowboy Bebop si diverte con mestizia, affabula con tristezza, questa pellicola insomma si potrebbe definire "nipponicamente americana", questa è la vera essenza ed il segreto di questo anime in fondo così strano, pellicola che con musiche country, Jazz, Blues, da strada, folk-etniche che fa del melting point, della fusione il suo unico modo imprescindibile di essere, di odori e sapori (in un mercato multietnico di "araba" origine) nelle impressioni e nelle affabulazioni (Spike al tramonto "ripescato" che pensa malinconicamente fumandosi una cicca, sotto ad un ponte di indubbie origini 'yankee' - il Ponte di Brooklyn- ?) .

Ma la FORMA, la forma è interamente debitrice, cultrice di un modo di vedere le inquadrature (immanenti, lunghe, descrittive) e la regia tutta, eminentemente orientale, con quell' indomabile e malinconico anelito verso l'infinito, la composizione pittorica del quadro , l'effimero, l'impalpabile.
Watanabe Shin'ichirô è uno scaltro e dotato regista che fa ampio uso di inquadrature particolari e descrittive, e sa come mettere in scena una idea, rendendola cinematografica, "creando" come un vero e proprio demiurgo-artigiano una sua "visione" delle cose, 'improvvisandoci' sopra, con maestria, e con mestiere, cercando, delineando con la cinecamera una "identità" che anche i suoi personaggi ricercano disperatamente, tra le pieghe di una impalpabile fede verso l'invisibile, fosse anche per un solo attimo, seguendo lo sbattere fragile d'ali di farfalle dorate (forse) inesistenti.

Il cinema può essere anche questo, questo anime distribuito nelle sale per la prima volta dalla Columbia Italia, ha fatto capire almeno una cosa: il bussare alle porte del paradiso non è mai stato così forte in una intera sala buia dedicata ad un "cartone animato", il resto, pubblico, critica ed incassi è vuoto.

"Is this the real World?"
"See you space cowboy…"


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