neo(N)eiga - Archivio: DARE MO SHIRANAI – NOBODY KNOWS / Il diario di Kore’eda Hirokazu. Parte I

DARE MO SHIRANAI – NOBODY KNOWS
Il diario di Kore’eda Hirokazu, Parte I

A cura di Alice Massa

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Locandina

Regia: Kore’eda Hirokazu.

Sceneggiatura: Kore’eda Hirokazu.

Interpreti: Yagira Yūya, Kitaura Ayu, Kimura Hiei, Shimizu Momoko, Kan Hanae, YOU, Terajima Susumu.

Montaggio: Kore’eda Hirokazu.

Fotografia: Yamasaki Yutaka.

Durata: 141’

Anno: 2000

Il fatto

Questo film è ispirato a un fatto che viene comunemente chiamato “il caso dei quattro bambini abbandonati nel quartiere di Nishi Sugamo”. Si tratta di una donna che abbandonò i suoi quattro figli, che hanno tutti padri diversi, per andare a vivere con il suo nuovo compagno. Nessuno aveva mai denunciato la nascita dei bambini (in altre parole, per la legge non esistevano), e non erano mai neanche andati a scuola. I bambini vissero per sei mesi in una stanza, facendo affidamento solo sui pochi soldi che ogni tanto la madre spediva loro.

Alla fine, la morte della sorella più piccola portò alla luce la vicenda e i giorni che i bambini avevano passato da soli finirono in modo tragico, ma la cosa che mi ha stupito di più è che nessuno degli altri inquilini del condominio si era accorto di nulla. In altre parole, loro non esistevano neanche socialmente.

All’inizio delle indagini si era anche pensato che la morte della sorellina fosse la conseguenza di un castigo impostole dal fratello più grande, e la vicenda fu trattata in modo sensazionalistico, prendendola a simbolo della società moderna, nella quale i legami famigliari si fanno ogni giorno più deboli. Tuttavia, oltre al fatto che al momento dell’arresto il fratello aveva 14 anni e non poteva essere accusato di un crimine, nel momento in cui fu negata una responsabilità diretta del castigo imposto, l’attenzione dei media si concentrò sulla madre.

“La madre lasciva”, “I bambini dell’inferno”, “Sesso senza responsabilità”… Sui settimanali era tutto un balletto di titoli del genere. E pur essendone in qualche modo toccato, dentro di me cominciò a nascere un dubbio. Perché il ragazzo non se ne era andato abbandonando le sorelle? Lui, che era stato abbandonato dal padre e dalla madre, perché non ha a sua volta abbandonato le sorelle e ha invece cercato così disperatamente di proteggere la sua “famiglia”? Una delle sorelle, accolta in un centro per l’infanzia, ha detto: “Mio fratello era molto gentile. Mi faceva mangiare molto più della mamma”. A partire da questa affermazione, il dubbio che stava prendendo forma dentro di me, ha spiegato le ali dell’immaginazione. Non c’è dubbio che questa incresciosa vicenda sia nata dalla mancanza di responsabilità della madre. Ma è altrettanto vero che lei aveva avuto quei bambini da sola, ed era riuscita a tirarli su in un modo o nell’altro. Alla base del fatto che lei non abbia voluto, o forse potuto, denunciare la nascita dei suoi figli, non c’è forse anche la legge che questo paese applica nei confronti dei figli illegittimi (nati al di fuori del matrimonio) e la discriminazione che è ormai radicata nella nostra società? E si può anche pensare un’altra cosa. Se chiamiamo la madre “un mostro”, come dovremmo chiamare i padri dei quattro bambini? Se la madre fosse stata una donna isterica, che alzava le mani sui bambini, il figlio maggiore non avrebbe forse potuto imitarla? Mi chiedo se in realtà non ci sia stato un periodo, del quale i media non hanno neppure sospettato l’esistenza, nel quale tra madre e figli si è costruito un rapporto amorevole.

In seguito a ulteriori indagini si è scoperto che il fratello maggiore, dopo aver fatto morire suo malgrado la sorellina e averla sepolta in un bosco di montagna, era andato più volte, in treno, a visitare la sua tomba. E pare che quando ha rincontrato la madre, al suo processo per abbandono di minori, sia scoppiato in lacrime per il fatto di non essere stato all’altezza delle aspettative della donna. Tra tutti i personaggi di questa singolare vicenda è stato questo adolescente a prendersi la responsabilità di tutto. E poi, si è sentito in colpa per non essere stato all’altezza della situazione. Solo lui, un ragazzino di 14 anni… A quel punto, non potevo fare a meno di provare una grande pena per questo ragazzino. Non vorrei certo sembrare un ingenuo, ma sentivo che se gli fossi stato vicino, avrei almeno potuto mettergli una mano sulla spalla e abbracciarlo. Avrei voluto dirgli “Sei stato bravo”, “Io ti voglio bene”. Purtroppo, farlo davvero non era possibile. Quindi, ho deciso di fare questo film, per poterlo abbracciare forte, almeno dentro al mio cuore.

Il panorama quotidiano di quei bambini non può essere stato solo un grigio “inferno”. Il loro modo di vivere doveva avere una “ricchezza”, diversa da quella materiale che si intende di solito, doveva esserci una compartecipazione di emozioni tra i fratelli, di gioia e di tristezza, e delle speranze per il futuro. Allora non dovremmo forse, più che definire “inferno” il loro appartamento dal di fuori, cercare di immaginare quella “ricchezza” della quale senza dubbio hanno avuto esperienza? Alzando gli occhi, anche loro vedevano il cielo di Tokyo… Mi è venuta voglia di rappresentare quel panorama dall’interno del loro appartamento. È successo sedici anni fa, nel 1988.

Nell’arco di 15 anni

frame 1La sceneggiatura che scrissi nel 1989 aveva per titolo “Una splendida domenica”. In quella sceneggiatura, avevo preso dal fatto di cronaca solo il concetto dell’abbandono, mentre la descrizione psicologica dei ragazzi e la loro vita quotidiana erano totalmente inventate (e questo vale anche per il film che ho realizzato ora).

La sceneggiatura procedeva di pari passo con la scrittura e la lettura ad alta voce del diario a disegni che scriveva uno dei bambini, e finiva con una pagina del diario inventata, in cui a madre e il padre, e anche la sorella morta tornavano a casa, e tutti insieme trascorrevano una splendida domenica.

Non sono uno di quei registi che mentre finisce un film ha già in mente come sarà quello successivo, e dalla stesura della prima sceneggiatura sono passati addirittura quindici anni.

Forse uno dei motivi per cui ho deciso di eliminare una narrazione fatta da un solo personaggio, di abbandonare lo sviluppo della vicenda tramite il monologo del protagonista è che io stesso ho superato l’età che aveva all’epoca la madre (40 anni). Anche il cambiamento del titolo riflette bene il diverso punto di vista dal quale ora vedo tutta la vicenda.

frame 4La cosa a cui dovevo pensare nel momento di realizzare il film era questa: il problema che emerge da questo fatto di cronaca, nel frattempo è stato realmente superato? Secondo una ricerca del Ministero della Pubblica Istruzione, nel 1987, poco prima che il fatto avesse luogo, i bambini tra i 7 e i 14 anni che cambiavano continuamente casa e che non si sapeva dove realmente abitassero erano 533, 364 nel 1990 e 302 nel 2000. Ma questi dati si riferiscono ai bambini registrati all’anagrafe, quindi i bambini come Akira non sono compresi. Quindi per quanto il numero totale sia diminuito, questo non deve per forza far pensare a un cambiamento positivo. Potenzialmente, appena al di fuori del nostro campo visivo, ci sono ancora molti bambini come Akira. Ho concluso che questa vicenda, piuttosto che “una di quelle strane cose che succedono solo a Tokyo”, era il simbolo del cambiamento della nostra società, della nostra quotidianità. Ed è proprio per questo che per il mio film ho scelto un protagonista che non fosse un ragazzino del 1988, ma un ragazzino del 2004 che esiste davvero da qualche parte ma che nessuno conosce.

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