neo(N)eiga - Archivio: DARE MO SHIRANAI – NOBODY KNOWS / Il diario di Kore’eda Hirokazu, Parte II

DARE MO SHIRANAI – NOBODY KNOWS
Il diario di Kore’eda Hirokazu, Parte II

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A proposito di Akira

frame 2Era circa la metà di agosto, e calcolando che le riprese sarebbero iniziate in autunno, mi restavano solo due settimane per scegliere il protagonista. E improvvisamente, arrivò l’occasione. Il mio aiuto regista mi portò il curriculum e la la foto di un ragazzo e mi disse che secondo lui era perfetto. L’intensità del suo sguardo mi affascinò all’istante, e decisi di incontrarlo subito. Yagira Yūya faceva parte dell’agenzia da meno di due mesi, e quello era il suo primo provino. Lo guardavamo, seduto nella sala riunioni, con i pugni stretti sulle ginocchia e l’espressione di disagio con la quale sembrava chiedersi: “Cosa diavolo ti fanno fare in un provino?”, e dentro di noi dicevamo: “Bene, è deciso”, e cercavamo di soffocare l’entusiasmo.

Durante un anno di riprese, Yūya è cresciuto in altezza, e gli è anche cambiata la voce. Anche il suo carattere un po’ troppo timido è cambiato, e nella seconda metà delle riprese era ormai in grado di trascinare le sorelle e il fratello. Quasi per caso, abbiamo potuto rappresentare nel film il suo processo di crescita, che è diventato il passaggio di Akira dall’infanzia all’età adulta. Il film è un prodotto di finzione, ma sulla pellicola abbiamo impressionato un pezzo della mia, e un pezzo della sua vita.

Ancora una volta, il fatto

frame 3Il fratello del vero “caso dei quattro bambini abbandonati nel quartiere di Nishi Sugamo”, alla morte della sorellina, ha chiuso il cadavere in una valigia ed è salito con un amico sul treno Red Arrow della linea Nishi Seibu Ikebukuro, scendendo poi al capolinea, la stazione di Chichibu. Tirandosi dietro la valigia, è uscito dalla stazione, ha scavato un buco in un boschetto all’interno del parco di Hitsujiyama, e ci ha sepolto la sorellina. Perché poprio a Chichibu? Si è saputo che il suo vero padre lavorava in un cementificio a Chichibu, e qualcuno ha pensato che lui considerasse quel posto quello giusto per costruirci una tomba, come una tomba di famiglia. Tuttavia, anche se suo padre avesse lavorato lì, non era il padre della sorellina. E allora perché? Non riuscivo a capirlo. Non capivo, eppure la ragione mi affascinava. A partire dai dubbi che mi suscitava questo “finale”, ho provato a ricreare, in pura finzione, i dettagli dei giorni che immagino abbiano passato. Conclusione: quello che ha sepolto, era davvero la sorella? Mi è improvvisamente balenata in mente questa domanda retorica. Che cosa rappresenta il suo ritorno alla montagna del padre?

Il finale del film è ovviamente diverso da quello che è successo davvero. Nella realtà, il ragazzo in primavera si fa degli amici, e a causa dell’intrusione di un agente esterno, l’utopia della conquista di una stabilità pur nell’isolamento e nella chiusura, crolla dall’interno. Ma il film si propone di rappresentare quello che avviene “dopo”. Volevo rappresentare la “possibilità”,e l’inevitabile lutto che rimane dopo il superamento, avvenuto quasi per caso, di questa prima crisi. Quello che io volevo vedere era la tenacia insita in questa possibilità, quella che ti fa continuare a vivere, che ti costringe a vivere, la realtà, che non voglio chiamare infelicità. E così, pensando a quello che viene dopo, mi sono interrogato profondamente su cosa fosse quello che Akira seppellisce. Ci penso ancora adesso. Il rumore dei sandali di Akira echeggia ancora nella mia testa…

E così…

frame 3Quello che ho scritto fin qui, è quello che pensavo nell’estate del 2004, al momento della distribuzione di “Dare mo shiranai”. Da allora, sono passati sei mesi. Quello che scriverò ora, sinceramente credo che per voi sarà superfluo. Però è una cosa che devo fare per risolvere dentro di me questo film. Forse questo vuol dire che non sono ancora riuscito a staccarmi da lui, che ancora non riesco a vederlo con obiettività. Forse scrivendo ho cercato di seppellire il vuoto che sento dentro di me, dopo questi intensi 15 anni. È per questo che voglio scrivere. Quello che penso oggi, 20 gennaio 2005. Per andare avanti.

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