neo(N)eiga - Archivio: DARE MO SHIRANAI – NOBODY KNOWS / Il diario di Kore’eda Hirokazu, Parte III

DARE MO SHIRANAI – NOBODY KNOWS
Il diario di Kore’eda Hirokazu, Parte III

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Per la terza volta, il fatto.

frame 5Non ho mai incontrato i protagonisti della vicenda che sta alla base di “Dare mo shiranai”. In effetti ci sono stati dei periodi nei quali, se fosse stato possibile, avrei voluto incontrarli. Se non fosse stato possibile, avrei comunque voluto vedere i rapporti e le testimonianze di cui la polizia è sicuramente in possesso. Però, tre anni fa, quando è effettivamente iniziata la produzione del film, ho definitivamente rinunciato. Avendo deciso che si sarebbe trattato di un’opera di finzione non volevo basare la rappresentazione della realtà nel film su frasi del tipo: “Faccio così perché nella realtà era così”. Non volevo fare un film che tendesse al fatto realmente accaduto, ma piuttosto partendo da quel fatto vedere quanto in alto potevo volare… E pensando così, ho cambiato linea di condotta 180 volte. “Volare” forse non è proprio l’espressione giusta. Ho cercato per quanto possibile di riflettere, immergendomi nelle profondità di ciò che era successo. Quello che si intravedeva laggiù, in quel momento non lo avevo ancora capito. Senza incontrare i protagonisti della vicenda, quella era l’unica possibilità, e forse se li avessi incontrati avrei rinunciato al mio progetto (per lo meno, avrei rinunciato a fare un film vero e proprio).

Sinceramente, in senso lato, sono consapevole del fatto che questo non è un film di finzione che lascia indifferenti (poi è un altro discorso se un film del genere esista o meno). Non solo ho consapevolmente deciso di oltrepassare una linea, ma ho anche scelto di fare questo film, a qualunque costo. A scanso di equivoci, dico subito che si tratta di presunzione da parte mia. Non lo nego. Mi sono chiesto quale distanza fosse giusto mettere tra il fatto realmente accaduto e il film, e dopo essermi consigliato a lungo con molte persone, ho preso la decisione di mettere all’inizio del film, a mia firma, una scritta. Questo film non è la messa in scena di un fatto realmente accaduto, ma ha preso il fatto di cronaca come “motivo”. In altre parole, non è “basato su” ma è “ispirato a”.

 frame 6Tuttavia, con il senno di poi, sembra che tra gli spettatori ci sia stata una tendenza  più forte di quanto mi aspettassi a considerare il rapporto tra il film in sé e il fatto di cronaca.  Chissà perché è successo particolarmente all’estero, ma molte persone sono venute a chiedermi: “E dopo cosa è successo a quei quattro?” Io ho sempre risposto: “A quelli dei film o a quelli veri?” Tra i personaggi del film e quelli veri ci sono molte differenze, anche l’età e il sesso, dicevo. Tra quelli che mi facevano le domande (specie quelli con una forte empatia), erano molti quelli che confondevano le due cose. E quando l’ho scoperto, sinceramente ero disorientato. E mi sono anche fatto un esame di coscienza. Eppure, per quanto mi chieda come avrei potuto fare, per fare meglio, dentro di me non ho ancora trovato una risposta.

E poi… A furia di pensare, cosa sono riuscito a intravedere? La risposta alla mia domanda. Per me, la risposta è l’allegria che implica la presenza dei “bambini”. E penso che in gran parte sia merito dei bambini che hanno interpretato i personaggi, ma questa “allegria”, questo “vigore”, hanno anche fatto emergere, sotto forma di un’utopia rovesciata, il tempo e lo spazio dei bambini abbandonati. E proprio per questo mi sembra ci sia stata una sorta di capovolgimento, mi sembra che quei bambini abbiano rifiutato di essere ripresi come semplici vittime. E questo, proprio non me lo aspettavo.

Se questo film è ciò che può esserci di più lontano dalla ricostruzione del fatto di cronaca, penso che sia perché solo in questo modo loro possono esistere ribellandosi al nostro facile sentimentalismo.

A proposito di Saki

frame 7Prima di cominciare le riprese, ho fatto leggere ad alcuni miei amici la scenggiatura del film, e sono stati in molti a chiedermi: “Quando Akira va all’aeroporto per seppellire Yuki, perché ci va con Saki e non con la sorella e il fratello?” Non so spiegarlo bene, ma per qualche ragione per me non poteva essere altri che Saki ad accompagnarlo. Io sono il tipo di persona che anche se una cosa sembra non avere fondamento, tende sempre a seguire l’istinto. Eppure, stavolta, anche finito il film, non mi era molto chiaro. Da quando il film è uscito nelle sale, ho ricevuto molte lettere e e-mail. Ho anche rilasciato molte interviste. Mi sembra proprio che sia successo durante un’intervista a Parigi. Il giornalista mi ha detto: “Anche se in questo film non c’è salvezza, alla fine resta comunque un’impressione di gioia, e credo che sia perché nella famiglia entra un nuovo membro, che non ha legami di parentela con i bambini”. A quel punto, mi sono reso conto di tutto.

frame 8Ho pensato: se nel momento in cui Akira seppellisce Yuki accanto a lui ci fossero stati la sorella e il fratello, forse lui non avrebbe potuto dire “Che schifo!” Proprio perché accanto a lui c’era Saki, a fermargli la mano tremante, lui dopo sarebbe riuscito a tornare in quell’appartamento. Perché era un bene che lui non guardasse da solo il tramonto dalla finestra del treno. La presenza di lei era necessaria perché le emozioni accumulate dentro di lui, invece che in un monologo, si esprimessero in un dialogo. Non c’è dubbio. Un dialogo, rispetto a un monologo, dà molta più forza alle parole. E credo che sia proprio per la presenza di Saki che sono riuscito a buttare via la prima sceneggiatura, quella sotto forma di diario a disegni, quella con il monologo. Ed è anche per questo che Akira, invece di rifugiarsi nella finzione di un diario, riesce a tornare da sua sorella e da suo fratello. Grazie ad una conversazione con una persona che aveva visto il film, sono finalmente riuscito ad esprimere a parole una intuizione che pareva non avere fondamento. E il fatto che io, come Akira, sia riuscito a esprimere in un dialogo quello che prima dentro di me era solo un monologo, è una delle cose più preziose che mi ha lasciato questo film. E grazie a questa conversazione, mi sembra di poter andare avanti, poco alla volta.

Un’ultima cosa. Vorrei ringraziare tutto lo staff che ha supportato questo film, e gli attori che lo hanno interpretato. Grazie di cuore, spero di lavorare ancora con voi. E poi spero che “Dare mo shiranai” possa crescere in tutte le persone che lo hanno visto.

C’è solo una cosa che mi dispiace. Mia madre, che è sempre stata la mia più grande fan, poco prima del completamento del film, si è ammalata. E ancora oggi non lo ha visto. Sperando che quel giorno possa venire presto, ho deciso si avviarmi verso il prossimo film…

Kore’eda Hirokazu, 20 gennaio 2005

Traduzione di Alice Massa

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