neo(N)eiga - Archivio: Dead Run

Dead Run

Titolo originale: Shissō

locandina

Credits

Regia e sceneggiatura: Sabu (Hiroyuki Tanaka) dal racconto di Shigematsu Kiyoshi.

Fotografia: Nakabori Masao.

Montaggio: Oshima Tomoyo.

Musica: S.E.N.S.

Interpreti: Tegoshi Yuya, Kan Hanae, Nakatani Miki, Toyokawa Etsushi, Osugi Ren, Terajima Susumu, Kase Ryo, Sugata Shun, Takahashi Hitomi, Emoto Tasuku Emoto, Hiraizami Sei.

Produzione: Hiroaki Miki per IMJ Entertainment. Durata: 124’. Origine: Giappone, 2005. 35mm/colore. Contatti: Kadokawa Pictures Inc., 3-6 Kioi-cho 102 – 8302 Shinjuku-ku, Tokyo, Japan, tel. +81 3 52130684, fax +81 3 35561379, website: www.kadokawa-pictures.com

Nella piccola cittadina di Hama i problemi ed i timori di una comunità di persone che vive a pochi chilometri da Tokyo, ma che in realtà si ritrova a vivere piuttosto isolata, fanno da sfondo alla vita del giovane protagonista Shuji. Hama sorge su di uno spazio bonificato, dove un tempo si muoveva il mare.
Shuji, durante una gita in bicicletta, si imbatte casualmente in Demonken, un uomo dalla terribile fama, vicino alla yakuza. Dopo un breve scambio di battute durante un rapido passaggio in macchina, Demonken riesce ad ottenere l’ammirazione del bambino. I due però non si incontreranno mai più. Quando Demonken viene trovato morto e seviziato (solo col prosieguo del film sarà intuibile che l’omicidio potrebbe essere stato commesso dalla stessa yakuza locale), Shuji si ritrova per la prima volta di fronte all’esperienza della morte e uno strano senso di vuoto interiore lo pervade. Quell’uomo irruente e gretto che inveiva ed insultava chiunque, quando era preda ad improvvisi sfoghi d’ira, aveva profondamente colpito il piccolo.
Passano gli anni.
A quindici anni Shuji conosce Eri, sua compagna di classe, orfana di padre e madre, entrambi suicidi.
Il giovane protagonista prova subito interesse per la giovane ragazza, soprattutto grazie allo spirito spregiudicato ed indipendente che questa dimostra di avere con i professori e nei confronti delle regole scolastiche. Nello stesso tempo il ragazzo conosce padre Yuichi, un parroco sul cui nome gravano pesanti fatti legati al torbido passato suo e di suo fratello.
Con l’evolversi dei fatti, Eri rimane gravemente ferita da un blocco di pietra caduto da un camion.
Il camion è la causa di altre tensioni dovute ad una gang yakuza, intenzionata a ricreare, al posto della chiesetta cattolica da poco sorta, il precedente centro industriale.
Dopo questo incidente, gli zii di Eri decidono di trasferirsi a Tokyo insieme alla giovane. A questo punto Shuji resta solo. Suo fratello è pervaso da un’ insostenibile mania di distruzione delle limitrofe proprietà private, e i suoi genitori sono severamente puniti dalla retrograda comunità del villaggio. Tutto questo, ovviamente, sconvolge Shuji.
La vita del protagonista degrada velocemente nell’isolamento e nell’alienazione. Il giovane si imbarca in piccole attività criminali, rifiutando anche l’aiuto di padre Yuichi. Sempre più solo e disperato, decide comunque di raggiungere Eri a Tokyo.
Un’esistenza paragonabile quasi a quella della capocchia di un cerino. Fulminea, brevissima, ma intensamente vissuta, proprio come la fiammella che si sprigiona dallo strofinamento dello zolfo di un fiammifero.
Rapidi, dolorosi e oscuri i momenti di vita descritti in questa pellicola da Sabu (vero nome Hiroyuki Tanaka), con piccoli bagliori di luce, di speranza (vedi l’incontro con il padre cattolico e la fuga verso Tokyo) a fungere, però, più da parentesi illusorie che da reali basi per una vita normale.
Dopo le non felicissime realizzazioni di Hard Luck Hero e Hold Up Down (lavori chiaramente realizzati su commissione e senza una chiara intenzione autoriale alle spalle), Sabu torna ad un cinema decisamente meno commerciale, ma forse anche meno diretto.
Se si pensa infatti a film come Dangan Runner, Postman Blues o Drive che puntavano molto sull’originalità a livello visivo e la vivacità della descrizione degli eventi, si capirà quanto possa essere considerato più intimista e meno diretto, ma decisamente più etico e sociale questo Dead Run.
FIlm di silenzi e di sofferenze soffocate fino al punto di non ritorno.
Ancora un’analisi sulla gioventù giapponese per un regista giapponese. Dopo le prove di Toshiaki Toyoda, Shiota Akihiko, Miike Takashi (per citarne solo alcuni), Sabu abbandona i toni più surrealisti, pulp e sentimentali, per affondare anch’egli nel marcio della psiche giovanile giapponese.
Quasi a voler ribadire una forte intenzione di denuncia nei confronti di un modello di vita che carica, fin da tenera età, di moltissime responsabilità ed è spesso rea di non riuscire a regalare tranquillità e speranza per il futuro della maggior parte degli adolescenti.
Stupisce come il regista riesca a cambiare impostazione e registro ad un film che ha proprio, in questa sferzata graduale, uno dei suoi punti di forza.
Dead Run potrebbe infatti ricordare, grazie alla sua appagante descrizione della gioventù, un lavoro a metà strada tra i già citati Toshiaki Toyoda (se pensiamo all’epilogo della storia), e  Shiota Akihiko, grazie alla pacatezza registica che permea però tutto il film.
Proprio come in Dangan Runner ed altri suoi film, inoltre, Sabu decide di fare correre i suoi personaggi. La corsa assume in questo caso la valenza ancor più simbolica di fuga da un insabbiamento mentale senza apparenti vie d’uscita.
Un certo rilievo merita poi l’ambientazione che caratterizza ed arricchisce i personaggi stessi. La solitudine che trasmette questo particolare tratto di terra bonificato, ma che un tempo era culla delle onde del mare, sottolinea la precarietà del luogo – non luogo che, pur non essendo scenario dei fatti narrati, caratterizza profondamente la vita dei personaggi. Quasi a riempirli del suo vuoto decadente e della sua indefinibilità. Col proseguire del film si capisce, poi, che è in atto un lento ed inesorabile percorso di abbandono della terra natia da parte dei pochi ed ostinati abitanti, a causa del progresso e dell’edilizia che andranno ad ingoiare definitivamente questo luogo, già di per sé vacillante, nel nulla più totale.
Tutto questo segna da subito la vita del giovanissimo Shuji, quando ancora bambino incontra il dannato Demonken e ne rimane pervaso.
Pervaso dalla vita di un uomo crudele, e dalla dubbia moralità, che presto troverà morte atroce a causa di chissà quale alterco con i soliti yakuza, ma che riempirà di forza inconsapevole (si potrebbe dire negativa, ma comunque inizialmente intrisa di una forza di ribellione che non pareva certo portare verso la perdizione) l’animo di Shuji per tutta la sua breve esistenza. Forse proprio il contrasto tra il nulla che lo circondava e la follia di Demonken hanno giocato un ruolo fondamentale per il piccolo protagonista.
La figura del fratello maggiore, esempio di ragazzo modello dalla perfetta media universitaria ed adorato dai genitori è, inoltre, forte segnale del pensiero del regista. Questo segnale diviene tangibile quando Sabu ci mostra l’improvvisa pazzia del personaggio. Innanzitutto è emblema dell’ isolamento di Shuji anche all’interno della sua stessa famiglia a causa dell’ indifferenza con cui viene trattato rispetto all’adorato fratello. D’altro canto vuole essere, probabilmente, una denuncia da parte dell’autore nei confronti del rigido modello societario nipponico imposto ai giovani studenti: rettitudine ed alto profitto a scuola, buone intenzioni (apparentemente auto imposte) nella vita di tutti i giorni e in ambito familiare. Certamente intenti di natura assai lodevole, ma difficilmente perseguibili da un ragazzo che sovente preferirebbe un semplice giro in bicicletta piuttosto che ore ed ore sui libri con la tensione dei genitori addosso.
In questa realtà senza sbocchi, la presenza di una chiesa cattolica con il suo prete dall’aria vagamente inquietante rende ancor tutto più straniante. Se si pensa poi che Shuji troverà proprio all’interno di questa realtà abbastanza fuori dal comune in un paese come il Giappone, la ragazzina Eri (anch’ella costretta a vivere senza genitori in modo decisamente drammatico), tutto risulta più chiaro. Eri rappresenta infatti il punto illusorio più grande del film: paura e timidezza prima, stima e rapporto simbiotico poi, sfociano in ciechi atti di ribellione, vendetta ed amore allo stesso tempo. O meglio, probabilmente più di un semplice amore, quando a condividerlo sono due giovani persone poste (e postesi) ai margini della società.
Due giovani che, quasi d’improvviso decidono di gettar via le proprie vite. Ed è proprio Eri che inizialmente istiga Shuji esortandolo ad ucciderla. Atroce gesto che non troverà mai consenso alcuno.
In realtà il ragazzo non solo arriverà ad evitare la sua morte, ma la proteggerà all’eccesso, liberandosi di chi secondo lui avrebbe potuto nuocerle.
Infine, facendole scudo dai proiettili della polizia che già lo inseguiva a causa delle sue efferatezze notturne a Tokyo, si condannerà da solo.
Forse proprio nell’ultimo istante della sua vita, quando si getterà per salvare Eri, il ragazzino Shuji avrà colto a pieno il significato dello sguardo del folle Demonken, che da sempre aveva inspiegabilmente riempito la sua anima sola.

Fabio Rainelli

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