neo(N)eiga - Archivio: MIKE YOKOHAMA - A FOREST WITH NO NAME

MIKE YOKOHAMA - A FOREST WITH NO NAME

Tit. orig. Shiritsu Tantei Hama Mike: Namae No Nai mori

Regia: AOYAMA shinji

Cast:
NAGASE Masatoshi
SUZUKI Kyoka
OTSUKA Nene
HARADA Yoshio

Produzione:
Yomiuri Telecasting Corp./Hama Maiku

Sceneggiatura:
SHIMIZU Takeshi

Montaggio:
OSHIGE Yuji

Fotografia:
TAMRA Masaki

Musica:
DOWSER

Anno: 2002

111 min.

Film in origine “televisivo”, sarebbe stato anche un bel ‘Pilot’ per una serie ad episodi del tubo catodico casalingo, ma è stato soprattutto un film a ‘senso unico’, a sé stante, a suo modo rappresentativo e facente parte integrante dell’inconscia cinematografia di Aoyama.

Piccola opera questa, come durata e come avvenimenti, che oltre a rifarsi lievemente per atmosfere e luoghi ad una serie americana come ‘Twin Peaks’ diventata culto soprattutto in Giappone, prende una strada tutta sua: tortuosa, al ‘limite’, trattando di destino e di volontà come in tutta l’opera, impercettibilmente profonda, del regista.

Una ragazza si è ritirata in una comunità ubicata in un piccolo paese disperso tra i boschi, boschi fitti ed in qualche modo con vaghe fattezze che assomigliano a quelle umane.

Il padre della giovane vuole farla sposare con un giovanotto già deciso da tempo dai suoi famigliari ma non da lei, e assolda per ritrovarla e riportargliela indietro uno strano detective vestito da punk.

E’ interessante l’agghiacciante messinscena scelta dal regista, ogni qualvolta un individuo esce per sempre dalla comunità, gli altri che rimangono a guardarlo applaudono ripetutamente e forsennatamente e lo circondano in un semicerchio, in modo tale da non rendere più possibile un ‘ritorno’ reso ormai inutile dalla presa di coscienza della persona del proprio destino, trovato proprio perché immutabile, presente da sempre, piantato saldamente nel terreno, che aspetta solo noi, al quale non si può sfuggire.

A fuggire dalla comunità prova anche lo stravagante detective, a suo modo, prima addentrandovicisi e trovando quello che cercava, poi riuscendo apparentemente a portarlo via con sé , ma ben presto si accorge che proprio QUELLO è il suo immutabile destino, quello di riportare la figlia al padre ed infine di ritornare nella foresta di Yokohama Mike.

Circondato dagli alberi, tutti rigorosamente senza nome, come i pazienti della comunità ora ineluttabilmente deserta, ci si accorge inoltre che neanche la ragazza salvata aveva un nome, e neanche lo strano detective, che, ritornato nel bosco, si mette a ridere ripetutamente, reiterando più e più volte l’azione, in sottofondo un delicato e continuo stormire delle foglie degli alberi che ora sembra confondersi con il rumore di applausi lontani, il destino si è compiuto, il film pure.

La reiterazione di un’azione meccanica nella poetica di Aoyama è tutt’altro che casuale, è soprattutto ricorrente, già nel suo bel ‘Tsumetai Chi’ (An obsession) del 1997 il poliziotto che perde la sua pistola e la ricerca disperatamente per tutto il film, la quale intanto è utilizzata da un killer che uccide ripetutamente con essa, non può fare a meno alla fine di entrare in un piccolo stadio vuoto e saltare, saltare ripetutamente e sempre più in alto, nel disperato e “liberatorio” tentativo di staccarsi dal destino, romperlo, liberarsi e librarsi in aria finalmente “libero”.

I personaggi di Aoyama in qualche modo sono prigionieri della pellicola, di un pezzo di celluloide, di inquadrature immanenti e naturaliste, in parte anche insistite, prigionieri coscienti, che reiterano azioni, in un mondo dove è già tutto scritto, cercando e forse trovando nell’atto stesso di ripetersi, la propria identità.

Il destino, immutabile, fisso come uno statuario albero nel bosco con le proprie fattezze, non uno a caso ma quello con le antropomorfe fattezze di chi guarda, aspetta silenzioso e paziente in un immanente e fisso primo piano, in fondo ne esiste uno per ognuno di noi, saldamente piantato con le sue radici profonde nel terreno, circondato da migliaia di altri, ma riconoscibilissimo, là nella foresta di Yokohama Mike.

Intanto i titoli di coda partono, le luci si accendono, insieme allo stormire degli alberi si sentono applausi in sottofondo, tutti per noi spettatori questa volta: il film si è compiuto, una volta ancora.

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