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GUNGRAVE: REQUIEM PER UN RITORNO, REQUIEM PER UN RICORDO

Credits

Regia: Yasuhiro Nightow

Sceneggiatura: Yasuhiro Nightow

Musiche: Tsuneo Imahori

Durata: 26 episodi, 25 min. ciascuno

Anno: 2003  

SINOSSI: la storia di due amici in un mondo e un futuro alternativo, disastrato e in costruzione. Le loro strade s’incroceranno con quelle della mafia, l’organizzazione Millennion, nella quale troveranno una casa e una famiglia. Fino a quando le ambizioni di uno si scontreranno con la necessità di amore dell’altro.

Tratta da un videogioco, la serie animata se ne distacca completamente per creare qualcosa di nuovo. Nella sterminata produzione animata giapponese, Gungrave merita un posto particolare. L’incipit è ingannevole, presenta il personaggio principale con poteri strabilianti combattere contro una serie di creature non umane. Sono tradite le origini video-ludiche. Ma già dal secondo episodio lo scenario cambia. Passato: personaggi giovani, una società in ricostruzione, spinta dalla mafia onnisciente e onnipresente, che fa capo all’associazione Millennion. Da qui inizia la rappresentazione di un’amicizia che avrà risvolti unici e imprevedibili, portandoci verso la situazione presentata nel primo episodio, ora percepita sotto una nuova luce. Non esagero quando dico che Gungrave può essere considerata la miglior erede di quel gioiello che è stato Cowboy bebop. Pur non avendo la sua continuità, non solo stilistica ma anche tematica, Gungrave risulta essere una delle più belle serie di inizio millennio. Purtroppo i difetti non mancano: nelle sequenze in cui Brandon è ormai Grave si cade verso una banalità che ricorda certa estetica manga che tutt’oggi influenza il cinema giapponese. Inoltre le animazioni non sono sempre perfette: spesso si soffre palesemente per un budget limitato che impedisce una costante fluidità nei movimenti.

Ma sono tutti difetti perdonabili paragonati al resto della produzione. Innanzitutto lo studio dei personaggi è minuzioso, quasi ossessivo nella sua ricerca antropologica. Il linguaggio è davvero geniale, spesso allegorico, sfrutta funzionalmente i movimenti della mdp e la costruzione dell’inquadratura. Anche il suono, assieme alla musica, diventa protagonista della struttura narrativa, attraverso le sue assenze/presenze improvvise, spesso controcorrente, esso diventa via per interpretare ulteriormente i singoli eventi. Si lavora per astrazione, come spesso succede in Kitano, dando forma alle collateralità, anziché ai dettagli principali. Inoltre c’è un senso malinconico profuso in tutte le puntate, una specie di malinconia per un’assenza, per la consapevolezza di un non-ritorno a un tempo o un luogo che non c’è più, che da una parte si frammenta in tante situazioni, dall’altra si unifica in una sola sensazione. È la perdita dell’innocenza che provoca il senso di smarrimento malinconico di cui si parla, la perdita di rapporti importanti (quelli di amicizia, quelli d’amore), la perdita di un tempo in cui le speranze erano ancora concrete e palpabili. 

Per meglio esemplificare il valore di questa serie intendo descrivere almeno due situazioni: la prima ritrae la prima morte di Brandon per mano del miglior amico Harry, la seconda è la lunga sequenza finale. Chi non ha ancora visto la serie in questione è meglio che non prosegua nella lettura.

La prima sequenza si svolge in un ascensore, la luce spezza a metà l’ambiente, dividendolo in due zone, l’una d’ombra, dove si trova Harry, l’altra di luce, dove si trova Brandon. L’ascensore sta salendo e l’unico rumore udibile è quello dei piani che passano. La sequenza è pregna di tensione celata, esaltata dal silenzio dei due personaggi. A un certo punto Harry palesa le sue intenzioni di tradire l’associazione, Brandon deve ucciderlo per onore della Millennion. Ma non ci riesce, perché egli vive per Harry, non ha mai preso decisioni se non quelle di seguire costantemente Harry. Brandon lascia cadere la pistola che rimane a metà fra i due, esattamente divisa fra la zona d’ombra e quella di luce. L’arma, la vera protagonista della serie, è a metà strada fra due volontà opposte e dicotomiche. Alla fine sarà Harry a sparare a Brandon, colpendolo mortalmente all’occhio, poiché è stato incapace di vedere le reali intenzioni di Harry. Brandon cadrà dall’ascensore, dopo aver frantumato la vetrata, e volerà verso l’abisso, fissando un’ultima volta il cielo, mentre Harry continuerà a salire, verso il potere, verso il suo sogno, quello di assoluta libertà.

Nella sequenza finale invece troviamo di nuovo Harry e Brandon combattere fianco a fianco. Anche qui la memoria s’impone, insieme al passato, come fosse un fantasma che si aggira nelle menti dei due amici, come se volesse farsi testimone delle loro scelte e delle loro mancanze.Come in un film di John Woo i bossoli delle pallottole cadono in continuazione, gli spari sono continui e assidui. Ci sarà però uno sparo finale il cui suono sarà celato, per amplificarne maggiormente l’importanza. Dopo quello sparo si ode una voce femminile che dice: “Bentornati”. Ora entrambi sono veramente liberi, hanno colmato quel vuoto per cui si struggevano da sempre.

Andrea Fontana

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