neo(N)eiga - Archivio: Impressioni su Hako

Impressioni su Hako

hako locandina

Hako (The Box)
Giappone, 2003, 16mm, 67', b/n

Regia, soggetto, sceneggiatura, musica:
Nakajima Kanji

Assistente alla regia:
Ishigami Jynichi

Fotografia:
Nakajima Kanji,
Yamaoka Kazuma

Scenografia:
Katsuta Akira,
Cho Takayuki,
Nakai Toshiaki,
Aiba Emiko

Interpreti:
Hayashi Koichi,
Yamazaki Shigenori,
Masaki Chie,
Miura Tom

Produttore:
Kobayashi Yoshikazu

Contatti:
Nakajima Kanji, Kanagawaku Yokohama-City

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Al Torino Film Festival 2003 c’era una scatola a rappresentare il giappone nel concorso lungometraggi.
La protagonista di Hako, un filmetto di 70 minuti scarsi fotografato in bianco e nero e basta, è infatti una vagabonda scatola nera. Essa, lei (ambiguità data dal suo essere oggetto e persona(ggio)) fa le capriole in una landa popolata da una donna, una nonna malata, due bambini (fratello e sorella), un vecchio inventore e un pazzo. Personaggi di una favola picaresca nell’azione, espressionista nell’immagine, simbolista nella messa in scena, meta-esistenziale nell’intenzione, nel senso che va oltre l’esistenza dei personaggi in gioco per toccare una serie di questioni poste da molto cinema giapponese degli ultimi anni.
La scatola appare infatti l’ennesima meccanizzazione (forse qui sarebbe più appropriato reificazione ma è lo stesso) del corpo, direi persino un ultimo stadio. Siamo arrivati infatti all’oggetto puro e provvisto di forma, non c’è più la fusione-mediazione carne-acciaio di Tsukamoto, il salto è stato fatto. Ma la mutazione non è definitiva, benché la forma sia stabile essa desidera essere altro (e chi non lo desidera), la missione del vecchio inventore sarebbe proprio quella di donare questa nuova forma alla scatola ma lei è sfuggente, non si ferma mai, procede lungo dei binari ferroviari su cui non passano treni e che sembrano non portare da nessuna parte. Avanti e indietro senza una meta, è imossibile capirne la direzione: sembra alla ricerca di qualcosa, ma di che cosa?
Intanto i bambini ci giocano, la madre di loro coltiva fiori artificiali perché quelli veri non crescono più (infatti il vecchio cura un albero malato ma con scarso risultato: o la terra è avvelenata o l’albero è un dei Charisma di Kurosawa Kiyoshi). Anche la nonna è malata (forse solo di vecchiaia, forse di solitudine): si desta una sola volta, quando la scatola le canta/suona una melodia, la quale diventerà una sorta di leitmotiv del film. Infine il pazzo adolescente, figura ormai archetipica del cinema giapponese e non solo (penso soprattutto al cinema di Iwai con Picnic o Undo o di nuovo a Kurosawa e al Mamiya di Cure). Egli in qualche modo appare il solo in grado di interpretare (ma purtroppo non di decodificare, quindi noi che rimaniamo aggrappati alla nostra logica virtuale non potremo mai capire), più o meno consapevolmente, l’assurdità del reale in quanto lui stesso ne è un prodotto. La scatola giunta alla fine del binario morto nelle sue mani si schiude e rilascia i suoi semi. Era un frutto! La sua sepoltura è la via per la sua rinascita: la nuova forma che cercava la scatola era quella di un albero, un albero d’acciaio.
D’altra parte era prevedibile, gli indizi erano evidenti a partire dalla coltivazione di fiori artificiali: in questa wasteland non esiste più assolutamente nulla di naturale perché tutto muore e niente ricresce. Solo la macchina (animata ma non viva) pare bene accolta da questa terra malata. E non credo nemmeno che si possa parlare di vita per la nascita dell’albero, è un’altra (ri)animazione artificiale tutt’al più.
Ma non finisce qui, la strada è ancora lunga e l’albero aspetta solo che venga riaperta. Ci pensa la bambina a tracciare i binari che mancano, in fondo basta un segno sulla sabbia che faccia da guida, dopo di che altri frutti cadranno e rotoleranno via, fischiettando. (lcs)


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