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INFECTION

infection

Titolo originale: Kansen

Credits

Di Ochiai Masayuki.

Con Hada Michiko, Hoshino Mari, Kimura Tae, Sato Koichi, Takashima Masanobu, Minami Kaho, Sano Shiro.

Basato sul racconto di Ryochi Kimizuka.

Scritto da Ochiai Masayuki.

Distribuito dalla Mikado – Timecode.

Giappone 2004.

Uscito nei cinema italiani il 3 giugno 2005

Colpa endemica, “colpevole” fragilità atavica.
Tutto si diffonde come una virulenta ma necessaria ed incontrastabile infezione in questo film che si basa sul colore rosso e sui suoi derivati cromatici.
Si diffonde come una infezione, un modo di pensare, una filosofia di vita, una vera e propria putrescente radicata cultura in una società incurante che si spinge sempre più irresponsabilmente ma soprattutto irrispettosamente ai limiti, come già in The Kingdom anche meglio in Epidemic entrambi di Lars von Trier.
Ochiai Masayuki dopo Hypnosis, trova un materiale infinitamente più adatto alle sue capacità figurative di costruzione dell’inquadratura, in questa pellicola che ha un proprio endemico motivo di essere, anche solo per il contesto culturale giapponese in cui si svolge.
In un ospedale davanti alla cui vecchia facciata vi è un giardino abbandonato in cui una altalena continua insistentemente a dondolare senza nessuno, producendo un rumore di freddo attrito, di ruggine, di qualcosa che non procede nel modo ‘giusto’.
Stanno finendo le scorte di medicinali, di garze, e di tutto il materiale sanitario; gli apprendisti, anche con tutto il loro genuino impegno, continuano ad essere dei pericolosi incapaci, il personale è inesistente, a parte un paio di figure che devono lavorare il quadruplo, i dottori ed i chirurghi non possono più curare tutti gli ammalati, e contro la loro etica lavorativa ma in perfetto accordo con la nuova politica “aziendale” dell’edificio, devono dimetterli senza averli davvero curati.
Un paziente, completamente devastato da bruciature e coperto su tutto il corpo con garze che non fanno vedere nulla dell’individuo, è il pivot di sceneggiatura e stilistico.
Nella cultura orientale, ciò che è nascosto, celato da qualcosa, porta, di solito, brutti auspici ed il più delle volte rappresenta qualcosa di maligno.
“Maligno” nel senso che porta male, dolore, anche verità a volte, indipendentemente da supposta cattiveria o bontà, comunque non nell’accezione manicheistica del termine.
Durante tutta la pellicola il paziente, dopo essere deceduto, si decompone in maniera putrescente, come il senso di colpa che dilaga, come l’infezione che prende tutto il microcosmo ospedale.
Il rosso è parte integrante della regia, infatti “è l’unico colore…” come dice la psicologa nella pellicola “… che riusciamo a vedere senza cambiamenti alcuni, sia sotto una fortissima luce, sia nella penombra… questo dimostra che questo tipo di colore che vediamo è solo nella nostra mente”.
Il rosso allora è l’infezione che dilaga su tutti e tutto, passa attraverso la mente, le ideologie, la cultura, i contesti, il senso di colpa, si trasmette su tutti e tutto, perché un modo di pensare ed un ordine di (non) valori etici e morali si possono trasmettere molto facilmente nella mente di chiunque.
Tutta un’amorale visione del mondo eretta a sistema diventa realtà, come la finzione. E le strutture ospedaliere nella diegesi del film ne sono la putrescente struttura.
Ed allora come Carpenter insegnava già nel suo bellissimo Seme della follia, la visione soggettiva dilaga e sarà quindi possibilissimo vedere con gli occhi della psicologa, per esempio, le uscite di sicurezza dell’ospedale colorate di rosso quando fino a qualche minuto prima erano del canonico verde, testimonianza implacabile del fatto che l’infezione ha preso anche lei che pensava di esserne fuori, immune.
Le facce degli attori sono tutte rappresentative di un modo di concepire la messa in scena, di quel tanto di “teatrale” che basta per creare l’atmosfera grottesca e vagamente sopra le righe, gli sguardi  sono inespressivi, nel senso che non fanno volutamente filtrare emozioni, sono lineamenti marmorei con un corpo semovente che scrutano l’oscurità dei lugubri corridoi.
Maschere, che non nascondono, anzi, creano una vera e propria epifania di sensazioni a pelle (come la maschera del gatto-bambino).
Quando l’infezione sta dilagando, quegli stessi lineamenti, quelle maschere sguaiatamente ridono, ci osservano con le orbite oculari sbarrate, con un sorriso e risate che non sono umanamente accettabili, ricordando per arcane armonie quel capolavoro di "narrativa-ludica con direttore della fotografia" che è Silent Hill.
L’infermiera si avvicina alla cinecamera con tutte le siringhe infilate nelle braccia e nelle mani, lei sorridendo si avvicina a noi, con una lunga inquadratura fissa giovani infermiere che prima non parlavano, ora riprese di spalle sedute su una sedia a fumare, ridono, si girano tutte d’un colpo.
Maschere che lentamente scivolano via, anche quella del paziente devastato da bruciature.
Perché la morte è un fatto naturale ed inevitabile, il problema di noi fragili uomini è quello che facciamo accadere dopo, con bugie, volgari menzogne e verità soppresse in malo modo che generano virulente infezioni.

Davide Tarò

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