neo(N)eiga - Archivio: Impressioni su INNOCENCE

Impressioni su INNOCENCE

tit.or. Innosensu / Innocenza

Regia e sceneggiatura: Oshii Mamoru.

Musiche: Kenji Kawai.

Direttore dell’animazione e character design: Okiura Hiroyuki.

Giappone 2003.

Durata: 1h40’.

Innocenza.
Un film anche e soprattutto “Oshiianamente Oshiiano” prima di tutto, non tanto parte seconda di un’opera intitolata in altri sogni cinematografici ‘Ghost in the shell’.
Oshiianamente Oshiiano perché è un film di Oshii, fatto da lui e per lui, con le sue idiosincrasie, le sue ossessioni, le sue intuizioni, in una sorta di innocenza della poetica della sua visione sempre immanente.
Visione che non cambia, mai, piuttosto si amplia, contorce, si ripete, mai uguale, ma simile a sé stessa, come i movimenti reiterati di un pupazzo: inumani perché meccanici, inquietanti perché antropomorfizzati .

Innocenza.
Della visione prima di tutto, quella stessa visione che ci suggerisce, ci fa intimamente sentire che i pallidi, bianchi, lucidi visi di bambole/ simulacri (o cyborg come Bato e Kusanagi, poco importa) siano effettivamente “noi”, in un riflesso di uno specchio, tra realtà e ‘messa in scena’ della stessa.
Simulacri con un ‘ghost’, uno spirito, quello stesso che gli “doniamo” con la nostra visione (o nella diegesi del film l’essenza dei pupazzi donata con gli spiriti di piccole bambine umane…).
Innocenza della visione quindi, ma non di un fantomatico ‘grado zero’ del cinema, ma invece e soprattutto di una visione culturale riguardante le figure (in movimento) e le icone (immobili) del sistema occidentale, che una vera e propria innocenza visiva non hanno più, quella stessa che per gli orientali è al contrario immanenza di ‘qualcosa’ riguardante una figura fissa o in movimento, in una bambola, in un simulacro, perché nulla è “finto”, tutto è specchio deformato di qualcos’altro, esistente.
La lunga scena del capodanno cinese è rappresentativa in questo, con innumerevoli corpi di persone coperte da maschere, enormi roghi purificatori dove bambole e simulacri con occhi sbarrati/vivi vengono gettati/sacrificati per far nascere l’anno nuovo, titaniche marionette di figure divine si muovono a scatti tra petali cadenti, tutto è vivo, bisogna soltanto saperlo vedere in un’ epifania di qualcosa di “oltre”.

Innocenza.
Innocenza
del cane di Bato, suo simulacro, compagno, figlio, pupazzo di nome Gabriel, essenziale, animato demiurgicamente da un Hiroyuki Okiura (Jin Roh) in stato di grazia che riesce a dare un’anima a dei tratti disegnati. Gabriel è essenziale perché quella “animata” che scodinzola affettuosamente con i suoi placidi occhioni al padrone all’interno dello schermo, è la visione di Oshii. Gabriel per Oshii è la visione del mondo, con “cani” ( i kerberos…) e “gatti” (presenti anche nel film sottoforma di maschere) rappresentanti due modi di vedere la realtà completamente differenti ed inconciliabili, non ancora completamente capita, non assimilata perfettamente, ma ricercata, questo si, dal profondo del suo spirito.
Innocenza della Cgi, utilizzata nel primo Ghost in the shell genialmente, per riprodurre poeticamente ed in maniera lucidamente sottile e “falsa” la resa della profondità di campo (Motoko nella immanente scena del canale), qui invece, o purtroppo, viene utilizzata per la creazione di interi scenari, dove si vede il ‘rendering’ delle superfici, se negli esterni ciò può risultare interessante, negli interni dà una fastidiosa sensazione di ‘videogioco’ sicuramente voluta dal regista (L’entrata della casa degli inganni), simbolo forse questo, di una innocenza dei giapponesi che devono ricordarsi di “utilizzare”, non tecnicamente, ma eticamente e poeticamente la computer graphic nel 2d come hanno già saputo felicemente fare in passato.
Innocenza infine, come quella percepita delle bambine, quelle stesse alla quale viene rubato lo spirito e messo in bambole-gheishe dalle fattezze infantili chiamate sexaroids (Non voglio diventare una bambola!… urla meccanicamente una bambina con gli occhi sbarrati/fissi dalla paura che assomigliano troppo alle algide fattezze di una bambola ).
Innocenza dell’infanzia della visione quindi, degli occhi vitrei e “vergini” dei pupazzi, delle bambole, dei simulacri, dei bambini, degli animali (cani, pesci ed uccelli): occhi enormi, come nell’ ‘estetica manga’, dove possono prendere posto le più intime nostre essenze, oppure vitrei e piccoli a losanga dove sembra dover fuoriuscire senza freni da un momento all’altro una visione di mondo ed esistenza che per Oshii continua ad essere, fortunatamente, il cinema.

Davide Tarò.

Top | Torna all'indice

mini logo | | Licenza Creative Commons


Sito ottimizzato per IE5.5+, Netscape 7+, Opera 7+, Mozilla 1.0+, Safari 1.1+ | risoluzione consigliata 1024x768