neo(N)eiga - Archivio: KUMONOSU QUARTET LIVE “Presenze” passeggere al cinema in una notte d’estate.

KUMONOSU QUARTET LIVE
“Presenze” passeggere al cinema in una notte d’estate.

“[...] Quel che non vediamo più ma che certamente è esistito…” Tsubokawa Takushi

Ricordo sfocato di una notte d’estate.
Momento dell’anno in cui le lucciole si muovono  e dolcemente planano sui campi notturni.
Musica da vecchia fisarmonica. Un violino prende voce quasi dalle profondità della terra. Poi una tromba ed un sax gli fanno seguito.
Quella di lunedì 19 luglio 2006 è stata una serata molto particolare per il Cinema Massimo, la sala di proiezione del Museo Nazionale del Cinema di Torino.
Si è potuto constatare come in una sala cinematografica, in penombra, con luci soffuse ed una pellicola che si ostina caparbiamente a raccontare fantasmi dimenticati da qualche visione, su un muro, possano trovare luogo anche dei corpi, su di un palco, in movimento, davanti ad increduli e divertiti spettatori, corpi fatti di sangue, odori e tatto, e anche di voce e di musica.
“Presenze”.

Kumonosu ImbarchinoKumonosu ImbarchinoKumonosu Imbarchinokumonosu MNCKumonosu MNCKumonosu MNC

Presenze più tangibili di quelle altre presenze, di quelle proiettate sul muro magico cinematografico che di carne non ne hanno?
Pare singolare che in una sala dove di solito (e per vocazione intrinseca) si visionano nel buio pellicole di ogni genere, provenienza ed annata si possa essere stati testimoni di un evento “live”, collegato però strettamente a chi quelle immagini le produce e le fa vivere sullo schermo.
La pellicola Utsukushiki Tennen (Le nuvole di ieri, 2005) del regista Tsubokawa Takushi, anche membro fondatore di questo originale ensemble musicale costituito da sette elementi, è stata testimone dell’arrivo dell’intera band, della lenta entrata in sala, preceduta da una malinconica musica di violino e vecchia fisarmonica.
Era la presentazione “dal vivo” del primo spettacolo della pellicola del 2005 già vincitrice del Torino Film Festival.
Film malinconico di lievi cose passeggere, di vento, di tempo, di suono, di pensieri: le immagini cinematografiche.
Nella diegesi di quest’opera, un ragazzo, che deve consegnare la seconda ed ultima bobina della pellicola che lo ha entusiasmato, scopre che alla fine del film la sua beniamina muore: non accettando questo fatto, nasconde la bobina sotto terra, impedendo che le alte persone del villaggio possano scoprire come termina effettivamente la storia.
Tra maschere di gatto indossate da bambini in prati fioriti, tenera malinconia allo stato puro di cose passate destinate a non tornare più, la pellicola si dipana con una lievità e una poesia rare e preziose.
Note cangianti di musiche ormai estinte.
Poi, la sera, dopo la proiezione di un cortometraggio muto d’epoca, Il triciclo di Dicembre - un vero e proprio “falso d’autore” realizzato dal medesimo Tsubokawa sul modello dei tragici drammi d’amore degli anni 20’- lo spettacolo “live” può finalmente iniziare con un narratore in carne ed ossa posizionato davanti al leggio, che, lievemente illuminato, da vita a diafane ombre alle sue spalle, e si sistema al lato del grande schermo, in basso.
Le immagini cominciano a prendere vita in un livido e malinconico bianco e nero.
Il narratore comincia a raccontare e mimare le immagini, come da prassi all’epoca dei benshi, donandogli una presenza diversa dal solito, in quella luce mistica che sembra provenire da chissà quale luogo, da chissà quale tempo di memorie dimenticate…
Poi, alla fine della proiezione, il concerto.
I sette membri del gruppo entrano a passi felpati. La sala è completamente buia.
Ciascuno di loro è “scortato” da soffuse luci accese sulla testa alla maniera di candelabri di altri tempi…
Paiono lucciole che ondeggiano nei campi bui delle notti d’estate.
Dolcemente si posano in mezzo agli spettatori.
Poi tornano sul palco.
Canzoni folk, vecchie brani anni 20’ e 30’ ripresi con ritmi gitani. Un membro dell’ensemble porta un’enorme maschera di gattone (autoprodotta), con luci intermittenti dietro ai grandi e lividi occhioni “gattoneschi” che guardano noi spettatori e chissà cos’altro ancora.
Un rituale, una festa in un luogo (la sala cinematografica) che fino a metà del secolo scorso luogo di festa lo era davvero, e luogo di incontro, dove i piccoli ed i grandi si potevano trovare faccia a faccia con un “aldilà”, un tempo festivo che solo grazie all’epifania di una proiezione, diventava festa in piazza, come un antico falò dove tutti ballano al ritmo di arcane note che i Kumonosu Quartet hanno fatto rivivere una volta ancora con divertimento e malinconia nella sala 3 del Cinema Massimo.
Ricordo sfocato di una notte di estate…

P.S.: Mi sento in dovere di ringraziare, per la bellissima serata, tutto l’ensemble: Aketa Mino (l’inquietante gattone) che si dilettava a improvvisare  delle caricature deformed/ricordo di viaggio a tutte le “prestanti e belle facce” del gruppo neo(N)eiga (e del nostro Stefano Boni… non dimentichiamo), ed inoltre sax soprano, sax contralto e tromba del gruppo.
L’arcana e “zannesca” simpatia della voce di Kataoka Shojiro, la chitarra ed il banjo di Hirano Hiroyasu, il trombone di Sasaki Kaori, il basso di Watanabe Yoshinori, la batteria di Uehara Miwa e la fisarmonica nonché l’arcano incanto del tutto Tsubokawa Takushi.
Un sentito ringraziamento anche al MNC di Torino e alla JF di Roma.
Arrivederci, stralunato gruppo di chindoya deambulante in zone di confine.
Arrivederci!

 


Davide Tarò

Top | Torna all'indice

mini logo | | Licenza Creative Commons


Sito ottimizzato per IE5.5+, Netscape 7+, Opera 7+, Mozilla 1.0+, Safari 1.1+ | risoluzione consigliata 1024x768