neo(N)eiga - Archivio: LAST EXILE.

LAST EXILE.

Giappone 2003.

Serie Tv, 26 episodi.

Regia generale di Chigira Koichi.

Character designer originale:  Murata Range.

Production Designer: Maeda Mahiro.

Musiche originali: Dolce Triade.

Produzione: Studio Gonzo.

Distribuzione italiana: SHIN-VISION

Quanto i cieli sono davvero importanti per la regia dell’animazione giapponese?

Sicuramente hanno una importanza essenziale per una “anima perduta in volo” come Kawamori Shoji già regista di opere, tra le tante, quali la pellicola dedicata alla serie Macross  (Chōjikū yōsai Macross: Ai oboeteimasuka / Macross: Ti ricordi l’amore?) del 1984,  la regia di Macross Plus nel 1992, stupenda miniserie oav in anticipo di una decina di anni sui tempi animati e cinematografici, e la supervisione ed il soggetto de I cieli di Escaflowne (Tenkū no Esukafurōne) serie cult e plurisemantica del 1996, con una fitta sceneggiatura sviluppatasi in cinque anni di lavoro dello staff.

Sul solco di questo fecondo precursore si snoda questa studiatissima e cangiante serie, forse in piccola parte  dolcemente “sgraziata” sul piano dell’omogeneità formale, ma densa e pregna di significati profondi e genuini, che usa la grammatica base della regia degli anime a suo uso e consumo, per fare intravedere un altrove, della visione e della sua rappresentazione, narrandolo, dandogli un senso semiotico prima che di ferrea sceneggiatura.

L’ultimo esilio.

Da cosa? da dove?

Da un luogo di nascita, da un periodo denominato infanzia, dalla famiglia come potrebbero essere gli amati padri piloti di vanship dispersi nei cieli per Claus e Lavie, dalla, potrebbe pur essere, felicità perduta e sempre, in qualche modo ricercata e forse non trovata.

Potrebbe essere anche uno strumento, divino, una chiave, per aprire porte chiuse da troppo tempo.

L’ultimo esilio.

Una storia complicata.

O meglio, non “raccontata”, nell’accezione standard del termine.

Ma “illustrata” per dissonanze armoniche, in assenza, si potrebbe dire traslata.

Difatti noi spettatori seguiamo le vicende, la crescita e le imprese sempre più complicate e difficili di Claus Valca  e Lavie Head , due ragazzini che diventano piloti di Vanship per seguire le orme paterne e solcano i cieli di questo mondo, completamente utopico ed anacronico, del tutto inventato su impressioni ed atmosfere di vestiti di uniformi tedesche, prati e foreste ricordanti la verde e lussureggiante Irlanda, e sterminati deserti dell’Africa.

Ma la storia, il fulcro e l’humus dello “svolgimento” dei grandi eventi che faranno muovere questo mondo, non la si vede, è ben nascosta nell’ombra, mentre il meccanismo va avanti, noi spettatori come Claus e Lavie, quasi fratelli e compagni dalla nascita, da quando i due padri fraternamente vivevano insieme con le famiglie in un'unica grande famiglia allargata siamo “soltanto” spettatori.

Il mondo di Last Exile è formato da vari ambienti, la città e le vicinanze boschive di Anatorey, da dove il viaggio inizia, dove Claus e Lavie sono cresciuti e Disith, città–impero in cui è presente una struttura aristocratica con a capo l’imperatore, dove l’inquadramento militare e titolo nobiliare sono strettamente e reciprocamente legati.

Poi, a parte, vi è la Gilda, una casta superiore di uomini e donne che possiedono conoscenze e tecniche superiori, quasi “aliene”.

In questo mondo così siffatto, è in pieno svolgimento una guerra fortemente voluta dalla imperiale ed ottusa Disith, contro città meno “qualificate” militarmente quali Anatorey, la gilda si limita, apparentemente, a fare da arbitro imparziale.

Poi, vi è la nave Silvana, una enorme struttura volante che non vuole ne può appartenere a nessuna di queste forze in campo, neppure, soprattutto, alla Gilda.

La comanda il giovane Alex Row, con degli enormi  sensi di colpa verso il grand stream, il grande oceano dei cieli, oltre il quale vi è nascosto da tempo immemore L’Exile, forse, con una colpa incancellabile e dolorosissima per quello che non riuscì a far da giovane, abbandonando i padri  di Lavie e Claus al loro destino, loro credettero, scomparvero per sempre nel grande blu, ma per un sogno, per una visione, lui invece la perse.

 “E tu cosa vorresti fare in questi cieli?” chiede un Alex quasi mentore al giovane Claus, il tutto, più che citazione forbita ad opere quali Macross Plus, è una memoria consapevole e vissuta sulle proprie visioni, di molti sogni animati passati da Kawamori Shoji in primis, e da Chigira Koichi stesso poi.

Infatti Chigira in questa serie, pur restando sul solco tracciato dal mentore, riesce a dare una profonda impronta malinconico esistenzialista al tutto, di desideri da avverare, col sudore, la fede il sacrificio e la redenzione, in un contesto di un “realismo magico” che ricorda per sottili armonie la malinconia del perduto eden dell’infanzia, con gli avi che stanno a guardare, magari proprio appena dietro a due bambini fotografati moltissimi anni prima con i loro genitori ancora in vita, in una foto in bicromia dolcemente sgualcita e consumata dal tempo, ma sempre, sempre conservata là dove i ricordi più preziosi riposano.

La modalità di regia non indugia un attimo a soffermarsi su dettagli di pugni che si chiudono, di lacrime furtive che cadono su una mano, su determinate espressioni del viso di alcuni personaggi, o al contrario di seguire una complicata azione in aria, alternando soggettive dei piloti ad oggettive della Gilda, o forse perché no, dei cieli stessi.

“Realismo magico” come già detto che si esplica in un mondo fatto di invenzioni vagamente ricordanti quello già esistente, con invenzioni prese soprattutto da inizio ventesimo secolo, che ha gettato le basi della tecnologia moderna,  ma anche dai vestiti delle uniformi dell’aviazione tedesca, il tutto con una sembianza di altro-mondo completamente ricreato negli usi e nei costumi, operazione mastodontica questa non nuova soprattutto nell’animazione giapponese, che può ricordare la sua più grande ed incompresa pellicola: Le ali di Honneamise eccezionale opera del 1987.    

L’uso del 3D, incastonato nel disegno 2D, soprattutto per il mecha design di navi da combattimento o da ricognizione, come tradizione dello studio Gonzo, e per volere dell’ormai veterano Maeda Mahiro (Blue Submarine n°6), ormai riesce ad essere “eticamente giustificato” dalla forte presenza di macchinari di ‘un altro mondo’ come concezione e funzionamento.

I titoli stessi di ogni episodio sono scritti e letti in italiano da una bravissima Letizia Ciampa voce di Lavie Head) in un inglese dalla pronuncia perfetta ed allo stesso tempo dolce, suadente e perfettamente rappresentativo dell’episodio, ‘Interesting Claus’, ‘Arbiter Attack’, ‘Discovering Lucciola’ sono solo alcuni dei titoli più suggestivi ed “alieni” dalla concezione stessa di anime, di lingua giapponese stessa (ed anche italiana nell’edizione nostrana), rafforzando quella sensazione di altro mondo così ricercata e trovata.

Assolutamente non ultime le musiche tambureggianti, dalle profondità di etnie folk di antiche musiche e canti scozzesi perlopiù, evocanti con forza, iconoclasticità ed una ormai sempre più rara grazia, un magico e perduto altrove.

I Dolce Triade sono paragonabili solo a Kanno Yoko (Wolf’s Rain, Macross Plus, I cieli di Escaflowne, Cowboy Bebop), Kawai Kenji (Devilman Oav, Patlabor, Ghost in the shell, Innocence, Ringu) Mizoguchi Hajime (Jin Roh) e Himaori Tsuneo (Trigun) che sono essenziali per le opere che musicano.

“Essenziali” nella vera accezione del termine, rappresentanti cioè l’essenza del prodotto, dandogli un valore, una identità ben precisa, una direzione che senza quel particolare tipo di suoni e musica, l’opera non riuscirebbe ad avere.

Last Exile è quello che è grazie alle partiture particolarissime ma mai gratuite di questo gruppo così particolare.

L’ultimo esilio.

Da cosa?

Da dove?

Davide Tarò

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