neo(N)eiga - Archivio: MAREBITO.

MAREBITO.

DVD Marebito cover

Credits

Regia: Shimizu Takashi.

Sceneggiatura: Konaka Chiaki.

Musiche: Takine Toshiyuki.

Cast: Tsukamoto Shin’ya, Miyashita Tomomi, Nakahara Kazuhiro.

Durata 92’.

Giappone 2004.

Che Marebito sia un film non riuscito è vero, che non sia interessante, questo è più opinabile.
A Takashi Shimizu interessa, come già intuito nella saga multiremake  Ju-on, la percezione della verità, o meglio della “visione” sotto il filtro della paura e della tensione.
Non erano un caso quelle lunghe inquadrature soggettive di corridoi coperte dal nero di essenze malefiche nei vari Ju-on , etichettate, forse non del tutto a torto, come sterili prodromi dello pscychothriller/Saiko Hoora  nipponico ormai agli sgoccioli.
In realtà, la visione, la rappresentazione di essa, è essenziale nella filmografia di Shimizu ( che “é” un numero inenarrabile di versioni del Ju-on televisivo, oav, film e remake americano…), non tanto quindi la storia vera e propria, che, guarda caso, è sempre e comunque opinabile e ripetitiva.
Riprese in digitale fatte in otto giorni per una visione soggettiva della accettazione della paura più profonda ed atavica: la visione di un “al di là”.
Un mondo sotterraneo con il quale prima o poi fare i conti, un mondo delle tenebre complete, avviluppanti, totalizzanti, appartenenti per diritto divino alla razza umana.
Le inquadrature sono realmente insopportabili da guardare e vedere nel film, di quella insopportabilità etico-visiva, di quel “pressapochismo” della visione che è propria delle soggettive, delle finte oggettive, e delle riprese in digitale con camera a mano in genere.
Eppure E’ questa la vera e propria essenza, l’insopportabile eppur splendido Humus di Marebito, un corpo nudo bianco ed invitante a suo modo di un fanciulla/spettro/oni che attende di essere vista ed osservata dai più profondi abissi nel quale prima o poi si dovrà guardare, di cui facciamo indissolubilmente parte.
Le inquadrature, danno la visione di chi vede la paura, non la “visione” totalizzante che E’ la paura.
Intuiamo, che il cineamatore , protagonista della storia, solo nel finale VEDA quello che ha cercato per tutta la vita nello sguardo degli altri, tanto che viene ripreso lui alla fine dalla donna con la sua videocamera digitale.
La realtà prende forma pian piano che viene ripresa dal fascio verdognolo della videocamera nelle tenebre più buie.
Che siano macchinari come videocamere digitali, che siano le cornee di gente terrorizzata sino allo spasimo, che sia una pellicola, che sia un prodotto televisivo o dvd/vhs queste non sono altro che mediazioni, filtri, su cui far rimanere impressa l’impressione della visione della paura.
Shimizu questo lo sa bene, ha imbastito tutta la sua poetica sulla visione, ed è certo una soluzione interessante e non priva di stimoli il mettere un regista come Tsukamoto Shin’ya, carnale all’inverosimile, motore metallico, cuore e muscoli pulsanti all’unisono sangue cinematografico, in un film così “teorico”, sulla visione, o meglio sul riflesso della visione della paura.
Forse non si è ancora capito, ma qui non siamo molto distanti, almeno teoricamente, dalle parti del bellissimo saggio ‘La morte ogni Pomeriggio’ di André Bazin, dove la visione della morte, registrata di un torero, può con il linguaggio cinematografico, essere ripetuta per sempre, ora, quel momento fatalmente breve e SACRO,  può essere rivisto “ogni pomeriggio”, vale a dire, togliendogli ogni sacralità, perché non più avvenimento unico ed irripetibile (come dovrebbe essere la morte).
Prendere, registrare per sempre la visione diretta della paura, è eticamente e moralmente sbagliato quasi al pari di riprendere la morte, di quel “moralmente sbagliato” di cui molti film di cassetta hollywoodiani si sono ormai accorti a loro spese,  di qualità e pubblico.
Il cinema giapponese in questo si è sempre mosso “in absentia” se possibile, anche inconsapevolmente, per affinità elettive e culturali se vogliamo, riprendendo l’anima degli  ambienti, reazioni emotive delle persone, la loro gestualità, qualcosa che insomma potremmo definire come la figuratività della visione della paura.      
Marebito potrebbe molto probabilmente servire a questo, essere un piccolo documentario sulla visione della figuratività della visione della  paura, raffigurare un qualcosa “in absentia” insomma, un dolcissimo e teorico requiem  per lo Saiko Hoora, ammesso che di genere si possa ed abbia ancora senso parlare, fatto da un regista che in questa visione ci si addentrato ben profondamente.
E’ disponibile in italiano nella linea Dolmen.

Davide Tarò

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