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Miike Takashi: “schizzi di china”

di Davide Tarò

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Questioni di (non!?) stile

Innanzitutto non esiste un fantomatico “stile” anime, né tantomeno uno “stile” manga.
Per alcune poetiche e stilistiche però, soprattutto riguardanti certo cinema e certi autori, il dubbio può sorgere legittimo, può insinuarsi nei meandri delle inquadrature sinuose e baroccamente sature di elementi, non atti alla “pacifica” convivenza dei sensi cinematografici, o almeno non a quella a cui siamo stati abituati.
In qualche modo per il cinema di Miike Takashi, il discorso si può ingrandire, guardarlo sotto un’ottica di specchi, più di contaminazione che di vera e propria ispirazione, forse, ma le ragioni di tali contaminazioni per loro stessa natura, trovano il più profondo motivo di essere nel modo di pensare e rappresentare dell’estetica cosiddetta “manga” ed “anime”, cioè nelle modalità figurative, narrative e di ritmo che la narrativa disegnata giapponese può dare.
Opere quali Iichi the killer, Audition, Andromedia, Fudoh, Mpd Psycho, Silver, Tennen Shojo Mann e Next, The Happiness of Katakuris, Dead or Alive 2, Full metal yakuza, e molti altri devono molto ad una persistente “patina” dovuta ad una stilistica ipercinetica, abbondante e satura di umori e sentimenti tratteggiati sinteticamente, in una legge di fisica e di rappresentazione scenica ancor più differente e fantasmatica, se possibile, che quella cinematografica, dove differente significa davvero “differente”, proveniente da un modo altro di rappresentazione iconografica, dove gli oggetti, i pesi, le forme possono (e devono) avere diverso significato, funzione e soprattutto “peso” nello spazio scenico.

Tennen Shojo Mann Next

Una inquadratura in cui una pioggia battente di colore verde fatta in computer grafica sullo sfondo, completamente “fuori” diegesi visivo estetica, cade copiosamente e malinconicamente in una spiaggia al tramonto, ben visibile nel poetico finale della serie Tennen Shojo Mann Next e poi ripreso in parte nella serie Mpd Psycho,  può rendere una parte di idea.
Una sequenza davvero disturbante e spettacolare si ha in Fudoh, dove senza remore una spogliarellista-killer uccide tramite un micidiale e perfetto lancio di un dardo avvelenato espulso a mo' di cerbottana dalla sua stessa vagina, un uomo di potere protetto da moltissime, ed inermi, guardie del corpo.
Questa sequenza se ad una prima impressione può ricordare i manga etichettati come hentai, nella sua modalità di rappresentazione, nella sua grammatica base visiva, vi possiamo ravvedere eredità ricordate quali quelle delle donne sinuose nude e fatali dei manga del disegnatore Ikegami Ryoki, noto ai più per Crying Freeman (ed. Granata Press), o a autori a tutto tondo quali Yamaguchi Takayuki con il suo Il destino di Kakugo (ed. Dynamic Italia).
Questo non tanto per quello che si vede, vagine trasformate in buchi neri dell’inconscio ed in armi  terribili, ma per la modalità di rappresentazione, primissimi piani di queste cose nei fumetti vengono alternati ad azioni rapidissime, che prendono una, due, tre vignette tutte unite in un montaggio ben preciso, dal particolare all’universale.
Il cinema di Miike, quello che più è debitore a quella che si potrebbe avvicinare ad una fantomatica e supposta “estetica manga”, fa essenzialmente questo, mette insieme dei pezzi, allargandone gradualmente il campo.
Nei molti dei film tratti dai manga di Maki Hisao (Silver), di Koshiba Tetsuya (Tennen Shojo mann) e di molti altri non sono stati citati direttamente, la supposta “influenza” manga, negli sprazzi dove vi è, va al di là, il più delle volte, dalla provenienza della singola storia originale, radicando la tesi che lo stile di Miike sia permeato già di suo, per gusto figurativo, per concezione rappresentativa, per affinità elettive se vogliamo, a questo cosiddetto stile manga/anime.
In effetti il cinema di Miike è così libero ed imprevedibile da non far fare neppure troppo caso a questa unione, questa sacra alleanza tra due modalità di rappresentazione assolutamente non lontane eppure raramente usate così naturalmente ed “eticamente” insieme.
Detto questo, si può trovare più di un certo tipo di influenza “manga” in molte inquadrature di Miike che tendono a ripetersi in tante sue pellicole , come quella di una donna (il più delle volte) ripresa di spalle che gira lentamente la testa verso gli spettatori, come in Audition, The Call, Gozu e Zebraman per citarne sono alcuni, come gusto figurativo, come modalità di rappresentazione appunto molto più debitrice della narrativa disegnata, che in intere sequenze di ragazzine che si picchiano o di wrestler-donna che danzano sul ring.  
Inoltre non sono rare inquadrature che mettono in campo di solito due persone, messe in cornice da angoli retti di porte, finestre, corti e stretti corridoi.
Questa abitudine del regista, porta a chiedersi cosa mai siano quelle inquadrature messe in un quadro più piccolo, più limitato, focalizzato a modo suo, quasi un mondo a parte, una tavola, una striscia disegnata, rappresentante un nucleo temporaneo, di famiglia, di affetti, di amicizie, di amore.
E’ inquietante e singolare a pensarci bene, ma in fondo è naturale, Miike, un vero e proprio stile non lo ha, tantomeno uno denominato “manga” o “anime”.
Però è anche assolutamente vero che la stilistica e le modalità di regia di Miike dalla narrativa disegnata e dai suoi crismi spettacolari e dai suoi modi di rappresentazione dell’azione, del movimento, e della presenza, ha ereditato una insostenibile ed irresistibile leggerezza dell’essere, della rappresentazione.

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