neo(N)eiga - Archivio: RITORNO 'AL', E 'QUADRATURA', DEL CERCHIO. 2/2

RITORNO 'AL', E 'QUADRATURA', DEL CERCHIO.

Tit. or.: Haru No Ugoku Shiro.

Regia: Miyazaki Hayao.

Sceneggiatura: Miyazaki Hayao, tratta dal romanzo omonimo di Diana Wynne Jones.

Musiche: Hisaishi Joe.

Animazioni:  Ando Masashi

Giappone 2004.

119 Min

Il castello errante di Howl

Quest'ultimo film di Miyazaki, in origine destinato alla regia del promettente Hosoda Mamoru (regista dei primi due film dei Digimon), mette innanzitutto in scena il percorso a "ritroso" di una vecchia sino alla sua giovinezza, o meglio di una giovane diventata vecchia per un malvagio sortilegio, che ritorna nuovamente ragazza, magari non identica a prima però (acquisterà infatti nella diegesi del racconto un “bel” colore cenere caratteristico della vecchiaia che prima non possedeva),  con la consapevolezza del divenire delle cose ed un po' più di saggezza e di fiducia nei confronti della promessa del mondo che è la vita.

Di solito si è sempre trattato di un percorso dalla prima infanzia alla adolescenza, al più dall'adolescenza alla maturità, tranne rari casi come in Porco Rosso, dove il  'fu'  Marco Porcellino vive però nei ricordi struggenti e dolorosi del passato.

Qui la storia, tratta dal bello ed omonimo romanzo del 1986 scritto dalla scrittrice inglese Diana Wynne Jones, ha una concezione di eterno ritorno circolare del tempo (Howl vede nella sua triste e solitaria infanzia in un momento fatalmente breve dove passato e futuro magicamente si confondono, la sua futura compagna che aspetterà fiduciosamente e disperatamente sino all ' "inizio della pellicola" che si svolge all'incirca una decina di anni dopo) assolutamente congeniale alla poetica ed al modo di fare cinema del regista.

Miyazaki plasma la materia originale scritta per farne un ideale teatro delle sue concezioni ed idiosincrasie, la guerra, l'insicurezza di essere non belli e non piacere (anche fisicamente) al prossimo, il naturale bisogno di una famiglia 'allargata' formata soprattuto da amici e compagni di ventura, il confronto tra civilizzazione e consueguente urbanizzazione e la ruralità in scenari divisi ancora magicamente sospesi (ma per quanto ancora?) tra la natura più lussureggiante tra enormi foreste e montagne intonse, e piccole cittadine di fattura europea post industriale di stampo ottocentesco.

Inoltre, questo "Castello errante di Howl" è la sintesi più bella e funzionale di cosa si possa intendere nel cinema della modernità con il termine animazione.

Quella stessa animazione, il quale Miyazaki ben sa, che permette senza troppi problemi di sceneggiatura e fantomatico foto-realismo, di "passare" da uno scenario ad un altro con una facilità ma soprattutto con una "naturalezza" improponibile in altre forme, soprattutto live.

La trovata della porta del castello, canale di comunicazione per tutto lo scibile geografico terrestre, da lande desolate sotto una perenne e malinconica pioggia, a spiazzi paradisiaci di campi in fiore tremolanti all'unisono di una delicata brezza, è solo una 'trovata', una bella trovata, ma è qualcosa di superficiale che fa affiorare un concetto che si annida molto più in profondità: una fondamentale a-geograficità ed a-spazialità specifiche dello spazio scenico animato.

Fa pensare che  mentre nel cinema per convenzione chiamato live per esempio,  un normale 'scavalcamento di campo' interrompe in qualche modo la sospensione dell'incredulità spettatoriale, usato consapevolmente soprattutto nel cinema cosiddetto della modernità per stacco, voluto shock visivo e teorico.

Nel linguaggio animato non dà curiosamente alcun effetto di questo tipo, piuttosto l'uso di questo particolare tipologia di inquadrature dà l'impressione di approfondito sguardo, da più direzioni.

L'animazione, pur rispettando ed usando nella sua forma "narrativa" le regole della grammatica base cinematografica, ne fa un uso iconoclasticamente differente, per sua stessa natura  le usa in maniera leggermente "traslata" dal suo corrispettivo live,  perchè in animazione lo spazio scenico è, davvero, uno spazio della mente, dove viene disegnato un passaggio alla volta, uno spazio iconico, non una riproduzione, una evocazione, non una fotografia.  

Miyazaki è consapevole della promessa dell'animazione, non si sforza di "imitare" il linguaggio cinematografico, ne usa la stessa grammatica, ma l'essenza su cui lavora è ben diversa, e soprattutto il risultato che ne esce è profondamente diverso.

L'animazione, anche quella della modernità, è qualcosa di essenzialmente  non identico (di tanto, di poco?) al cinema comunemente inteso, e questo "Castello di Howl" lo fa vedere, percepire, amare.

Davide Tarò

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