neo(N)eiga - Archivio: Sakebi di Kurosawa Kiyoshi (Venezia .63)

Sakebi di Kurosawa Kiyoshi (Venezia .63)

Tit.or.: Sakebi (tr.lett.: Grido)  

Regia: Kurosawa Kiyoshi

Sceneggiatura: Ichise Takashige, Kurosawa Kiyoshi

Interpreti: Yakushō Kōji, Ihara Tsuyoshi, Konishi Manami, Hazuki Riona, Odagiri Joe

Durata: 103'

Anno: 2006

di Giacomo Calorio

Dopo la sostanziale delusione di Loft, Kurosawa porta un nuovo horror sugli schermi di Venezia, che già lo aveva ospitato anni prima con Barren Illusion. Seppure qualitativamente superiore a Loft, questo Sakebi non fa che confermare che qualcosa è cambiato nel cinema di Kurosawa, non tanto a livello tematico, quanto sul piano stilistico e produttivo (forse suo malgrado, visto che il film risulta co-sceneggiato insieme a Ichise Takashige, storico produttore di psycho-horror). Tra il 1995 e il 1999, il regista ha girato ben sedici film: sei commedie, quattro horror/thriller, quattro yakuza, una specie di dramma familiare, e un film che sfugge a ogni definizione quale Charisma. Tra il 2000 e il 2006, invece, ha girato appena undici film (quattro dei quali sono corti): sei horror a pieno titolo, due commedie/horror, e tre film che non hanno molto a che fare con il cinema di genere. Quindi meno film, e più horror. Probabilmente sono solo gli effetti del post-Ring, ma si ha la vaga impressione che Kurosawa, definito più volte e a ragione uno dei padri dello psycho-horror, sia rimasto intrappolato in quest'immagine. Regista troppo complicato per avere un successo (internazionale, ma soprattutto nazionale) alla Nakata o alla Shimizu, e allo stesso tempo troppo legato all'immaginario del film di genere per prender parte alla cerchia degli “autori”, ha finito per essere cristallizzato nel suo ruolo ambiguo di “autore di film horror”. E dire che il regista ha dato più volte prove di sapersi destreggiare nei generi più disparati, e di saperli incrociare, mescolare, creando formule nuove ed efficaci.

La dimostrazione che il genere sta stretto a Kurosawa la ritroviamo anche nella commistione di generi che compongono Sakebi, in cui convivono il poliziesco, il dramma esistenziale, il film catastrofico, e infine l'horror. E se la fusione dei primi riesce egregiamente, sono proprio l'introduzione e lo sviluppo di quest'ultimo elemento a dare l'impressione di essere, almeno in parte, posticci e affrettati. La  commistione di generi aveva fatto la fortuna di altri film del regista, dei quali qui ritroviamo parecchi elementi a confermare una coerenza tematica che fa da contraltare a uno stile registico in lenta ma continua mutazione. Ritroviamo quindi gli accenni di terremoto e di apocalisse che già facevano tremare i mondi di Cure, Charisma, Barren Illusion, Kairo, Bright Future (tanto per citare i titoli più espliciti); ritroviamo le splendide location di un Giappone in rovina, a esprimere tale impulso escatologico, ma soprattuto testimoni onnipresenti di un passato oscuro e pesante, che getta la sua ombra su un presente che preferirebbe invece un lieto oblio (metafora del Giappone contemporaneo?); ritroviamo lo stretto legame tra due mondi solo in apparenza separati, quello della vita e quello della morte, connessi tramite l'acqua come nella migliore tradizione dello psycho-horror; e ritroviamo soprattutto la storia di un uomo in crisi con la propria vita e con il proprio lavoro, nascosta dietro quella, altrettanto desolante, del fantasma.

Come si diceva, se da un lato vengono confermati molti elementi cari al cinema dell'autore, da alcuni anni pare che lo stile registico di Kurosawa stia mano mano perdendo quel suo carattere astratto e allegorico-geometrico, talvolta persino iperrealista, tutto basato sulla lunghezza e la disposizione dei piani, sui movimenti di macchina stilizzati, e sull'uso di silenzi e musiche (che imboccavano vie inaspettate e raramente fungevano da semplice accompagnamento sonoro). In questo senso, il cinema di Kurosawa, dopo aver tentato il diversivo dello split-screen in Doppelganger, si sta facendo più classico, corposo, avvolgente e dinamico, e solo sporadicamente ritroviamo le peculiarità stilistiche di Cure. D'altronde, guardando indietro all'intera carriera del regista, ci si accorgerà come i mutamenti di stile non gli siano affatto sconosciuti. È un cinema in continua evoluzione quello di Kurosawa, e questa potrebbe essere solamente una fase verso una nuova e consapevole idea di cinema.

Paradossalmente, però, la relativa convenzionalità registica di questo Sakebi lo rende più oscuro, di più difficile fruizione rispetto a opere pur complesse come Cure o Charisma. Difatti, laddove in questi ultimi le allegorie della sceneggiatura prendevano vita in un uso simbolico degli spazi e dei movimenti che facilitava e stimolava tutta una serie di letture da parte dello spettatore, il quale trovava un appoggio nell'ampiezza delle sequenze, in Sakebi, così come in Loft, l'approccio di Kurosawa si fa assai più brusco proprio perché frammentato dal montaggio, e l'ambiguità per cui il regista è noto rasenta a tratti l'incomprensibilità.

Oltre alla pregevole fotografia, che punteggia di blu e rossi accesi le tinte fosche di un vero e proprio inferno tokyota, uno dei punti forti del film è il ritorno di Yakusho Koji nel ruolo di protagonista, autentico erede dei detective Takabe di Cure e Yabuike di Charisma. Ancora una volta, Yakusho dimostra una straordinaria affinità con i personaggi creati dal regista, e riesce a portarne a galla tutta la desolazione e la tragicomica umanità, creando così un ennesimo antieroe liminale e tormentato, in bilico tra il proprio ruolo di poliziotto, in cui cerca di inserirsi disperatamente, e il dubbio angoscioso di essere lui stesso l'assassino. Figura un po' troppo inflazionata, invece, quella del fantasma, nonostante Kurosawa si sforzi di renderla originale (porta un vestito rosso come già in Korei, Kairo e Hanako-san, a differenza della solita progenie di Sadako). Il fantasma come metafora del passato non è certo il massimo dell'originalità, in quanto esso rappresenta quasi per definizione il ritorno del rimosso, ma nell'intricato labirinto di prospettive di Sakebi, forse, anche la banalità della figura in cui il protagonista incarna i travagli della sua mente può assumere un posto significativo nella rappresentazione, colorandosi addirittura di sfumature ironiche. Ma, come suo solito, il regista lascia che sia lo spettatore a decidere.


63. Mostra del Cinema di Venezia

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