neo(N)eiga - Archivio: STEAMBOY o dell’entropia del vapore/animazione.

STEAMBOY o dell’entropia del vapore/animazione.

Tit. or.: Steamboy

Regia: Ōtomo Katsuhiro.

Sceneggiatura: Ōtomo Katsuhiro e Murai Sadayuki.

Animazioni: Takagi Shinji.

Musiche: Steve Jablonsky.

Produzione:
Bandai Visual
Studio 4°C
Steamboy Committee

Distribuzione in Italia:
Sony Pictures Releasing

Note:
Venezia 2004 - Fuori concorso

Giappone 2004.

110 Min

Dopo sedici anni, ritorna il regista e mangaka  Ōtomo Katsuhiro, noto ai più per il lungometraggio Akira.
E’ un evento, in qualsiasi  modo la si voglia mettere.
Sarà subito necessario precisare una cosa però.
Ōtomo, anche nel suo stato di grazia migliore, forse non riesce ad essere un “autore” completo classicamente inteso, con una sua estetica ed etica imprescindibili, e con veri e propri ferrei marchi di fabbrica come può essere con un Ōshii Mamoru un Miyazaki Hayao od un Kon Satoshi tanto per citare personalità che stanno dando imprescindibili  eredità all’animazione mondiale da molti anni.
Eppure in questo Steamboy, ragazzo del vapore, c’è tutto Ōtomo ed è innegabile pure che in Ōtomo vi sia sempre stata tutta l'essenza di Steamboy.
Ōtomo riescie ad infondere a suo modo, disorganico e non esteticamente ineccepibile, ma onestamente, con un titanico sforzo industriale, personale, tecnico e con il cuore in mano, tutto sé stesso, tutte le sue paure, le sue ansie, le speranze, e soprattutto la magia demiurgica dell’animazione.
Eredità padri/figli, una società senza ordine morale né sorretta da alcuna etica senza rispetto verso il futuro e dei giovani che un giorno ne faranno parte, il potere precostituito nascente del “commercio” gretto e senza alcuna morale ed orgoglio.
L’etica animata realistica ed a sua volta “magica”, fondamentalmente ludica e tecnica, quasi alchimistica, di grotteschi e magnifici oggetti e macchinari di costruzione umana derivanti dalla mente di un'anima bambina con le capacità grandiose di un architetto di mondi fa una incisiva ed irraggiungibile mostra di sè, qui l'animazione è elevata a mezzo unico con cui poter ricreare questo scenario, mettiamocelo ben in testa, questo colossale Steamboy fatto da un sogno di bambino è una fenomenale pietra di paragone. 
Tutti questi meravigliosi oggetti, costruzioni, spazi armonici in contrasto/contrabbasso con forze primigenie della natura e dell’universo in qualsiasi modo la si veda sempre e comunque accentratrore e centripeto.
Vi è nuovamente tutto in questo Ōtomo lungamente voluto ed in gestazione.

Costato ufficialmente 2,4 miliardi di Yen è il film più costoso in assoluto della storia giapponese, nei suoi dieci lunghissimi anni di gestazione, l’autore ha dovuto fare enormi sacrifici e cambiare diverse volte  finanziatori  ridimensionando notevolmente i margini di "guadagno" del regista e della produzione intera.
Vi è vapore ovunque in questo quadro magnificamente oleografico di una Londra vittoriana alle prese con le prime avvisaglie della nascente rivoluzione industriale, campagne e terreni incontaminati che cominciano ad essere solcati da macchinari d’acciaio vomitanti fumo, macchinari bellici che cominciano ad essere esposti in fiere mondiali, una sorta di irresistibile ed entusiastico 'sense of wonder' che si mischia con il pericolo di un potere senza controllo adeguato, come si accorse già anni prima ed in altri sogni cinematografici la ingurgitante massa ed informe potentissima creatura una volta chiamata Tetsuo che implodeva meravigliosamente nello schermo e diventava un’esplosione incontrollabile ed un tunnel verso qualcosa di ”oltre” nell’imprescindibile Akira cinematografico.
Con Ōtomo e Steamboy il vapore diventa protagonista, etico, e l'animazione il suo spirito ed il suo corpo, la sua più riuscita e naturale incarnazione.
Un personaggio vero e proprio, una presenza immanente come i Kami nella religione Shinto, presente ovunque, con una sorta di vita propria, rappresentante il mutamento, il movimento disegnato e lineare, la Presenza di un qualcosa di laicamente sacro.
Già aveva fatto la sua comparsata nel bel cortometraggio, tutto in un "unico piano sequenza" (con lo stesso 'trucco' cinematografico per lo stesso interminabile piano di Nodo alla gola di Alfred Hithcock), ‘Cannon Fodder’ appartenente al bellissimo omnibus animato del 1995, Memories, l’unico dei tre cortometraggi diretto da Ōtomo stesso che componevano il film, tratto dai suoi racconti manga editi anche in Italia con il nome 'Memorie' dall’editore Star Comics.
Lo sguardo (e la studiata e calibratissima regia) di tutto il film, offuscato, velato, sporcato dal vapore è di Ray Steam giovane della famiglia degli Steam, scopritori della magnifica ed allo stesso tempo terribile ‘sfera steam’, in bilico tra l’uso che ne vuole fare il padre, vendendola e fare arrivare la scoperta nelle mani di “tutti”, e quello che ne vuole fare il nonno, distruggerla e farla dimenticare per sempre negli abissi della memoria.
Ray, proprio come a suo modo lo scapestrato Kaneda in Akira, o del bambino in ‘Cannon Fodder’ (ma anche come i bambini del suo bellissimo manga Domu, Sogni di bambini) è figlio dei suoi tempi, del suo contesto sociale, e quindi in dubbio, senza una vera e propria guida, oppure con una sbagliata, avendoli fronte una massa di adulti corrotti e senza nerbo in una società allo sfacelo.
Il ragazzo propenderà poi per la scelta del nonno, giusta od errata che sia.
La sceneggiatura è di Ōtomo e del bravo Sadayuki Murai, già autore quest'ultimo di quella dell'imprescindibile Perfect Blue di Satoshi Kon, della serie anime Boogiebop Phantom e di alcuni episodi della indimenticabile serie Cowboy Bebop, non riescie a rendere alla perfezione la dicotomia e gli abissi di dubbio che la trama richiederebbe a gran voce, molto probabilmente per gli innumerevoli rimaneggiamenti subiti dalle diverse produzioni degli ultimi dieci anni.
Le musiche di produzione “americana” di Steve Jablonsky, come uso che se ne fa durante la pellicola, sono della scuola di Hans Zimmer, e questo crea un cortocircuito culturale non indifferente, tra occidente ed oriente, basti ricordare le mistiche e meravigliose voci shinto di Akira, disturbanti e dentro la diegesi di quel tanto che bastava per dare un’atmosfera particolare.
Ma Steamboy rimane una bella creatura, assolutamente da vedere, in bilico tra shintoismo animato orientale e richiami di radici e contesti sinfonici occidentali.
Steamboy è quel ragazzo del vapore che altri non è che il regista, rimangono capitali di un modo di fare animazione, primigenio e demiurgico, che proprio come il vapore si insinua nelle nostre percezioni estetico/visive, anche più profonde.
Solo un film d’animazione poteva rendere in quel preciso modo quello che si è percepito in questa pellicola, tra inquadrature che seguono i personaggi scendere una scala verso l’entrata principale  di una vecchia casa colonica, senza uno stacco, morbidamente, la posizione della cinecamera virtuale è la rappresentazione stessa dell’ubiquità della visione,  come quella del vapore (usato come trait d'union tra varie diverse inquadrature) per tutta la durata del film.
Tutto poi dopo essere stato costruito parsimoniosamente, perfettamente, naturalmente, gioiosamente e faticosamente, con grande tecnica viene distrutto completamente, con un certo autocompiacimento come di un bambino dispettoso, ma consapevole,  da una ciclopica centripeta esplosione che tutto comprime e tutto spazza via, come in ogni opera di Ōtomo, fisiologica, necessaria, catartica, demiurgica, distruttrice e creatrice come solo l’animazione può fare.
Forse per Ōtomo, l’animazione, se ha un diritto ontologico di esistere, si trova proprio nell'entropia della creazione dello spazio scenico e della messa in scena del mondo dopo la sua distruzione.
Che si ripete, sempre.

Davide Tarò

Tutte le immagini appartengono ai legittimi proprietari: www.steamboy.net

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