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VORTEX

Titolo originale: Uzumaki / t.l.: Spirale

Regia: Higuchinsky

Sceneggiatura: ITTA Takao (dal manga di JUNJI Ito)

Anno: 1998

100 minuti

Cast:
ERIKO Hatsune (Kirie)
FHI Fan (Shuichi)

Film con un suo fascino molto particolare questa “spirale” senza fine che tutto trascina e tutto fa girare, portandosi dietro le esistenze di chiunque la incroci, infatti “la spirale ha il potere di attirare tutto a sé” come ricorda uno degli abitanti del villaggio protagonista di questa effimera eppure a suo modo “profonda” pellicola.

Korouzo è stata la mia cittadina natale, ora vi racconterò la sua storia…” e da qui comincia la spirale dei titoli di testa, con l’immediata comparsa in primissimo piano dell’iride degli occhi allungati vividissimi di una ragazza della quale ri-vivremo la storia, formante anch’essa a suo modo una spirale come già sapeva benissimo Hitchcock tra l”altro, poi la musica martellante e ritmicamente avvolgente fa il resto, il meccanismo è iniziato… la spirale ha iniziato a girare.

La storia che viene “avviluppata” dalla pellicola è una cosa interessante, non tanto per gli avvenimenti in sé, quanto per la sintesi e il modo di filtrarli dell’eccentrico regista nippo-rumeno Higunchinsky, chiamato a girare un film comunque estremamente giapponese ed orientale come filosofia e cultura, rappresentante una capacità tutt’altro che sopita di una cultura di “giocare”, con un’invidiabile maniera naif, su vari materiali di “genere”.

Il soggetto originale è stato tratto da una serie di estremamente poetici ed inquietanti racconti manga che avevano tutti per filo conduttore la figura simbolica della spirale.

Il manga intitolato Uzumaki appunto, ancora inedito in Italia, è stato scritto e disegnato da un autore definito da molti “underground” per tematiche e modalità di esposizione facente di nome Ito Junji, apparentabile ad altri autori di fumetti come Hino Hideiji con il suo “Visioni d”inferno” pubblicato molti anni fa dalla scomparsa Telemaco, Ito Hideshi con il suo Mondo di Coo edito da Coconino e da Suehiro Maruo con il suo Vampiro che ride edito anch'esso dalla Coconino.

Nel film si è tenuto praticamente invariato il tutto, e la leggiadra sceneggiatura di Itta Takao si ritrova non poche volte in difficoltà a “sturare” tutto il materiale volutamente frammentario e non lineare in maniera il più possibile naturale, lasciando così curiose sbavature nell’intreccio.

Forse è proprio questo il punto fondamentale di questa pellicola, il centro della spirale se vogliamo: non è un problema di coerenza-lineare, ma di sensazioni, di movimenti suadenti, di messa in scena, di colori e sonorità: tutto (in) questo film è una spirale dalla quale è impossibile sfuggire, tutto concorre per seguire quel movimento irresistibile, inarrestabile e naturale, tutto sotto la volontà singolarmente assimilatrice di Higuchinsky.

Rispettando alla perfezione la perversa e dolce poesia dell’opera originale, il regista qui fa un opera di “ricamo” e “filtraggio” sopraffino, innestando al tutto, oltre gli effetti orrorifici e terribili della Spirale, una sorta di malinconico ed eterno “ritorno dell’immutabile perdita adolescenziale”.

Non è un caso che Kirie (la ragazza che ci sta raccontando/vedendo la storia della cittadina) rimasta orfana di madre in tenera età, si lega in amicizia profonda e quasi “famigliare” con un bambino di nome Shuichi che vuole diventare una sorta di nuova mamma per lei, entrambi poi diventati ragazzi perderanno tutte le loro famiglie, gli amici, e alla fine anche loro stessi.

La pellicola è formata da quattro atti, legati quasi in modo effimero tra loro in un vortice in crescendo, dopotutto sono abbastanza significativi i “tagli-cuts” ben visibili e voluti dal regista della pellicola grezza tra un atto e l”altro, a simboleggiarne la “distanza” reciproca e la non accorpabilità-lineare in un unico insieme.

Anche la comparsa delle foto che ritraggono Kirie e Shuichi da piccoli sono rappresentative di una “fissità del tempo” o meglio di un “eterno ritorno della loro visione”, proprio come una pellicola che, non dimentichiamocelo, per quanto possa essere effimera e disomogenea è pur sempre, anche fisicamente, una bobina-spirale di irresistibile bellezza che finisce con un occhio (di Kirie quanto nostro ora) che continua a fissare ed a raccontare la storia della sua/nostra vita…

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