neo(N)eiga - Archivio: Mondi che cadono - Conferenza stampa Museo Nazionale del Cinema - Torino – 18 Aprile 2007

Mondi che cadono - Conferenza stampa
Museo Nazionale del Cinema - Torino – 18 Aprile 2007

Neoneiga presenta in esclusiva la trascrizione della conferenza stampa della retrospettiva "Mondi che cadono. Il cinema di Kurosawa Kiyoshi. Erano presenti Kurosawa Kiyoshi, Dario Tomasi (Università degli Studi di Torino, Stefano Boni, (Museo Nazionale del Cinema) e Giacomo Calorio auotore del volume omonimo che accompagna l'evento. Alberto Barbera, direttore del Museo Nazionale del Cinema ha aperto l'incontro.

Alberto Barbera: Buongiorno a tutti, io sono qui soltanto per i saluti. Vi do il benvenuto come ho già fatto e vi ricordo che questo sta diventando davvero un appuntamento annuale. La collaborazione tra Museo Nazionale del Cinema e l’associazione neo(n)eiga dura da anni. Abbiamo realizzato insieme alcune importanti rassegne dedicate al cinema giapponese contemporaneo, che è un cinema estremamente interessante, sfortunatamente poco o nulla distribuito commercialmente nelle sale italiane. Ma è un cinema che ha prodotto negli ultimi anni autori davvero significativi, importanti nell’economia del cinema contemporaneo, che sono diventati in alcuni casi – e questo è uno di quelli – autori di culto a livello mondiale. La loro partecipazione ai festival è costante e assidua; e sono riusciti a crearsi un pubblico di affezionati un po’ in tutto il mondo, anche in Italia, benché gli appassionati siano costretti a inseguire i film attraverso le edizioni DVD magari acquistate fortunatamente su internet o inseguendo i festival che sistematicamente propongono al loro pubblico le opere di questi autori. Noi cerchiamo di dare un piccolo contributo a una maggiore conoscenza diretta di questo cinema che ci sembra estremamente interessante. E il seguito di pubblico che hanno avuto le precedenti proposte ci conferma che questa iniziativa, quest’azione di esplorazione, di proposta ha un senso e quindi continuiamo a farlo. L’anno scorso, ricorderete, abbiamo proposto il primo omaggio italiano a un altro cineasta giapponese importante che è Miike Takashi. Quest’anno è la volta di Kurosawa Kiyoshi, autore di tantissimi film a partire dagli anni Ottanta, diventato davvero cineasta di culto a partire da un suo film che si chiama Cure, che ha fatto il giro di tutti i festival del mondo. L’ultimo suo film, ricorderete, è stato in concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Per noi è un grandissimo piacere averlo qui nostro ospite in queste giornate. Questa sera si inaugura questa retrospettiva al cinema Massimo che è il primo grande tributo dedicato al suo cinema. Io non vi rubo altro tempo, lascio invece la parola ai curatori di questo omaggio che sono Stefano Boni, Dario Tomasi e l’autore del libro, che vi è stato consegnato, Giacomo Calorio. Grazie ancora per essere intervenuti.

Stefano Boni: Buonasera a tutti, io sarò in realtà brevissimo. Come già ricordava Alberto Barbera, da anni il Museo porta avanti un progetto anche molto variegato dedicato al cinema orientale nel suo complesso riscoprendo e portando sullo schermo del cinema Massimo molti autori della tradizione, ma anche tanti cineasti del presente, che, sebbene abbiano un’ampia circolazione nei festival internazionali e venga dedicato loro un interesse critico molto forte, raramente raggiungono poi la distribuzione nelle sale se non in maniera episodica legata magari ad alcuni autori. Il cinema coreano, per esempio in Italia, con Kim Ki-duk e Park Chan-wook ha ottenuto una buona visibilità, però ci sono tanti altri autori che invece si vedono molto poco o per nulla. Ancora più grave la situazione rispetto al cinema giapponese perché, a parte Kitano Takeshi, un autore ampiamente riconosciuto e molto amato dal pubblico, pochi altri autori, che hanno iniziato a fare cinema all’inizio degli anni Novanta o alla fine degli anni Ottanta e che sono ovviamente tuttora attivi e fra i nomi più interessanti del panorama internazionale, riescono raramente ad arrivare in sala, per ragioni che ovviamente sarebbe molto complesso e forse un po’ inutile spiegare in questa sede, però credo che il cinema Massimo, come voi sapete, che fa parte di una rete di cineteche che esiste in tutto il mondo abbia il compito di far conoscere questi autori, nella maniera più completa possibile, quindi organizzando delle retrospettive, cercando le copie migliori, ovviamente, proponendo questi film in lingua originale con i sottotitoli come filologicamente si deve fare, e soprattutto offrendo al pubblico la possibilità di vedere questi film sul grande schermo. Come diceva Barbera prima, in effetti molti giovani appassionati di cinema e molti esponenti della giovane critica nazionale e internazionale scoprono questi film spesso grazie alla circolazione globalizzata, potremmo dire, dei DVD. Tantissimi suggeriscono anche sulle riviste l’acquisto di DVD di provenienza asiatica che spesso hanno i sottotitoli in inglese e quindi consentono effettivamente di conoscere questo cinema. Poiché però questi film sono in larghissima parte pensati per il grande schermo, ed escono sui grandi schermi giapponesi, ci sembra davvero determinante farli scoprire e farli rivedere in questo modo. L’anno scorso avevamo organizzato questa grande retrospettiva, tuttora la più grande al mondo, dedicata a Miike Takashi, autore determinante, che ha una filmografia sterminata. La nostra retrospettiva rendeva conto soltanto di un terzo della sua produzione. Credo che abbia già superato gli ottanta titoli ormai, quindi insomma un numero in qualche modo spaventoso di film, molti dei quali girati per l’home-video all’inizio della sua carriera, ma tantissimi realizzati per il grande schermo. Ci siamo resi conto anche discutendo con il pubblico che per chi questi film li aveva già visti in DVD rivederli su grande schermo è stata un’esperienza completamente diversa. E credo che questa sia una delle funzioni della nostra programmazione, ovvero di “riportare al cinema il cinema” e di far conoscere tutto quel cinema che altrimenti non si può vedere, indipendentemente dal fatto che sia cinema del passato o del trapassato o del presente e muovendoci a 360 gradi in tutto il panorama mondiale. Va da sé che una parte dell’attenzione debba essere rivolta al cinema orientale, perché molti registi orientali hanno davvero spostato in avanti i limiti del visibile, stanno facendo un lavoro straordinario di rinnovamento del linguaggio cinematografico in maniera spesso sconvolgente: talvolta la visione di certi film è oggettivamente anche pesante, insomma è una prova per lo spettatore. Ma è una prova che vale la pena di vivere, perché questa è una delle scene che sta partorendo in questo momento delle grandissime cose. Come sempre abbiamo lavorato a questa retrospettiva di Kurosawa Kiyoshi, che ringrazio di essere venuto a Torino, con Dario Tomasi, che molti di voi conoscono, è docente di Storia del Cinema all’Università di Torino ed è un esperto di cinema orientale, è uno dei massimi iamatologi europei, uno dei massimi esperti di cinema giapponese. Grazie a lui e grazie all’associazione neo(n)eiga siamo riusciti a portare a termine questo secondo progetto e altri ne seguiranno. Io lascerei la parola prima a Tomasi che farà una breve introduzione al cinema di Kurosawa Kiyoshi, che avrete poi occasione di conoscere direttamente e al quale potrete ovviamente rivolgere delle domande, e poi passerei la parola a Giacomo Calorio che è l’autore di questo libro, Mondi che cadono, che è l’ennesima pubblicazione di questa collana che il Museo del Cinema ha costituito con l’editrice Il Castoro, ed è nello specifico il secondo libro dedicato al cinema giapponese contemporaneo dopo Anime perdute. Il cinema di Miike Takashi, che avevamo pubblicato proprio in questo stesso periodo l’anno scorso. Prego Dario…

Dario Tomasi: Il mio compito, come ha detto Stefano, è quello di introdurvi brevemente al cinema di Kurosawa Kiyoshi. Sia Barbera che Boni hanno già sottolineato chiaramente l’importanza di questa figura nel cinema giapponese contemporaneo e non solo giapponese contemporaneo, ma nel cinema internazionale. Tuttavia, è altrettanto noto che i suoi film sono pressoché invisibili sul grande schermo, che in Italia i suoi film non sono stati distribuiti in sala e che quindi in Italia Kurosawa Kiyoshi è ancora un regista sconosciuto. Kurosawa è nato a Kobe nel 1955, ha frequentato poi a Tokyo l’Università dove ha studiato sociologia. E qui è avvenuto subito un incontro importante per la sua carriera, dal momento che uno dei suoi insegnanti era Hasumi Shigeiko, una figura fondamentale della cultura giapponese contemporanea, docente di letteratura, di letteratura francese in particolare, ma anche di cinema, autore di numerosi libri, poi preside della più importante Università giapponese, che è la Rikkyō Daigaku, collaboratore e fondatore di diverse riviste come “Cahiers Cinéma Japon” cioè la versione giapponese dei “Cahiers du Cinéma”. E attraverso le sue lezioni, Hasumi ha instillato nel giovane Kurosawa l’amore per il cinema di genere americano, non quello contemporaneo, ma quello degli anni Cinquanta e Sessanta, i film di Aldrich, di Fuller, di Nicolas Ray, di Don Siegel, unendo a questa passione quella per il cinema delle cosiddette new wave, della Nouvelle Vague francese, di Godard, di Rohmer, ma anche i maestri della cosiddetta Serie B giapponese, registi come Suzuki e altri ancora. Soprattutto, Hasumi ha conquistato il giovane Kurosawa sostenendo che il cinema non possa rappresentare ciò che non si vede. Il cinema non può rappresentare l’invisibile, ma può provare ad esprimerlo, a esprimere cose che non si vedono come i sentimenti umani, e la grande sfida è proprio quella di provare a esprimere ciò che è invisibile, ciò che non si può vedere. Da una parte il cinema di genere, dall’altra una concezione del cinema come sfida e come rappresentazione dell’invisibile. Il genere, gli autori, iniziano probabilmente qui in questo periodo a formarsi nel giovane Kurosawa che già negli anni Settanta realizza, come già facevano in quello stesso periodo altri capofila del nuovo cinema giapponese come Ishii Sōgo o Tsukamoto Shin’ya, dei film in Super8. Uno di questi, che è Vertigo College, nell’Ottanta vince un premio al Pia Film Festival che è un importante festival giapponese che raccoglie i giovani talenti del cinema giapponese alle loro prime armi. Molti dei grandi nomi del cinema giapponese contemporaneo sono passati appunto attraverso il Pia Film Festival. Questo film e questo premio, aprono a Kurosawa le porte dell’industria cinematografica giapponese. Kurosawa entra come assistente alla regia agli studi cinematografici della Nikkatsu che in quegli anni è in un periodo difficile, ma comunque storicamente è una delle grandi case di produzione giapponese. Lavora tre anni come assistente con registi come Hasegawa Katsuhiko o Sōmai Shinji che sono tra i registi più importanti di quegli anni bui del cinema giapponese di quei primi anni Ottanta. E dopo tre anni viene promosso come regista anche se nelle fila di quello che era il settore più attivo della Nikkastu dell’epoca, che era quello dei cosiddetti roman porno. E qui Kurosawa realizza il suo primo film che è Kandagawa Wars, siamo nel 1983 – che tra l’altro potrete già vedere questo pomeriggio al Cinema Massimo – che essendo un film legato al cosiddetto roman porno deve presentare per contratto un certo numero di scene di sesso, che Kurosawa si divertirà a interrompere con immagini che andavano altrove, che mostravano altre cose, con l’uso di didascalie, con l’uso di titoli, manifestando fin da subito una certa vocazione alla sperimentazione. Vocazione alla sperimentazione che si rafforza nel film successivo tanto che i dirigenti della Nikkatsu decidono di non distribuirlo. Nasce qua la rottura tra il regista e la grande casa di produzione. Kurosawa però non si perde d’animo, riesce a convincere una giovane compagnia indipendente, la “Director’s Company”, a distribuire il film, ne rigira alcune parti, lo rimonta e il film esce come Do Re Mi Fa Girl – secondo film in programmazione oggi pomeriggio al Massimo. È di nuovo un film che attesta la vocazione sperimentale del regista, un film erotico girato in uno stile fra Godard e Suzuki. Tuttavia la rottura con la Nikkatsu pesa come un macigno nella carriera di questo giovane regista. Rompere con la propria casa di produzione significa essere inseriti in una sorta di lista nera dell’industria cinematografica giapponese, e per quattro anni Kurosawa non gira. Passa però questi quattro anni tornando nell’Università in cui si era laureato a insegnare cinema. E la cosa importante è che intorno a Kurosawa – di qui proprio il suo ruolo di capofila del nuovo cinema giapponese – si raccoglie un gruppo di giovani studenti che diverranno poi tra i protagonisti della Nouvelle Vague giapponese degli anni Novanta come Aoyama Shinji, Shiota Akihiko e altri ancora, che vedranno in Kurosawa un forte punto di riferimento. Nel 1984 ritorna finalmente al cinema con un film, che gli viene prodotto da Itami Juzō, uno dei registi più noti del cinema giapponese degli anni Ottanta, che è anche il primo horror della sua carriera, Sweet Home, di nuovo però ci sono dei contrasti tra il produttore e il regista, di nuovo il produttore rimonta il film a modo suo, tanto che Kurosawa non lo riconoscerà. Il film riporta però Kurosawa nel mondo del cinema, è il primo horror della sua carriera anche se profondamente diverso da quelli che segneranno il suo cinema della maturità. In quegli anni scrive anche la sceneggiatura di uno dei suoi film più importanti che girerà qualche anno dopo, Charisma, e la cosa interessante è che questa sceneggiatura viene selezionata dal Sundance Film Festival che invita Kurosawa a partecipare a un workshop di sceneggiatura tenuto lì. Fra il 1994 e il 1996 c’è il periodo forse più importante della formazione del regista, perché è il periodo in cui Kurosawa entra nel mondo dei cosiddetti Original Video, un settore importante della produzione cinematografica giapponese di quegli anni. Sono film fatti direttamente per il mercato dell’home-video, che quindi non escono nelle sale cinematografiche. Sono film legati a produzioni indipendenti. Sono film che hanno come unico obbligo quello dell’aderenza a determinati generi forti di consumo popolare, yakuza e horror prima di tutto, ma che lasciano grande libertà espressiva ai registi che li girano. Come era accaduto per i roman porno, adesso per gli Original Video, Kurosawa usa questi ambiti produttivi marginali per affinare le proprie potenzialità espressive, per imparare sostanzialmente a fare dei film. E, se si ha l’opportunità di vedere i film che realizza in questi anni, fra cui la serie di sei film Arrangiati o spara!, si vede proprio come professionalmente il suo cinema viene a maturazione, sia per quel che riguarda i contenuti sia per quel che riguarda il suo stile: l’uso del piano sequenza, dei movimenti di macchina, del fuori campo, che diverranno gli elementi che caratterizzeranno fortemente il suo cinema. Ecco, tutta questa esperienza si condensa nel 1997 in quello che è il film più amato di Kurosawa, che citava già prima Alberto Barbera, che è appunto Cure, una sorta di thriller metafisico sulla labilità dell’identità umana. Un film, potremmo dire, sull’identità debole, su come l’identità di ogni essere umano sia qualcosa di estremamente malleabile, di estremamente plasmabile, di estremamente disponibile a essere in qualche modo modificato dalle esperienze, dagli incontri, e come anche l’identità possa essere alla fine sopraffatta dalle pulsioni nascoste di ogni individuo. Il film, appunto, è un grande successo internazionale; fa il giro di tutti i festival, gode anche del boom del successo del cinema giapponese di quell’anno. Il 1997 è l’anno in cui Imamura vince a Cannes e Kitano vince a Venezia, quindi è un anno importante per il cinema nipponico. E arriviamo così al 1999 che è forse l’anno di maggior esplosione internazionale del cinema di Kurosawa. Pensate che nel 1999 i tre principali festival europei presentano tutti e tre un film di Kurosawa: a Cannes esce Charisma, a Berlino esce License to Live, a Venezia esce Barren Illusion; non solo, ma anche festival molto importanti come il Festival di Edimburgo, come il Festival di Toronto o come il Festival di Hong Kong dedicano, sempre nel ’99, delle mini-retrospettive a Kurosawa che diventa uno dei registi più gettonati. Fra questi film forse il più importante è Charisma che è il film più metafisico del regista, il suo più esplicitamente d’autore, un film che, come accadde sempre per Kurosawa, parte da una struttura di genere. Kurosawa dice di pensare prima a un genere e poi di lavorare intorno a questo genere per raccontare altro, per passare dalla fiction del genere alla realtà. Charisma, secondo le parole stesse di Kurosawa, parte da una storia di Indiana Jones per diventare un film allegorico e metafisico sull’ineluttabilità del genere umano a scindersi in piccoli gruppi che si ritrovano poi a combattere selvaggiamente gli uni contro gli altri, portando così a nient’altro che alla distruzione. Il film, infatti, si conclude con le immagini allegoriche di una Tokyo distrutta da un grande incendio, da una serie di esplosioni, forse da un’unica grande esplosione nucleare, rimandante forse le ossessioni delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki che attraversano inevitabilmente tutta la storia del cinema giapponese. Negli ultimi anni girerà soprattutto degli horror, mantenendo dunque sempre questo legame con il film di genere, ma leggendolo sempre in un’ottica d’autore. Fra questi possiamo citarne almeno uno che è Kairo, conosciuto anche come Pulse, oggetto peraltro di un recente remake americano, che conferma questa attenzione a Hollywood per il nuovo cinema giapponese, per il nuovo cinema orientale. Ancora un film che parte da una struttura di genere, una ghost story, una storia di fantasmi, per diventare un’attenta riflessione sul tema della solitudine dell’individuo, come un film di Antonioni in chiave investigativa. Io finirei qua, credo che l’occasione migliore per conoscere il cinema di Kurosawa sia ovviamente vedere i suoi film e leggere il bel libro di Giacomo Calorio. Quindi credo che adesso Giacomo potrà dirci qualcosa del suo libro e, attraverso il suo libro, sul cinema di Kurosawa.

Stefano Boni: Io vorrei partire dal titolo, così Giacomo Calorio potrà spiegarvi perché abbiamo deciso di intitolare il libro e la retrospettiva Mondi che cadono.

Boni, Calorio, Tomasi

Giacomo Calorio: La scelta del titolo è stata piuttosto travagliata. Volevo un titolo che esprimesse appieno il cinema di Kurosawa ed è una cosa abbastanza complessa, perché come ha detto Dario prima è un cinema di difficile definizione, è un cinema duttile, malleabile, che contiene in sé realtà diverse provenienti dal cinema di genere, dal cinema d’autore etc. Anche a livello tematico è un cinema molto ricco e variegato, quindi la scelta era molto difficile. Ho scelto questo Mondi che cadono per esprimere innanzitutto l’idea di caduta che rimanda all’idea di crisi. Il fatto che quasi tutti i film di Kurosawa partono dall’idea di crisi, sia crisi dell’individuo, ma anche crisi di una società, trasportata poi ed espressa allegoricamente in terremoti o incendi, come diceva prima Dario, che sono disseminati un po’ per tutto il suo cinema. La stessa copertina, che fa parte di Sakebi, il suo ultimo film, rimanda alla figura del terremoto, film che verrà proiettato stasera e che racconta la storia di un detective in crisi, una crisi esistenziale ed affettiva. Questa crisi viene espressa attraverso continue scosse di terremoto che invadono proprio Tokyo progressivamente, fino a diventare quasi come accadeva in Kairo, l’altro film prima citato, una specie di malattia contagiosa che prende avvio da qualcosa di molto piccolo, una crisi personale, per poi allargarsi e arrivare addirittura a distruggere un mondo. Il mondo, l’altra espressa da questo titolo, rimanda proprio all’idea che il cinema di Kurosawa sia un universo coerente. Un universo che viene riproposto di film in film come fosse una variazione sul tema, e quindi come se ogni suo film fosse un mondo che cade e viene distrutto per poi essere ricostruito ciclicamente, nascere e poi venire a sua volta distrutto nel film successivo. Questa è un’idea che deriva dal fatto che nel cinema di Kurosawa ricorrono ultimamente personaggi e situazioni che ritroviamo puntualmente, talvolta addirittura come nel caso di Cure, il suo capolavoro, e, nel film che vedremo stasera, Sakebi, nello stesso personaggio, interpretato dallo stesso attore che interpreta una variazione sul tema del personaggio precedente, se non una continuazione di altri film prima citati, Charisma e Kairo ritroviamo lo stesso attore, Yakusho Koji, un attore in cui lo stesso autore ammette di identificarsi particolarmente – forse l’attore che meglio esprime il cinema di Kurosawa – lo ritroviamo continuamente in ruoli molto simili, piccole variazioni, che ci fanno sospettare che si tratti di un'unica storia, di un unico universo, attraverso tappe diverse e attraverso punti di vista, soprattutto, diversi che possono essere quello dell’horror, quello del poliziesco in chiave ecologica quale Charisma o quasi la fantascienza che fa capolino in Kairo. Nel mio libro ho cercato di trattare questo universo cercando di tradire il meno possibile quello che è lo spirito di Kurosawa. Quello spirito, appunto, duttile, vago, sfumato, che rifugge le definizioni nette e chiare. Correggendo le bozze del libro mi sono accorto che ho usato molto spesso termini quali “forse”, “potrebbe anche essere che”… diciamo che ho strutturato molto il libro sull’ipotesi, ipotesi che magari si contraddicono di capitolo in capitolo, proprio perché è il cinema di Kurosawa a essere contraddittorio e quindi pensavo che sarebbe assurdo, forse ingiusto, cercare di dargli una definizione netta, monolitica. Cercare di spiegarlo, prenderlo in blocco e spiegarlo in blocco. E quindi ho cercato di fornire semplicemente delle coordinate su cui percorrere questo universo, attraverso le quali camminare su questo universo, attraverso le quali vederlo. Queste coordinate vengono trattate principalmente nei tre capitoli centrali del libro. Il primo di questi tratta lo spazio nel cinema di Kurosawa. Un altro tratta il movimento, e un altro, ancora, tratta del tempo. E attraverso questa prospettiva ho tentato di fornire delle ipotesi su quello che può essere questo cinema di Kurosawa.

Stefano Boni: Grazie Giacomo. Io, in effetti, vorrei sottolineare e ricordare che il libro di Giacomo è stato, in qualche misura, incorniciato tra una prefazione e una postfazione. La prefazione è stata scritta da Tom Mes, uno dei massimi esperti internazionali di cinema giapponese, e che aveva già collaborato l’anno scorso al volume collettaneo dedicato a Miike Takashi. La postfazione è, invece, del qui presente Dario Tomasi, che ha invece tentato di contestualizzare il cinema di Kurosawa Kiyoshi e raccontare la scena del nuovo cinema giapponese. Ci sembrava importante, non perché il libro di Giacomo mancasse di solidità, ma proprio anche per aiutare il lettore a capire meglio qual è l’universo all’interno del quale si è mosso Kurosawa e per fornire anche un’altra possibile interpretazione al suo cinema che è quella di Tom Mes, che poi in realtà lavora anche lui proprio su questa idea del dubbio, della possibilità, dell’indeterminatezza e quindi c’è stata anche poi alla fine una bella consonanza di opinioni. Chiederei a Giacomo di ricordare brevemente l’attività dell’Associazione neo(n)eiga e poi lasciamo la parola a Kurosawa Kiyoshi.

Giacomo Calorio: In effetti io parlo qui anche come membro dell’associazione neo(n)eiga, nata qualche anno fa, inizialmente come gruppo di appassionati di cinema giapponese, tutti studenti dell’Università di Torino ma provenienti da Facoltà diverse, che hanno trovato questo interesse comune e hanno dato vita a quello che allora si chiama Japop90 che è stato il primo portale italiano sul cinema giapponese contemporaneo. Allora era una semplice linkografia che rimandava ad articoli spesso stranieri, perché di certi registi in Italia non si parlava così tanto come ora. Adesso registi come Miike o Kurosawa per gli appassionati di cinema sono abbastanza comuni. Piano piano il nostro gruppo è diventato un’associazione culturale e il sito si è arricchito di articoli, interviste e materiali scritti da noi. All’inizio anche per noi era un’impresa nuova questo tipo di cinema, e poco per volta è diventata una cosa più familiare. Oltre all’attività del sito, che comunque rimane la nostra attività principale, abbiamo collaborato col Museo in varie iniziative fra cui anche l’anno scorso con la retrospettiva su Miike.

Stefano Boni: Ok, grazie. Io a questo punto lascerei la parola a Kurosawa Kiyoshi. Come sapete, questa sera presentiamo in anteprima il suo ultimo film, Retribution, che sarà distribuito nelle sale in luglio dalla Mikado, che ringrazio per aver accettato di lavorare con noi a questa anteprima, che non è l’anteprima assoluta in Italia, perché, come è stato già detto, è stato già presentato a Venezia. Questa è la prima proiezione al di fuori della proiezione veneziana. Così chiediamo anche a Kurosawa di introdurre il film di questa sera. Prego…

Massa, Kurosawa

Kurosawa Kiyoshi: Buongiorno, sono Kurosawa ed è la prima volta che vengo a Torino. Dopo i discorsi di queste tre persone mi sento di non avere più nulla da dire, perché sono più esperti di me sui miei film. Il prof. Tomasi, che ha raccontato la mia carriera senza leggere nulla, mi ha davvero stupito, perché ha detto anche delle cose di cui io stesso mi ero dimenticato.  Prima ho dato un’occhiata al libro. Ovviamente, non capendo l’italiano, non posso dire nulla sul contenuto, però ho guardato le figure e mi sono veramente stupito nel vedere che una persona potesse scrivere così tante cose sul mio cinema anche perché in Giappone non esiste un libro del genere e penso che sia la prima volta al mondo. Questa retrospettiva, che mostra i miei film dai primi fino ai più recenti, mi rende da un lato molto felice e dall’altro anche un po’ inquieto, perché i primi lavori li ho realizzati quando ero ancora giovane e inesperto e soprattutto immaturo dal punto di vista cinematografico; quindi l’idea di rivederli mi fa vergognare parecchio… D’altra parte se avrete voglia di vedere i miei film dall’inizio, dai primi a quelli più recenti potrete vedere lo sviluppo del mio cinema, lo sviluppo di me come regista e di me come persona e non è stata una cosa facile. All’inizio ho fatto molta fatica ad arrivare a fare i film che faccio ora che finalmente vengono distribuiti e si possono vendere anche qui in Italia. Quindi se voi sarete contenti di vedere questi film, io ne sarò a mia volta molto soddisfatto. Questa sera ci sarà la proiezione del mio ultimo film, che ho realizzato l’anno scorso, che si chiama Retribution. Come voi saprete, è un film horror che si sarebbe dovuto inserire nel filone di horror giapponesi che ora, non solo in Giappone ma in tutta l’Asia e anche nel resto del mondo, vanno molto di moda. Però, io stesso ne avevo girati già parecchi di film del genere e mi erano un po’ venuti a noia, quindi ho deciso di fare un film che fosse un horror che però avesse al suo interno tutta una serie di esperimenti nuovi per cercare qualcosa di altro rispetto al filone dell’horror giapponese. E questo è quello che ho cercato di fare. Penso che tutti abbiate visto almeno qualche horror giapponese, ad esempio Ring che è molto famoso in Europa. Retribution è un film parecchio diverso da questo genere di film. Però, nonostante questo, è sempre un film horror ed è un film giapponese e quindi penso che potrà piacere sia alle persone che sono appassionate di J-Horror, cioè la nuova ondata di horror giapponesi, sia però alle persone che come me si sono un po’ stufate di vederli. Non so assolutamente dire se faccia paura oppure no. Tra gli spettatori, alcuni hanno detto che non gli ha fatto per niente paura e altri invece hanno detto che hanno avuto davvero molta paura. Io stesso nei miei film non so più dire cosa fa paura e cosa non fa paura. Grazie mille.

Stefano Boni: Ovviamente se ci sono domande, Kurosawa Kiyoshi è qui per voi. Prego.

Pubblico: Buongiorno. Volevo chiederle qual è la sua visione cinematografica oggi rispetto ai lavori precedenti. Poi ho un’altra domanda: i suoi personaggi sono caratterizzati da una personalità contraddittoria spesso ricca, se vogliamo, di contorni allucinanti, ciò è dovuto al fatto che lei vuole evidenziare un iperrealismo della realtà oppure vuole evidenziare di più una realtà utopica dove gli ideali non possono essere mai raggiunti? Grazie.

Kurosawa Kiyoshi: Per quanto riguarda la prima domanda, io non guardo mai i miei film una volta che li ho completati, ad esempio sono ormai dieci anni che non rivedo Cure che è stato il film che mi ha dato il successo. E proprio per il fatto di non vederli io riesco a trovare la forza per girare qualcosa di nuovo. Come tutti saprete, il film non è una cosa che fa il regista da solo, ma c’è tutto lo staff, tutti gli attori, e grazie agli sforzi di tutti si produce un film. Quindi io ricordo perfettamente l’atmosfera che c’era durante le riprese, l’esperienza, quello che ho imparato girando questo film e quello che mi ha colpito, però il prodotto in sé non me lo ricordo. Sui miei film precedenti più di questo non riesco a dire, quindi passerò alla seconda domanda. È vero che i personaggi dei miei film hanno molti aspetti, sono anche, in un certo senso, contraddittori. La ragione di questo è che all’interno di un film un personaggio dall’inizio alla fine cambia. Ed è questo che fa procedere il racconto. E quindi forse è per questo, è lo sviluppo del personaggio che lo fa vedere come contraddittorio, perché alla fine può essere completamente diverso da quello che era all’inizio. Forse è perché sono giapponese, ma per noi giapponesi è abbastanza naturale pensare che una persona non cambi più di tanto nonostante il corso degli eventi. Io, però, personalmente penso che le persone cambino. E cambiano sia in seguito a degli eventi, magari degli eventi drammatici, ma anche degli eventi felici, e non solo: il me stesso di oggi è diverso dal mio me stesso di domani, e quindi io esprimo questo mio modo di pensare nei film, per cui i personaggi cambiano poco alla volta come io cambio giorno per giorno. È soddisfatta?

Pubblico: Buongiorno, vorrei solo sapere se il film di questa sera, Retribution, è stato distribuito negli Stati Uniti e come è stato accolto.

Kurosawa Kiyoshi: Sarà distribuito in America, ma non è ancora in sala al momento quindi non so dirle circa il responso del pubblico.

Stefano Boni: Se ci sono altre domande… altrimenti vi ricordo che Kurosawa Kiyoshi è disponibile anche per interviste individuali nei prossimi giorni. È qui fino a sabato, quindi potete concordare degli incontri con il nostro Ufficio Stampa. Ringrazio Kurosawa Kiyoshi. Ieri sera mi ha raccontato che più volte il Torino Film Festival lo ha invitato nel corso di questi anni, perché presentava regolarmente i suoi film, però lui per ragioni di lavoro non è mai potuto intervenire, è contento di essere venuto questa volta, lo siamo anche noi, e lo ringraziamo ancora di aver accettato di venire a Torino.

Traduzione: Alice Massa
Trascrizione: Cinzia Chiarion

 

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