neo(N)eiga - Archivio: Mondi che cadono - Incontro con Kurosawa Kiyoshi - Parte 1 - Sakebi - Cinema Massimo - Torino - Mercoledì 18 Aprile 2007

Incontro con Kurosawa Kiyoshi - Parte 1 - Sakebi
Cinema Massimo - Torino - Mercoledì 18 Aprile 2007

Stefano Boni, Dario Tomasi e Giacomo Calorio salutano il pubblico e introducono il cinema di Kurosawa Kiyoshi, analogamente a quanto fatto durante la conferenza stampa, per poi cedere la parola al regista.

Tomasi, Calorio, Kurosawa Massa

Kurosawa Kiyoshi: Buonasera a tutti, sono Kurosawa. Ieri sera sono arrivato a Torino: era la prima volta che venivo in questa città e oggi pomeriggio visto che avevo un po’ di tempo libero ho fatto una passeggiata. Penso che sia una città molto bella.
Noi non siamo molto esperti come turisti però l’impressione che abbiamo avuto è stato che ad una prima occhiata gli edifici sembrassero tutti uguali. Guardandoli meglio ci siamo accorti che edifici molto vecchi si alternano ad edifici più nuovi e che questi si fondono tra loro in modo molto particolare.
Io vivo a Tokyo che è una città del tutto diversa. La tendenza è quella di distruggere gli edifici che sono diventati vecchi e costruirne di nuovi. Manca la cultura del restauro e questo fa sì che la città diventi molto caotica.
Nelle città come Tokyo che tendono a costruire sempre cose nuove avviene una cosa che secondo me è molto importante: distruggendo ciò che è vecchio si distrugge anche il passato e si tende a dimenticare quello che esisteva prima in un certo posto. Ed è un peccato. Questo, qui, non succede.
Nel film che state per vedere, Sakebi, io considero la città di Tokyo il vero protagonista. Non la Tokyo nuova, ma la Tokyo che di volta in volta viene distrutta e ricostruita, quindi la Tokyo che di volta in volta viene dimenticata. Essa è la protagonista del film.
Ovviamente è anche un film horror e spero che vi piaccia anche questo aspetto.
Grazie mille, spero che vi divertiate fino alla fine.
Al termine della proiezione di Sakebi Kurosawa incontra il pubblico.

Dario Tomasi: Di nuovo buonasera a tutti, adesso i protagonisti siete voi. Kurosawa Kiyoshi è qui con noi. Se qualcuno ha delle domande da fare, delle curiosità, questo è il momento giusto.

Giacomo Calorio: Volevo ricollegarmi a quello che diceva prima Kurosawa a proposito di Torino, dove esistono edifici che vengono restaurati, mentre a Tokyo si tende un po’ a dimenticare il passato distruggendo i vecchi edifici. È un tema, quello del passato che viene cancellato e che cancellandolo porta delle conseguenze negative, abbastanza presente nel suo cinema, specialmente nel cinema horror in cui il tema del passato che ritorna è incarnato dalla figura del fantasma che è il passato che si cerca di dimenticare e che ritorna nel presente a destabilizzarlo. Che trovavamo già in horror molto interessanti che mi è capitato di vedere di recente, come Haikō kidan, un corto girato per la serie televisiva Gakkō no kaidan in cui questo tema è particolarmente forte e ancora in questo film, Sakebi. Vorrei quindi chiedere a Kurosawa di approfondire questo argomento.

Kurosawa Kiyoshi: io a Tokyo vivo la mia vita quotidiana. E vivere la mia vita quotidiana a Tokyo vuol anche dire, in una certa misura, vivere proiettati verso il futuro dimenticando il passato. Ultimamente però mi sono chiesto se questo futuro che io rincorro sia vero. Ho cominciato ad avere parecchi dubbi sulla realtà possibile di questo futuro.
Il fatto di andare verso il futuro dimenticando il passato ultimamente è una cosa che mi crea parecchi dubbi. In realtà il passato e il futuro sono due cose collegate. In mezzo c’è il presente. Però andare verso il futuro, costruirsi questo futuro dopo aver dimenticato il passato in realtà probabilmente non è possibile. Ed è una cosa che ho capito di recente.
Forse qui in Italia le persone hanno capito da molto tempo l’importanza del passato. In Giappone invece è molto comune pensare che andare verso il futuro dimenticando il passato sia un modo facile per raggiungere il futuro.
In particolare le persone che vivono a Tokyo hanno quest’idea che ogni cinquant’anni la città viene distrutta e poi ricostruita. Prima c’è stato il terremoto, poi c’è stata la guerra. E anche nei film ogni tanto arriva Godzilla che distrugge tutto, e poi dalle rovine Tokyo rinasce. Quindi, soprattutto per i giapponesi che vivono a Tokyo, è normale pensare che ogni tanto la città e quindi il suo passato viene distrutto e poi si inaugura un nuovo futuro.
Una volta ogni cinquant’anni vuol dire che nella vita di una persona almeno una volta la città viene distrutta. Però quello che vorrei dire io, e che ho cercato di dire in questo film, è che anche se la città viene distrutta il passato non viene cancellato. Il passato comunque in quanto tale rimane, anche nella distruzione. Ho pensato che questa fosse una cosa molto importante anche se spesso viene dimenticata ed è quello che ho cercato di mostrare in questo film.

Giacomo Calorio: Questo mi fa venire in mente una curiosità che volevo chiedere a Kurosawa: il fatto che quasi tutti i suoi film si svolgano nel presente, talvolta in un futuro molto prossimo. Ma in campo c’è quasi sempre il passato che ritorna in varie forme. E mi chiedevo come sarebbe un film in costume, uno jidaigeki, girato da Kurosawa. Se ha mai pensato a questa eventualità, visto che molti suoi colleghi, come Kore-eda Hirokazu di recente, oppure Miike Takashi, hanno girato film in costume.

Kurosawa Kiyoshi: Ho pensato molte volte di girare un film in costume, ma le ragioni per cui non ho ancora potuto farlo sono due. La prima è che il me stesso di oggi non riesce ad immaginare come potesse essere una persona nel periodo passato. La seconda ragione è che per girare un film in costume ci vogliono molti soldi.

Giacomo Calorio: Ho capito… volevo solo più chiedere una cosa e poi la lascio alle domande del pubblico. Quando è stato presentato a Venezia, si è parlato di questo film un po’ come un ritorno a Cure, il film che sarà proiettato domani sera e che ha decretato il successo internazionale di Kurosawa. Effettivamente ci sono delle somiglianze tra i personaggi di Yoshioka e quello di Takabe. Ma si intravede anche un’evoluzione. Nel senso che in Cure la gente uccideva e dimenticava quasi di averlo fatto, rimuovendo la propria colpa. Qui invece abbiamo un personaggio innocente che però pensa di essere colpevole.

Kurosawa Kiyoshi: Innanzitutto quando ho girato questo film immaginavo che sarebbe stato paragonato a Cure. La ragione più ovvia è che il protagonista è interpretato dallo stesso attore, Yakusho Kōji, in un analogo ruolo di poliziotto.
D’altra parte quando ho iniziato a girare questo film non è che volessi rifare un Cure. Non è questa l’intenzione con cui l’ho fatto. Inoltre, nonostante la presenza del passato sia molto importante in tutti e due i film, in Cure la presenza del passato è manifesta, cioè c’è un esperimento che è stato condotto un centinaio di anni fa e questo esperimento ha degli strascichi fino ad oggi. Mentre in Sakebi il passato è una cosa molto più ambigua, che non viene per niente spiegata.
Inoltre mentre in Cure gli avvenimenti sono dei fatti di cronaca, conosciuti da tutti, in Sakebi quello che è successo alla donna che poi diventa un fantasma è stato una cosa molto importante per lei, ma per le persone che le stanno intorno non ha rappresentato nulla di rilevante, proprio per questo se lo sono dimenticato. E questa è la grande differenza.
Però forse in realtà si somigliano molto… (ride)
D’altra parte anche in Cure il fatto che porta alle conseguenze nel presente è comunque un fatto personale e nel presente ritorna e ha quasi un’esplosione. E il fatto che in Sakebi possa essere una cosa molto ristretta e personale nel momento in cui torna nel presente questo passato esplode e ha tutta una serie di influenze sulle persone che vivono nel presente, le quali a causa di questa esplosione piano, piano cambiano. In effetti ora, a parlarne con voi, mi rendo conto che i due film sono molto simili.
Però io quando ho completato un film non lo riguardo quasi mai. Quindi quando ho girato Sakebi mi ero quasi dimenticato di come avessi girato Cure, quindi perdonatemi se ho fatto due film quasi uguali (risa e applausi dal pubblico).

Dario Tomasi: Però ricordiamogli che domani deve presentare Cure e che forse qualcosa deve ricordarsi per domani…

Kurosawa Kiyoshi: (sorride) Certo!

Dario Tomasi: Allora, adesso forse il pubblico si è un po’ scaldato e ha voglia di fare qualche domanda, prego…

Pubblico: I suoi film, insieme a quelli di Miike Takashi, da un decina di anni a questa parte sono presentati nei migliori festival cinematografici internazionali. Volevo sapere qual è la reazione della critica giapponese ai suoi film e se hanno successo tra un pubblico giovane in Giappone.

Kurosawa Kiyoshi: Io non sono uno che va a leggersi le opinioni di ogni critico cinematografico, quindi onestamente non so. Non conosco la reazione della critica nei confronti dei miei film e di quelli di Miike Takashi.
Però in Giappone c’è un sistema per cui alla fine dell’anno alcuni critici si mettono insieme e fanno la classifica dei migliori dieci film dell’anno. E sia i miei film che quelli di Miike praticamente non sono mai in classifica. È successo poche volte che entrassimo al nono posto, però mai più in alto di questo e molto spesso non ci entriamo proprio. Quindi da questo si potrebbe dedurre che i miei film come anche i suoi film non sono molto apprezzati dalla critica giapponese.
C’è da dire che al di là della critica i film di Miike Takashi sono molto popolari tra i giovani e anche i miei film hanno comunque una fetta di affezionati che continuavo a venire a vederli ed è grazie a questo che io posso continuare a farne sempre di nuovi.
Credo che le persone che amano i film di Miike e le persone che amano i miei film siano sostanzialmente due gruppi diversi, nonostante ci siano delle persone che li amano entrambi.
A me i film di Miike piacciono molto.

Giacomo Calorio: Ricordo che l’anno scorso avevamo parlato con Shiota Tokitoshi che ci aveva detto che anche Miike Takashi è un suo grande ammiratore.

Kurosawa Kiyoshi: Non conosco bene il signor Shiota, però ho come l’impressione che lui odi i miei film. Anche lui, Shiota, fa le classifiche sui dieci migliori film su varie riviste, e io le guardo, però non è mai successo neanche una volta che citasse un mio film.
Però a me lui piace molto. (applausi)

Pubblico: Come mai nei suoi film non c’è quasi mai della musica?

Kurosawa Kiyoshi: Non è che non la usi mai, ma nel momento in cui decido di mettere una musica è perché ritengo sia davvero necessaria. La mia politica è quella di mettere delle musiche solo ed esclusivamente nei momenti in cui penso sia veramente necessario.
Il motivo è che, secondo me, la musica è molto più potente delle immagini nel suggerire le emozioni. Nella maggior parte dei film, soprattutto quelli americani, perché noi pensiamo che una scena faccia paura? Oppure perché pensiamo che una scena sia triste? Perché pensiamo che un scena sia commovente? Perché la musica ce lo suggerisce. Noi prima ascoltiamo la musica: “Ah! Questa musica è commovente, in questa scena piangerò.” Sentiamo una musica triste: “Ah questa scena è triste!” E questo succede soprattutto nei film hollywoodiani.
Quindi anche io nel momento in cui voglio che tutti gli spettatori abbiano paura inserisco una musica che faccia paura. Nel momento in cui voglio che tutti gli spettatori siano tristi metto una musica triste. Però predominano i momenti in cui voglio invece che gli spettatori interpretino ognuno a suo modo la scena e quindi in quel caso non metto nulla.
Questo fa sì che rispetto ai film americani, ai film hollywoodiani, nei miei film ci sia pochissima musica.

Pubblico: Volevo sapere due cose. Primo: perché Yakusho Kōji indossa sempre la stessa divisa, ovverosia il suo impermeabile. Secondo: volevo sapere cosa gli aveva ispirato la figura del fantasma rosso, perché ricordava molto un caso di cronaca giapponese di questi ultimi anni, appunto di una persona che era stata dimenticata in una casa ed è stata scoperta dopo vent’anni.

Kurosawa Kiyoshi: Io, quando giro un film, faccio attenzione a molte cose, l’unica però a cui non faccio attenzione, perché non sono esperto, sono proprio i costumi. Quindi ad esempio chiedo agli attori di indossare quello che vogliono loro. Quindi il fatto che il protagonista indossi sempre la stessa roba è perché è sempre lo stesso protagonista.
Yakusho Kōji quando vede i costumi a disposizione, sceglie sempre gli stessi. Capita spesso anche che non ci siano dei costumi ma che gli attori indossino in scena i vestiti che portano addosso, quindi nei film in cui l’attore è sempre lo stesso spesso anche i vestiti siano proprio gli stessi. Questa è la risposta alla prima domanda.
Per il fantasma non ho fatto riferimento a un fatto di cronaca.
Per quanto riguarda il fatto che il fantasma di Sakebi sia vestito tutto di rosso si deve al fatto che se un fantasma è vestito di scuro come una persona normale non salta all’occhio dello spettatore. E quindi ogni volta penso come far venire fuori il fantasma dalla schiera degli altri personaggi. Come sono arrivato a farlo vestire di rosso è così: io avevo già fatto un film in cui il fantasma era vestito di rosso. Poi ne ho fatto uno in cui il fantasma era vestito di nero. Poi allora ho pensato di farlo vestire di bianco, però c’era già Sadako di Ring, allora ho preferito lasciar perdere. Poi in Korei c’è il fantasma della bambina che veste di verde. Allora l’unico colore che mi rimaneva era il giallo. Però il produttore, che fa film horror, mi ha detto che aveva appena finito di girare un film in cui c’era un fantasma vestito di giallo; allora alla fine sono tornato alla mia prima scelta che era il fantasma vestito di rosso. Se in futuro farò di nuovo un film in cui compare un fantasma sarò di nuovo punto e a capo nel decidere di che colore fare il vestito del fantasma. Però in effetti l’unica mîse in cui il fantasma non è mai stato mostrato è il fantasma nudo. (risate)

Dario Tomasi: Anch’io ho una curiosità, una domanda brevissima. Kurosawa Kiyoshi non è solo un regista, ma anche un autore di romanzi. Di Kairo, se non vado errato, è uscito un romanzo che è anche stato edito in Francia, forse anche di Cure, ma non sono sicurissimo. Sono romanzi che ha scritto dopo o prima del film? Perché questi romanzi, come mai?

Kuorosawa Kiyoshi: Li ho scritti dopo aver completato il film. In Giappone è una prassi abbastanza usuale quella di scrivere il romanzo del film come promozione dello stesso. Di solito è uno scrittore professionista che se ne occupa. Io però, quando mi hanno detto comunicato questa cosa, mi sono detto “se proprio li deve scrivere qualcuno preferisco scriverli io”. Anche nel caso di Cure ho scritto io stesso il romanzo dopo aver completato il film.
Io non sono mai stato particolarmente interessato alla scrittura di romanzi però quando ho iniziato a farlo mi sono reso conto di come fosse divertente, e poi anche utile a me come regista perché, nel momento in cui io finisco di girare un film il mio lavoro è finito, però ci sono molte cose che nel film non sono riuscito a inserire o magari ho voluto inserire ma alla fine non sono venute fuori e quindi scrivere il romanzo è un’occasione per ripensare il film con il senno di poi.
Ad esempio nel caso di Kairo nel finale c’è il protagonista che sale su una barca e parte. Nel film non viene nemmeno suggerito dove il protagonista stia andando (non è proprio così, ndt), è semplicemente una fuga da Tokyo, cioè esce da Tokyo. Invece mentre stavo scrivendo il romanzo io ho capito dove stava andando.

Alice Massa: Dove?

Kurosawa Kiyoshi: In realtà stava andando in Sud America e l’ho capito mentre scrivevo il romanzo. L’America del sud è l’esatto opposto del Giappone sulla Terra.

Pubblico: Se si interpretasse questo film come la personalità complessa che tutti noi contemporanei abbiamo, in un “non spazio” come quello, tra l’altro non bello, esteticamente orribile, all’esterno e all’interno. Quindi, come dire, una proiezione delle nostre paure, delle nostre aggressività, del fatto che noi abbiamo il nostro doppio che sovente non lo conosciamo. Questa interpretazione la esclude oppure…? Che ne dice?

Kurosawa Kiyoshi: Sono molto contento che lei abbia visto questa cosa perché seppure io non abbia messo nel film questa intenzione con coscienza di farlo, però è una cosa che nella mia vita quotidiana penso e sento, quindi trovo naturale che nel mio film sia venuta fuori.
Io non faccio film per dire qualcosa. Io semplicemente faccio dei film e nei film viene fuori ovviamente la storia che volevo raccontare, ma anche la stessa atmosfera che c’era durante le riprese. E poi viene fuori qualcosa di me, che però io normalmente non voglio trasmettere di proposito. Poi giro per i festival e come in questo caso delle persone mi fanno notare delle cose e io in quel momento capisco e dico: “Ah! Ecco cosa volevo dire, adesso l’ho capito…”
Quindi per me il film è veramente finito nel momento in cui delle persone lo guardano e mi fanno notare delle cose del film. In quel momento io penso di aver finalmente completato il mio film. (applausi)

Dario Tomasi: Bene, ringrazio il pubblico e ricordo che domani sera c’è la proiezione del mitico Cure che sarà ancora presentato da Kurosawa Kiyoshi. Ringrazio naturalmente la nostra bravissima traduttrice Alice che è veramente preziosa, grazie a tutti voi e a domani (applausi).

Traduzione: Alice Massa
Trascrizione: Cinzia Chiarion

 

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