neo(N)eiga - Archivio: Incontro con Miike Takashi - Parte 2, 20 aprile 2006

Incontro con Miike Takashi - Parte 2
Cinema Massimo - Torino - 20 Aprile 2006 - Ore 20:30

(MT: Miike Takashi, DT: Dario Tomasi, SB: Stefano Boni, TM: Tom Mes, TS: Shiota Tokitoshi)

SB: Buona sera a tutti. Grazie di essere venuti, ci fa molto piacere. Alcuni di voi sicuramente saranno stati qui anche ieri sera. Per noi essere riusciti a mettere su questa grande retrospettiva è veramente una soddisfazione. Non sto qui a ringraziare nuovamente tutti ma sicuramente Dario Tomasi che è qui vicino a me e l’associazione neo(N)eiga che ha lavorato alla selezione dei film e al catalogo, mettendo assieme tante idee. La loro passione è stata determinante nell’imbarcare il MNC in questo progetto. Domani sera Miike sarà inoltre all’inaugurazione del Far East Film festival di Udine che è un po’ il faro della cinematografia orientale in Italia, un festival giovane che però ha costruito un percorso originale. Miike presenterà in anteprima europea Imprint che è l’episodio che ha realizzato per la serie Tv americana “Masters of horror” alla quale hanno partecipato tra gli altri Carpenter e Dario Argento. Questo episodio non è poi andato in onda perché ritenuto eccessivo, come del resto eccessivo è un po’ tutto il suo cinema, ma sta comunque girando il mondo nei festival e siamo contenti di vederlo in anteprima europea ad Udine. Chiudo questa premessa e passo la parola a Dario Tomasi perché questa sera abbiamo cercato di preparare un programma particolare con una doppia-proiezione come va di moda negli USA e in Giappone - in Italia un po’ meno - con la proposta di uno dei suoi film più importanti, Ichi the killer, e poi un omaggio alla persona Miike con Non aprite quella porta, un classico dell’orrore di Tobe Hooper, in un’ottima copia restaurata proveniente da Londra. È un omaggio a Miike perché nell’intervista che ci ha rilasciato egli sostiene che questo è il suo film preferito - e potete forse intuirne le ragioni – e quindi è un nostro tentativo di fargli un regalo riportandolo al cinema. Cedo la parola a Dario Tomasi.

miike al massimo

DT: Buona sera. Io volevo chiedere a Miike a proposito di Ichi the killer, forse il suo film più noto, e sulle sue passioni e influenze cinematografiche. Ichi the killer è un tratto da un manga come altri suoi film, per esempio MPD e Fudoh. Lui, Tsukamoto e Ishii Sogo sono considerati un po’ il gruppo di registi della “generazione manga”. Volevo chiedere quindi a Miike qual è il suo rapporto coi fumetti e sapere se i manga sono un’importante fonte di ispirazione per i registi giapponesi.

MT: Buona sera (in italiano), sono Miike, grazie per essere qui. La cosa che mi piace di più del trarre un film da un manga è che posso dare la colpa al suo autore, qualora il film non riesca bene, e al tempo stesso posso fare il “mio” film. In questi casi cerco di far sentire all’autore il fatto che io sono un fan di quel manga, è importante per me far trasparire la mia passione.

DT: Ichi the killer è anche un film di yakuza, il genere più frequentato da Miike. In verità in questo film manca del tutto il ningyo, cioè il codice d’onore, che è uno dei perni di questo genere considerato “classico” in Giappone. Volevo sapere se ha girato così tanti film di yakuza perché gli interessa personalmente o più semplicemente per ragioni di mercato visto che il genere è popolare e quindi redditizio.

MT: L’immagine comune dello yakuza è di una persona “normale” che poi è “caduta”. Io la penso un po’ diversamente. Provo interesse e anche un po’ d’ammirazione per queste persone che hanno deciso di vivere in modo diverso, sono riunite, hanno loro regole che rispettano molto. Io non potrei mai essere uno yakuza perché sono un fifone ma mi interessano da questo punto di vista. Comunque, gli yakuza che vedono i miei film mi dicono sempre che non sono così cattivi… ma un po’ più normali. In particolare gli yakuza di questo film sono decisamente esagerati, ognuno ha seguito una strada che l’ha portato aldilà di quello che può essere nella realtà. Però in questo film si può sentire, secondo me, l’energia del quartiere di Kabuki-cho che è famoso proprio per essere il quartiere degli yakuza. Se andate in Giappone e visitate Shinjuku e Kabuki-cho potrete vedere personaggi simili a quelli di Ichi the killer. Se ne avete l’occasione ve lo raccomando. (il pubblico ride)

DT: Ichi the killer resta uno dei film-manifesto del nuovo cinema giapponese di inizio millennio e questo anche perché vi recitano come attori altri due registi famosi: Tsukamoto Shin’ya e Sabu. Come mai li ha scelti? Come mai ama usare resti come attori? Qual è il suo rapporto con gli attori?

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MT: I due registi citati sono entrambi degli uomini di cinema completi, nei loro film curano produzione, regia, montaggio e altro ancora. E questo provoca loro grande stress. Girano un film con l’anima. Quando vanno sul set di un altro regista diventano un loro strumento, possono distendere i nervi perché non hanno tutte quelle responsabilità e risultano bravi come attori poiché molto obbedienti. In particolare Tsukamoto, vedrete, nella seconda parte del film, mostra dei muscoli portentosi (si riferisce al torso da culturista che gli è stato sovrapposto digitalmente; ndt), è diventato un “macho”, questo perché si è allenato molto durante il film... Spero che la cosa vi piaccia. Purtroppo per via dello stress ora Tsukamoto è diventato quello che era prima. Se lo incontrate quindi non fateglielo notare ! (il pubblico ride)

DT: In Italia durante le vacanze di Natale escono al cinema i film per le famiglie e i cartoni animati per i bambini. Dalle informazioni che abbiamo, che magari sono sbagliate, Ichi the killer è uscito in Giappone il 22 Dicembre 2001. È perché si pensava che fosse un film per famiglie? (il pubblico ride)

MT: Diciamo che l’amore ha molte forme. Quindi anche se ci sono personaggi che inizialmente non riusciamo a comprendere dobbiamo capire che anche loro hanno dei problemi e dei sentimenti e quindi in questo senso potrebbe essere visto come un film di Natale, poi è molto colorato e divertente...

DT: Infatti è anche una storia d’amore. Sperando di non mettere in difficoltà Alice con una terminologia complessa, volevo chiedere a proposito dell’immaginazione senza confini di cui parlavamo ieri. Il titolo del film è un esempio di questa immaginazione senza confini. Infatti vediamo la scritta Ichi che si forma progressivamente come un altorilievo a partire da una macchia di sperma… Come è nata questa idea? Era già presente nel fumetto?

MT: È un’idea che è venuta a me, non c’era nel manga. In USA ci sono gli specialisti dei titoli dei film, in Giappone invece tocca al regista pensarci. Io volevo trovare qualcosa di diverso, che però avesse un suo significato. La scelta dello sperma è votata a far vedere che tutte le persone, yakuza, professori o casalinghe, vengono dalla stessa origine. È un titolo che accomuna tutti. Lo sperma usato è stato donato da Tsukamoto ma era parecchio denso e non è venuto molto bene… (il pubblico ride e applaude)

DT: Prima di chiedere a Miike di introdurre il film di Tobe Hooper, la mia passione verso il cinema orientale mi spinge a chiedergli ancora una cosa. Tra i suoi modelli e punti di riferimento, non solo cinematografici, lui spesso cita Bruce Lee. Da cosa nasce questa passione?

MT: Il primo film di Bruce Lee che ho visto è stato I tre dell’operazione Drago, quando avevo 11 anni. Mi ha colpito molto soprattutto perché Bruce Lee era morto un anno prima. Vederlo ancora vivo sullo schermo mi ha fatto capire la bellezza e la crudeltà del cinema. Questo ha reso Bruce Lee una figura affascinante che mi sono portato appresso per tutta la vita.

DT: Cediamo la parola al pubblico per qualche domanda. È tutto vostro.

P: Volevo domandare a proposito delle perversioni che sono abbastanza ricorrenti nei film di Miike. Questo nasce da un sottobosco culturale giapponese o piuttosto da qualche cosa di personale?

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MT: Lo chiede perché non le piacciono ?

P: È una curiosità.

MT: La risposta sta nella domanda: è una curiosità. In Giappone come nel resto del mondo ci sono tante cose. Un film uno lo può guardare oppure no. Io mi sento libero di proporre certe cose. Voglio dire però che non metto in scena perversioni e violenza per sfida o per mettermi in mostra. Non credo che i miei film siano eccessivamente violenti. Metto in scena quello che mi viene naturale di fare.

P: Nel suo cinema ha usato spesso tecnologie digitali. Volevo sapere quanto sono importanti per lei. È una scelta estetica?

MT: Prima di tutto è una questione di budget. Ultimamente escono molte nuove tecnologie. Io penso che si possono fare cose belle sia con una telecamera molto piccola sia con una cinepresa ingombrante. Non sono però particolarmente interessato alle nuove tecnologie e non ci sono motivazione estetiche. Sono ancora intenzionato a girare in 35mm… di volta in volta sceglierò se usare video o pellicola.

P: Abbiamo appena visto DOA Final dove troviamo un modello di “famiglia ricostituita” formata da uomo, donna e bambino che aldilà dei legami di sangue è l’unione di tre solitudini e di tre dolori, un po’ come accade anche in Rainy Dog con cui condivide l’attore. Volevo sapere se questo è un modello che gli è caro, se può essere un avvio per il nuovo millennio.

MT: La ragione sta nel fatto che sento molto la paura di perdere quelli che amo e la mia famiglia. Però devo anche pensare che non andrà avanti all’infinito e questo equilibrio un giorno potrebbe spezzarsi e interverrebbe la solitudine. Ma mi domando: non è che la solitudine è già iniziata e non me ne rendo conto? Per questo rappresento questi modelli di famiglia ricostituita dove domina la solitudine.

P: Molti film che ha diretto sono incentrati su figure di emarginati come comunità cinesi oppure figli di padre e madre di diversa nazionalità. Come mai queste figure?

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MT: Tutto nasce da mio padre che è nato in Cina. Dopo la guerra è venuto in Giappone ad Ōsaka. Non si è mai sentito totalmente cittadino di Ōsaka. A scuola poi io ero un po’ a parte, non mi piaceva studiare. Anche come regista sono fuori dal gruppo che lavora nel cinema main-stream. Questa “vergogna” traspare un po’ nei miei film in questo modo: pongo l’accento sugli emarginati e ho anche un interesse per quelli che sono i personaggi secondari che magari il protagonista incontra una volta e poi non vede più. Gli do molta importanza, mi stanno molto simpatici. La generazione di mio padre ha visto molti spaghetti-western che venivano dall’Italia e anch’io ne sono stato influenzato, da bambino. Il fatto di venire in Italia e mostrare i miei film mi dà ora molta gioia. Magari c’è qualcuno tra voi che vorrebbe fare film e dopo aver visto Ichi the killer potrebbe dire: “Lasciamo perdere!”. Spero che non accada.

SB: Grazie. Chiederei ora a Miike di introdurci il film di Hooper. Devo però dare a Cesare quel che è di Cesare e ringraziare Luca Sansoé e Francesco Giai Via di neo(N)eiga. L’idea è stata loro che in una notte, credo anche un po’ alcolica, mi hanno scritto un SMS proponendomi questa proiezione che è stata accolta… forse un po’ follemente (ride).

MT: L’importante di un film horror è quando lo si vede, il momento e lo stato d’animo. Io l’ho visto quando ero ragazzino. Avevo solo visto film per bambini allora ed era la prima volta che andavo al cinema da solo. Ho preso il tram per andare in centro e già questa era un’avventura. Volevo vedere un film di Chaplin ma la sala era piena e non sono riuscito ad entrare. Mentre tornavo a casa, vicino alla stazione, c’era questo cinema che dava Non aprite quella porta di Hooper, non c’era nessuno e allora ho provato ad entrare. C’era questo tizio che dava martellate sulla testa di un altro e per me è stato uno shock, anche in senso positivo. Dopo 30 anni se vedo questo film sento lo stesso impatto e per me è straordinario. È come se un bambino andasse a vedere un film sugli “orsetti” e, sbagliando sala, si vede apparire Ichi the killer… È quello che successe a me in quel momento.

SB: Grazie. Ringrazio Miike Takashi e vi lascio ai due film.

Trascrizione di Stefano Gariglio
Traduzione dal giapponese di Alice Massa
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