neo(N)eiga - Archivio: Neoneiga incontra Miike Takashi Torino, 20 Aprile 2006

Neoneiga incontra Miike Takashi
Torino, 20 Aprile 2006

Miike Takashi si è concesso ad una piacevole chiacchierata con il gruppo neo(n)eiga nel pomeriggio seguente al primo dei due incontri al Cinema Massimo di Torino.

(MT: Miike Takashi, N: Neoneiga)

N: Innanzitutto la ringraziamo di essere qui tra noi. Siamo molto onorati. Seguiamo il suo cinema da ormai molti anni.

MT: Ringrazio voi.

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N: La filmografia del nostro libro si ferma sui suoi ultimi film dei quali si sa ancora poco. Parlando di Imprint volevamo sapere come è stato contattato per il progetto dei Masters of Horror e come è stata la lavorazione del film.

MT: All’inizio il produttore Mick Garris non prevedeva di coinvolgere un regista asiatico, però siccome avanzava un posto libero mi hanno chiamato. Mi hanno detto di girare in Canada con uno staff canadese. Io non me la sentivo e ho chiesto di poter girare in Giappone e loro, contro le mie aspettative, mi hanno accontentato.

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N: Ci sono stata limiti imposti dalla produzione? Oppure è stato più libero perché ha girato in Giappone?

MT: L’idea di fondo dei MOF prevedeva che i 13 registi facessero quello che volevano per un prodotto destinato alla Tv. Era lo spirito del progetto, ma siccome era la prima volta che lavoravo con l’America io ho messo le mani in avanti e ho chiesto ai produttori di indicarmi che cosa NON potevo fare. Loro (ingenuamente) non mi hanno dato limiti e mi hanno incoraggiato a fare quello che davvero volevo… e poi non lo hanno trasmesso e io ci sono rimasto un po’ male. È stato comunque un successo anche se non è passato in Tv. Ai produttori è comunque piaciuto.

N: Proprio la censura ha reso celebre il suo episodio. Lei crede che il pubblico degli USA non fosse abituato a certe immagini? Quali immagini posso aver dato fastidio?

MT: Quando ho visto gli altri film sono rimasto male perché il mio episodio non mi è sembrato il più violento o estremo, e quindi mi sono detto “Dove sta il problema?”. Certo, ci sono temi spinosi, però c’è da dire che anche se sono cose forti sono comunque reali, cose che accadono non solo in Giappone, e non c’è niente di falso. Da questo punto di vista forse ha giocato la differenza di cultura e di religione: il discorso dell’aborto era spinoso ed è stato censurato, non dimentichiamo che in America è attivo un corposo gruppo anti-abortista. La Tv via cavo è “libera” perché la può vedere chiunque ma allo stesso tempo non è libera perché deve tenere conto della sensibilità generale.

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N: L’intervento della censura non si deve quindi alla famosa scena degli spilli?

MT: Dal punto di vista delle torture altri film della serie non sono da meno, l’episodio del regista messicano e quello di Carpenter, per esempio. È stato l’argomento di fondo ad impaurire la Tv.

N: Il film nasce da un racconto kaidan tradizionale ?

MT: Non è un racconto tradizionale bensì una novella scritta 4 o 5 anni fa da Iwai Shimako, ed ha ricevuto un premio ad un concorso indetto da una casa editrice. Ha fatto parlare di sé proprio per questo premio. Si è pensato più volte ad un film ma essendo un racconto relativamente breve era difficile farne un lungometraggio di due ore. Quando mi è giunta la proposta dei MOH ho pensato a questa storia ma all’inizio era un po’ scettico perché pensavo che in USA questo tipo di horror non fosse capito, e infatti sappiamo com’è finita... Iwai Shimako compare anche nel film, è la vecchietta con gli spilli. È stata la prima spettatrice del film e gli è piaciuto molto. Ne sono soddisfatto anch’io.

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N: Com’è stato il rapporto con il suo “primo attore americano”, Billy Drago? Come è stato scelto?

MT: Nel racconto il protagonista è un nativo giapponese. La produzione del film ha suggerito però che se ci fosse stato un protagonista americano il pubblico degli USA, a cui principalmente si pensava, si sarebbe potuto immedesimare più facilmente. Avevo visto alcuni film con Billy Drago e lo sentivo vicino, non tanto come star quanto come attore di V-Shinema (film pensati per il mercato dell’home video, ndt). Cercavo un attore che non fosse una “star” da dover trattare da “ospite” ma qualcuno al pari degli altri attori giapponesi. Inoltre avevo sentito dire che Drago è un tipo che si diverte a girare all’estero e si adatta bene in set lontani da casa. L’ho contattato ed è andato tutto bene, io e lo staff l’abbiamo trattato come uno di noi, come un collega.

N: Si comunicava in inglese?

MT: Io non parlo niente di inglese e ho dovuto contare su uno staff che lo praticasse almeno un po’. Gli assistenti alla regia erano molti bravi e il cast è stato selezionato anche in base alle conoscenze dell’inglese e alla presenza nel curriculum di eventuali film girati all’estero. Il copione era in inglese e durante le riprese tutti parlavano in inglese: io non capivo nulla quindi quando sentivo che gli attori smettevano di parlare ne deducevo che la scena era stata completata. Dicevo quindi “Cut!” e passavamo alla scena successiva. (ride)

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N: Lei è l’unico rappresentante asiatico tra i 13 registi coinvolti nel progetto dei MOH. Ha sentito o incontrato i suoi colleghi?

MT: Quando mi hanno commissionato un episodio dei MOH io mi sono detto “Ma io non sono un regista di horror!”. Ho pensato che i produttori avessero visto Audition e mi avessero catalogato in base a quello. Imprint non è in effetti un film solo mio ma è anche dello sceneggiatore Daisuke a cui forse appartiene di più la visione di horror che ne viene fuori. Non mi considero un regista di orrore. All’inizio ero in contatto con i produttori americani, dopo ho incontrato Hooper, Argento ed altri… ma è stato solo un semplice incontro, non una collaborazione.

N: È vero che lei ha sentito come una vittoria l’aver messo paura ad Hooper?

MT: Sì, è vero (ride). Gli americani ti lodano molto ed è bello. All’inizio avevo letto che ci sarebbe stato anche Romero poi invece si è ritirato. Mi sono informato sul perché e ho scoperto che era dovuto al fatto che stava divorziando dalla moglie e non era il momento adatto per un progetto del genere… ho pensato che allora anche gli americani sono come noi... (ride)

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N: Lei ha scelto di restare a girare in Giappone pur coinvolto in un progetto americano, ma alcuni suoi colleghi giapponesi come Nakata e Shimizu sono andati negli USA. Cosa ne pensa?

MT: Per fare film negli USA tanto sarebbe valso andare a studiare lì e farsi un’esperienza lì. Adesso come adesso girare un film America richiede una forza in termini di budget pari a quella che in Giappone investono in dieci film, e non ne vale la pena. Degli USA sento più il fascino della distribuzione. Non scarto a priori l’idea di lavorare lì un giorno ma non l’ho ancora considerata seriamente. Dopo DOA mi erano arrivate proposte, però gli americani sono un po’ aleatori certe volte… mi hanno telefonato ma poi non li ho più sentiti…. e la cosa si è inabissata per il momento.

N: Le farebbe piacere un remake americano di un suo film?

MT: Capisco perché ad Hollywood facciano tanti remake di film orientali: sono soggetti che richiedono budget ridotti. In un certo senso è bello che un film abbia dei remake, può essere divertente, però come regista una volta che un film è fatto per me è un argomento chiuso.

N: Chi vedrebbe bene nei ruoli che furono di Takeuchi e Aikawa? Robert De Niro e Al Pacino?

Miike ride e annuisce.

N: Silver, del 1999, aveva visto la collaborazione con il mangaka Maki Hisao. Recentemente abbiamo sentito di una sua nuova collaborazione nel film Waru. Ce ne può parlare? Tratta sempre di lotta?

MT: Maki Hisao è il mio maestro di karate e ho sempre sentito il fascino di questo uomo, non tanto per i suoi manga ma per la sua presenza fisica. Prevedo altre collaborazioni. Waru rispetto a Silver è una storia molto più “normale”, che tratta di uno yakuza solitario, quasi un ronin. Il manga è andato avanti per 35 anni e ora è finito. È già stato trasposto in V-Shinema in passato e Maki mi ha chiesto di tradurre in film l’ultima parte di questa saga. Non ho potuto rifiutare e sono contento.

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N: Ultimamente ha girato quattro film tra cui Big Bang Love che è passato al Festival di Berlino. Ci dice qualcosa di questi titoli?

MT: Big Bang Love è tratto da un romanzo scritto da Maki Hisao e dal fratello Kajiwara Ikki (sceneggiatore di celebri manga come L’uomo tigre e Rocky Joe, ndt), purtroppo scomparso. Scars of the Sun è completamente diverso e nasce da una riflessione sul fatto che in Giappone sta crescendo il crimine giovanile e la legge non riesce a tenere il passo con questo fenomeno. I minori vengono protetti eccessivamente anche quando commettono crimini “da adulti”. Il film racconta di un adulto che si vendica su un ragazzino che ha ucciso suo figlio. Sono film per il cinema ma con una distribuzione per così dire “selezionata”, con un target di poche sale, non main-stream. E comunque si punta soprattutto alla distribuzione in video.

N: C’è poi forse un terzo film in cantiere, 51 ways to protect a girl?

MT: C’era questo progetto, ma, sia per la mia mancanza di tempo che per altri motivi, non sarò io a dirigerlo.

N: Concludiamo con una curiosità: nell’intervista contenuta nel libro le chiedevamo a riguardo del suo rapporto con Aikawa e Takeuchi e lei rispondeva dicendo che è un ottimo rapporto ma solo professionale. Ce lo conferma anche adesso?

MT: Ultimamente Aikawa e Takeuchi hanno preso strade diverse. Takeuchi fa principalmente film che lo divertono o interessano personalmente, perché ora può permettersi “di scegliere”, mentre Aikawa punta a film e prodotti Tv più main-stream. Loro due si stanno quindi separando e anch’io devo dire che li frequento ancor meno, vedendoli solo sul set. Ma ci stimiamo molto.

N: Grazie a nome di neo(n)eiga.

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Domande di Luca Cechet Sansoé e Fabio Rainelli
Trascrizione di Stefano Gariglio Traduzione dal giapponese di Alice Massa
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