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Dossier: Oshii Mamoru

 

Titolo originale:
Kokaku Kidotai 2 – Innosensu.

Sceneggiatura e regia: Oshii Mamoru.

Character design: Okiura Hiroyuki.

Musiche: Kawai Kenji.

Direzione Artistica: Hirata Schuichi.

Direzione Computergrafica: Hayashi Hiroyuki.

Produttori esecutivi: Ishikawa Mitsuisa, Suzuki Toshio.

Produzione: Giappone 2004, I.G, Kodansha.

Durata 100min.

‘INNOCENCE IS LIFE’:
L'(IN)ANIMATO in INNOCENCE.

di Davide Tarò

 

2032.
Gli “umani” sono praticamente scomparsi.
L’idea di “umano” stesso non ha più senso.
Tutto ha lasciato il posto ad una società composta da forme di vita ibride, cyborg (uomini con innesti meccanici, chi più chi meno) e robot.
Batou il cyborg ispettore dell’unità antiterrorista della sezione 9 vive una vita solitaria, con il suo cane bassethound che lo aspetta fedelmente a casa, egli ha perso la donna che in qualche modo ha amato e con cui ha avuto un rapporto di affetto particolare senza legami precisi.
Lei era la sua collega alla sezione 9, lei ha raggiunto la consapevolezza nella vastità della rete alcuni anni prima, lei è  Kusanagi Motoko, ed è scomparsa per sempre dalla sua vita.
Indagando su dei delitti a sfondo sessuale compiuti dai sexaroids, nuovissime “bambole” robot per il soddisfacimento dei bisogni di ricchi e potenti uomini Batou scoprirà un’organizzazione che ha trovato il modo di clonare le anime di bambini presi da orfanotrofi ed in mezzo alle strade, ed immetterlo nelle inquietanti bambole.
Il processo di “clonazione” però non è infinito, provocando serissimi danni permanenti ed incurabili all’essenza delle piccole creature, che alla fine muoiono come gusci senza più nulla dentro.
Le bambole Sexaroids, proprio per la recondita memoria della loro provenienza, cominciano ad impazzire in massa, uccidendo chiunque abbiano vicino.
A Batou verrà messa innanzi la possibilità di rivedere Motoko, che lo veglia come una madre piena di grazia dalla immensa vastità della rete, giunta ad aiutarlo in un corpo di bambola sexaroids nel momento del bisogno, come un ‘deus ex machina’.
 Poi tutto finirà nuovamente, la donna andrà via, lasciando il corpo della bambola malinconicamente e tristemente vuoto, “siamo destinati a rimanere soli, per ricercare senza fine qualcosa d’altro ” dice al suo vecchio compagno/amico Batou prima di sparire la donna
Alla fine, le note di un tango argentino dai vaghi sapori gitani   cominciano armoniosamente.
‘Follow me’ dice la meravigliosa voce femminile.

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Ueno Toshiya critico professore associato all’Università del Chubu, storico sociale del pensiero, specializzato in critica dei media dice nel suo Buttate via genere e autore! Cinema come animazione, animazione come cinema comparso nel n°1204 (annata 1996) della rivista Kinema Junpo:

“Nel guardare uno storyboard di Patlabor II mi sono chiesto se Oshii non veda costantemente il mondo come quello storyboard, cioè, se non fosse indicativo di uno sguardo che sin dall’inizio vede la realtà come animazione. Per Oshii l’animazione non è necessariamente un riflesso, una copia della realtà, si tratta piuttosto di una realtà a sé stante e indipendente; mentre la realtà stessa del mondo, dal suo punto di vista, si struttura e schematizza come animazione”.

Lo supponevamo già, e già lo si sospettava fortemente.
‘Innocence is life’ diceva il bel promo teaser dell’ultima (ancora per poco) pellicola di Oshii Mamoru, dove il suo cane Gabriel già ci sondava con i suoi placidi occhioni, proprio a fianco di “pezzi” di automa (in)animati, tra cui una testa con occhi, che guarda caso, ci sondavano anch’essi.
L’innocenza è vita.
L’innocenza della visione, dove per il termine “innocenza” si dovrebbe ricercare un atteggiamento essenzialmente culturale proprio di una società civile occidentale che dà un valore vacuo alla raffigurazione per immagini.
Una figura in movimento non ha “realmente” una “presenza”.
 Una figura non ha anima e quindi non esiste “veramente”.
Oshii con Innocence, in altri sogni cinematografici il ‘seguito’ un po’ apocrifo di Ghost in the shell (1995), fonde ed amalgama nel tessuto narrativo in maniera piuttosto approfondita le Karakuri Ningyo , automi che si muovono grazie a degli ingranaggi (come quelli dentro gli orologi), molto apprezzati in Giappone nell’epoca Edo, adoperati per feste e funzioni religiose rituali, e per sottili ma ben presenti armonie anche il teatro Bunraku, teatro prettamente orientale di figure antropomorfe in legno, burattini a forma umana di grandezza naturale  manovrati da persone nell’ombra, già protagonista in alcuni episodi di Lamù, facciamoci caso.

“Perché l’uomo cerca ed immette la sua forma nei meccanismi e nelle macchine cibernetiche?”

Domanda e ci domanda Oshii,  la forma umana non è  certamente la più comoda né la più funzionale in assoluto, però noi per far in qualche modo “andare avanti” la specie, continuiamo a raffigurarla, in automi, in macchine, proprio come si fa con i bambini nelle rispettive famiglie, delle creature fatte ad immagine e somiglianza dei genitori.
Quindi i bambini vengono paragonati a bambole, ad automi da Oshii stesso, che tra letture di Descartes, de L’isle de l’eve Future e lo scultore di algide bambole, surrealista tedesco Hans Bellmer, suo vero e proprio mito sin dalla giovinezza, riesce a portare avanti il suo discorso, la sua personalissima inchiesta, sulla soggettiva percezione di “una” fantomatica realtà.
L’uomo percepisce “la realtà” come uomo.
I cani percepiscono “la realtà” come cani.
Qualsiasi essere vivente percepisce “la realtà” a sua “immagine e somiglianza”.

Ma allora che tipo di realtà possono immaginare i simulacri?
Come un vero e proprio investigatore, riprendendo i suoi “vecchi” topos tanto cari in episodi a forma “gialla” di Patlabor , Lamù, o serie oav quali Twilight Q.
In qualsiasi modo la si voglia mettere, l’investigazione è sempre stato un topos narrativo se non IL topos per eccellenza di Oshii.
Batou, qui invecchiato ad arte in qualche modo per poter ricordare (ed assomigliare) al regista, ricerca la verità, “una” sua verità seguendo l’antico adagio ‘Logicus Solus’ scritto a chiare lettere negli enormi meccanismi circolari presenti nella pellicola.
Ma la ricerca sta negli occhi di chi la compie.
In realtà in questa straordinaria pellicola, non ci sono “verità” assolute, né il fulcro vero e proprio è la ricerca, almeno non il SOLO fulcro, difatti un altro è la presa di coscienza e la descrizione di questo stato di cose.
Il falò rituale del nuovo anno, dove le vecchie bambole ed automi in legno vengono purificati e bruciati nel pallido fuoco, ricorda molto da vicino l’ Hina Matsuri la festa delle bambine e delle loro bambole, dove i vecchi simulacri vengono bruciati e “purificati” per lasciare spazio a quelli nuovi, senza mancare di rispetto a quelli vecchi, perché c’è vita nel (in)animato.
Bambole raffiguranti bambine che ci guardano nel finale inessenziale eppur così algidamente bello e profondo della pellicola, dove la forma umana (i bambini), in poche inquadrature di primi piani alternati viene trattata stilisticamente allo stesso modo del “simulacro” (le bambole, gli automi), creando una sensazione di inquietante estraniamento dei sensi percettivi.
Maschere di bambini che giocano a Kakurembo, una sorta di nascondino per i viottoli della città (quante volte lo si è potuto vedere in scene oniriche nella serie Lamù?), meccanismi enormi e semoventi con movimenti meccanici che sovrastano la festa la folla e le vie.
Questo è il “carnevale Oshiiano”.
Un “carnevale arcaico” che come tutte queste raffigurazione rituali è una epifania di forze, e di modi altri di percepire quella che noi continuiamo a chiamare, con ferreo ottimismo, realtà.
Intanto dietro una musica lentissima e meccanica di carillon, malinconica sino alle lacrime, un Gabriel (amato cane del regista) meccanico, simulacro di quello “vero” animato sullo schermo (da un Okiura Hiroyuki in stato di grazia dopo il meraviglioso Jin-roh), a sua volta simulacro di quello vero, abbaia.
Abbaia per sempre.
Destinato a ripetere quel gesto.
L’esistenza è meccanica.

‘Innocence is life’.

L’intero saggio in traduzione italiana di Ueno Toshida lo si può trovare gratuitamente sul bel sito Yupa no Hakobune

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