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Dossier: Oshii Mamoru

 

Titolo originale:
Jin-Roh (L'uomo-lupo)

Regia:
Okiura Hiroyuki

Produttori:
Sugita Tsutomu, Terakawa Hidekazu e Watanabe Shigeru

Soggetto:
dal manga di Fujiwara Kamui e Oshii Mamoru

Sceneggiatura:
Oshii Mamoru

Direttori dell’animazione:
Kamiyama Kenji

Direttore Artistico:
Ogura Hiromasa

Character Design:
Nishio Tetsuya

Mecha Design:
Hiramatsu Tadashi

Direttore della fotografia:
Shirai Hisao

Musiche:
Mizoguchi Hajime

Produzione:
1999: Mamoru Oshii
Bandai Visual
Production I.G

Durata: 95 minuti

JIN-ROH. LA BRIGATA DEI LUPI

In una Tokyo alternativa post-bellica, macchiata dal sangue delle rivolte civili, il governo decide di creare il gruppo dei Kerberos, una squadra di poliziotti corazzati in grado di fronteggiare da soli le sommosse. Una notte alcuni Kerberos inseguono un manipolo di terroristi nei cunicoli delle fogne finendo per fare una strage. E' durante quest'occasione che Kazuki Fuse, uno di questi poliziotti, vede morire davanti ai propri occhi Nanami una giovane rivoluzionaria che pur di non consegnarsi alle autorità si fa saltare in aria con una borsa di esplosivo. Scampato alla sciagura grazie all'armatura che portava addosso Fuse si reca alla tomba della vittima e qui incontra Kei, sua sorella maggiore. I due iniziano a frequentarsi cercando a vicenda il conforto e il significato di una vita di soli falsi ideali. La polizia locale però, da tempo entrata in conflitto con il gruppo dei Kerberos, tiene sott'occhio i movimenti dei due pronta a cogliere l'occasione per gridare allo scandalo e danneggiare il corpo corazzato. Nell'arco di una sola notte verranno a galla inganni e cospirazioni, tradimenti e volta-faccia. E alle luci dell'alba si affaccerà all'orizzonte un futuro senza speranza.

"L'ultimo grande anime del millennio", come la stessa I.G Production lo ha definito, è una pellicola di una freddezza senza precedenti nel campo dell'animazione. Abbandonando per una volta i consueti riferimenti biblici e cabalistici Oshii mette mani sulla favola di Cappuccetto Rosso nella sua versione originale (e crudele) tedesca, Rotk'ppchen, per regalarci una storia di uomini tristi e soli che non possono fidarsi di nessuno, in un passato alternativo, sporco e degradato, che prelude ad un futuro ancora più cupo. Un film che parla di una società fatta di vittime e di predatori, ruoli che possono però invertirsi con estrema facilità. Ma anche un film sull'impossibilità di sfuggire al proprio destino, quel "destino" attorno al quale è stata costruita quasi tutta la produzione animata nipponica degli ultimi venticinque anni.

Il personaggio Kazuki Fuse incarna qui l'uomo travolto dagli eventi che cerca di trovare risposte sulla sua identità e sulla legittimità del proprio ruolo di tutore della legge. E' lui il predatore di questa storia. La sua sagoma rompe l'oscurità della notte grazie a due occhi rosso-sangue alla cui vista i rivoltosi fuggono terrorizzati, proprio come gli uomini delle favole scappavano davanti al gran lupo cattivo. Ma Fuse è anche allo stesso tempo la vittima perchè dopo aver adempito al suo dovere sarà incapace di difendere la persona a lui cara, e dovrà sopportare l'umiliazione di vederla morire letteralmente sotto i suoi occhi come un agnello sacrificale. Fondamentalmente è un "atto mancato" quello attorno al quale si snoda la vicenda di Jin-Roh, quel colpo di pistola che, se Fuse avesse sparato al momento giusto, avrebbe poi risparmiato la sua coscienza da incubi e sensi di colpa (che nel film sono resi in maniera egregia grazie all’uso di un flashback "distorto" della scene iniziale nelle fogne) ma che allo stesso tempo lo avrebbe condannato al ruolo di lupo famelico.

il momento cardine dell'intero filmE' sicuramente il film più pessimista di Oshii che pare averci voluto dire che noi tutti siamo soli e che l'amicizia non esiste. Fuse verrà tradito dal suo migliore amico, fingerà di stare al suo gioco e alla fine lo ucciderà senza proferire una parola. Il suo apparente apatismo, la tristezza emanata dai suoi sguardi persi nel vuoto (veramente toccanti), le frasi lasciate a metà, trovano una chiara ragione di essere alla fine del film quando lo spettatore apprende che il giovane era obbligato a recitare una parte prestabilita e non gli era lasciata la possibilità di cambiare il corso degli eventi. Uno dei pregi di questo film è proprio quello di non cedere mai a falsi moralismi e al facile effetto di drammatizzazione. L'unico bacio che si scambiano i due protagonisti va infatti inteso più nella sfera del conforto che in quella dell'amore.

Si potrebbe pensare che Jin-Roh non aggiunga niente di nuovo a quanto già detto dagli altri film sul tema dell'impossibilità di fuggire al proprio ruolo di uomo-macchina, o uomo-bestia come in questo caso, ma sottovalutare questa pellicola di animazione sarebbe un grave errore anche per il cinefilo più esigente. Jin-Roh è un film da vedere e rivedere, anche se la tristezza dello scenario e la drammaticità dell'intreccio ci indurrebbero ad accontentarci di un'unica fruizione. Un film non da "assaporare" ma da "assimilare" se non altro per la straordinaria realizzazione tecnica con il quale è stato costruito e che ha tenuto impegnato la staff della I.G Production per oltre 3 anni. Impossibile non restare folgorati dal bellissimo e dettagliatissimo character design di Nishio Tetsuya (su disegni di base del regista Okiura), senza dubbio una delle più curate e realistiche trasposizioni grafiche del volto umano di tutta la storia del cartoon. Un lavoro che ha creato non pochi problemi al direttore dell'animazione messo in crisi da un numero cosÏ insolitamente alto di linee e tratti da porre in movimento. Il rotoscope, che qui è intervenuto in maniera decisamente massiccia, suscitando anche alcune critiche presso i puritani dell'animazione artigianale, ha certamente dato un contributo essenziale alla straordinaria resa grafica dei personaggi e alla fluidità dei loro movimenti. Alcune scene, specie le più movimentate potrebbero a prima vista essere scambiate per quelle di un film "dal vero" e lasciano in qualche modo intravedere la presenza di attori veri dietro ai fogli di rodovetro. Tanto di cappello anche alla sorprendente mimica facciale e alla grande espressività dei personaggi, in perfetta sintonia con la tradizione del teatro Noo che vuole che a parlare siano corpi ed oggetti (e infatti i due personaggi principali sono quelli che dialogano di meno), un "realismo recitativo" che verrà superato solo, con mezzi però completamente diversi, dal Final Fantasy in 3D Graphic di Sakaguchi Hironobu. Il grigiore delle bindoville e dei vicoli bui della Tokyo alternativa post-bellica di Jin-Roh è invece una creazione di Ogura Hiromasa, il consueto direttore artistico di Oshii Mamoru. Ogura mette da parte luci al neon e palazzi scintillanti per rappresentare una anti-metropoli tetra e incolore che richiama alla mente più le società immaginate da Orwell in 1984 e da Philiph Dick in La svastica sul sole che l'icona visiva di Blade Runner a cui lo stesso Oshii aveva inevitabilmente strizzato l'occhio in Ghost in the shell. Manca infatti in Jin-Roh quello che è diventato un binomio plurisfruttato dal cinema di fantascienza (post)cyberpunk ovvero la contrapposizione tra ricchezza e povertà. La società a strati, verticale, che sarà presente invece in Metropolis di Taro Rin è qui sostituita da una città per così dire piatta, orizzontale, caratterizzata in ogni sua parte dal triste silenzio degli edifici di cui pare sentirsi l'odore nauseabondo dell'intonaco bagnato. Anche la stessa centrale della polizia viene tratteggiata come un edificio tetro e incolore, del tutto privo di calore umano. Un grigiore che pare essere saltato addosso agli stessi personaggi che, in netto contrasto con le tendenze "multicolore" degli anime anni novanta, sono segnati da colori spenti tutt'altro che appariscenti. Ogura pare qui aver voluto recuperare la tristezza e la drammaticità dei vecchi cartoni anni settanta avvicinandosi alla durezza, se non proprio al tratto, di certe opere del maestro Dezaki Osamu.

lo sguardo perso nel vuoto di KeiMa Jin-Roh deve anche il suo successo alla splendida regia di Okiura Hiroyuki, qui al suo esordio in veste di successore di Oshii Mamoru. Il suo stile si è rivelato, come del resto tutti si auguravano, molto simile a quello del suo maestro con una naturale predilezione per le scene di dialogo e un certo trattenimento forzato in quelle di azione, abbracciando così quella politica di svecchiamento del luogo comune che vuole gli anime di fantascienza essere giocattoloni fatti solo di spari e di morti, tendenza che Oshii aveva intrapreso fin dagli esordi della saga di Patlabor. Una narrazione calibrata al secondo, che si muove in un'unica precisa direzione, evitando con cura qualsiasi momento morto e senza divagare su di inutili storie parallele. Poche scene significative per raccontare un'odissea spirituale, quella di Fuse e Amemiya, e la trappola messa in moto contro di loro da un mondo razionale solo nell'apparenza. Okiura è tuttavia riuscito ad aggiungere quanto bastava per fare dello stile di Jin-Roh il "proprio" stile e non un prevedibile clone d'autore. Le innovazioni più rilevanti si notano nell'uso della cinecamera che Okiura ama far muovere attorno ai personaggi, quasi sfiorandoli, simulando carrellate in avanti, in sostituzione dei ben più frequenti campi fissi di Oshii. Il suo lavoro pecca solo di un certo manierismo nella messa in scena del parallelo Kazuki/lupo, un rapporto di identificazione fin troppo chiaro allo spettatore e su cui il regista ama insistere più volte specie nella già citata scena del flashback in cui il poliziotto rivede se stesso addirittura alla guida di un vero branco di lupi. Okiura è stato insomma l'uomo giusto al posto giusto essendo riuscito a valorizzare al meglio la storia creata da Oshii, senza accontentarsi di essere un esecutore corretto come avrebbe potuto essere il suo quasi omonimo Kitakubo Hiroyuki (per citare un'altro membro della I.G), ma riuscendo ad estrarre da ogni inquadratura il senso di profonda amarezza e di perdizione di una vita segnata negativamente fin dall’adolescenza. Grandi cose sono attese da questo giovane neo-regista dal così promettente esordio.

Jin-Roh è stato definito in più occasioni il "La moglie del soldato" dei manga. In effetti i soggetti delle due pellicole hanno più di un punto in comune ma ancora una volta sarebbe avventato pensare ad una mera operazione di "taglia e cuci" di quelle come solo i Giapponesi sanno fare. Il manga originale di Oshii e Fujiwara è del 1989, quindi antecedente al film di Neil Jordan. Piuttosto è decisamente curioso notare come un’altro film avente il terrorismo come sfondo, La seconda volta di Mimmo Calopestri, presentasse un proprio personaggio di Cappuccetto Rosso (si guardi il dialogo finale sotto la pioggia) unito al tema dell'incontro tra aggressore e vittima. Senza usare falsa ironia, è veramente il caso di dire che le coincidenze esistono anche al cinema. (Stefano Gariglio)

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