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Anime perdute. Il cinema di Miike Takashi

62.Venezia

Anime perdute. Il cinema di Miike Takashi

di Dario Tomasi

Sono innanzitutto due gli aspetti che maggiormente colpiscono lo spettatore occidentale di fronte all’opera di un regista come Miike Takashi: la prolificità del suo lavoro e la violenza dei suoi film. Del primo elemento è presto detto: più di 70 opere in quindici anni di carriera. Nel cinema di oggi nessuno, almeno fra i registi che contano, ha un ritmo di lavoro simile al suo. Sul secondo dei due aspetti, invece, il discorso è più complesso. Inutile negarlo: nel cinema di Miike ci si trova di fronte, sebbene solo in alcuni dei suoi film, Ichi the Killer in testa, a situazioni di una violenza estrema che oscilla fra il crudo realismo e il grottesco splatter e che non sempre il nostro sguardo è capace di reggere. Ora quest’elemento dell’opera di Miike ha prodotto due effetti in qualche modo contrastanti: da un lato ha fatto dei suoi film un oggetto di culto da parte di un pubblico, soprattutto giovanile, in cerca di forti emozioni; dall’altra ha reso perplessa, se non apertamente ostile, la critica più ufficiale (ma non i direttori dei festival cinematografici, compresi i più importanti, che fanno a gara per aggiudicarsi ‘l’ultimo Miike’). La violenza, comunque la si guardi, è un elemento imprescindibile del cinema di Miike, un ingrediente inevitabile delle sue storie di (vita e) malavita, spesso ambientate nel  mondo della yakuza, la temibile mafia giapponese. Ma se tutto finisse qua, se il ruolo del cinema di Miike fosse semplicemente dettato dal fatto di aver realizzato tanti film violenti, non si capirebbe perché oggi, intorno al fenomeno Miike, si è creata una così grande attenzione. Ci deve essere dell’altro. E c’è dell'altro. La violenza ferisce. Fa male. Lascia i suoi segni non solo fuori ma anche dentro l’uomo. Soprattutto dentro. Nell’animo. La violenza, quella fisica, è nei film di Miike la causa e l’effetto di interiorità devastate, di psicologie ferite, di anime perdute. I suoi personaggi non ridono quasi mai, al massimo sorridono con amarezza: ne hanno passate troppe e sanno che troppe ne passeranno. La loro è una vera e propria cognizione del dolore. Non è un caso che lo sradicamento e l’estraneità siano fra i temi dominanti i film del regista: cinesi, coreani o brasiliani in Giappone, giapponesi in Cina o nelle Filippine, yakuza senza più una banda cui appartenere, figli privi di un padre in cui potersi riconoscere, uomini che si scoprono replicanti, creature che vivono solo sullo schermo di un computer. Anime violentate cui non è nemmeno concessa la speranza di un altrove dove poter finalmente iniziare davvero a vivere. E non è un caso, neanche, che i suoi film siano così pieni di bambini, nel presente o nel passato delle storie che ci raccontano. L’infanzia non è tanto, nel cinema di Miike, il contrappunto alla violenza degli adulti. L’infanzia è il luogo in cui iniziano a prodursi quelle ferite che porteranno alle terribili lacerazioni dell’età adulta: agli sguardi spenti, ai sentimenti di disperazione, alla consapevolezza che il futuro non sarà certamente migliore del presente che contrassegnano quasi tutti i personaggi del regista. C’è nel cinema di Miike una coerenza, una costanza e un approfondimento tematico che è solo quello dei grandi autori. Così come c’è, nella sua vasta produzione, un immaginario sorprendente che trascina lo spettatore in un vortice di invenzioni audiovisive che lascia esterrefatti. Come con quei ritmi di produzione Miike riesca a pensare in modi così intensi ogni singola immagine dei suoi film è davvero un mistero: dalle conversazioni alle sparatorie, dagli assoli esistenziali alle scene di gruppo, dai  momenti di vita quotidiana ai più efferati omicidi tutto è sempre girato e montato con grande personalità. Miike ha imparato a fare cinema nei lunghi anni di apprendistato nel mondo dei film pensati direttamente per il mercato dell’Home Video, sottoponendosi a ferree regole produttive che però gli consentivano anche ampi margini di libertà espressiva. Ha lavorato con umiltà, senza le pretese di chi si sente già un autore – e quanti ce ne sono – prima ancora di aver visto una macchina da presa. Ha imparato il mestiere proprio come si faceva una volta nel cinema dei grandi studi. Finalmente oggi sta raccogliendo i risultati che il suo lavoro merita. Lunga vita al cinema proletario di Miike Takashi.

La retrospettiva Anime perdute. Il cinema di Miike Takashi, a cura di Stefano Boni, Dario Tomasi e neo(N)eiga, è un progetto del Museo Nazionale del Cinema realizzato con la collaborazione del Far East Film di Udine e grazie alla disponibilità di Kadokawa Pictures, Shochiku, Excellent Films, Toei, Klockworx, Emperor Movies, Blue Dolphin Films, The Coproduction Company, Mikado Film.

Anime perdute. Il cinema di Miike Takashi è la più grande retrospettiva mai realizzata al mondo sull'inesauribile cineasta giapponese. I curatori desiderano esprimere un ringraziamento particolare ad Alice Massa e Saka Misako, senza il cui aiuto tutto questo non sarebbe stato possibile.

In occasione degli incontri con Miike Takashi, previsti per il 19 e il 20 aprile al cinema Massimo, il Museo Nazionale del Cinema e Il Castoro presenteranno la monografia Anime perdute. Il cinema di Miike Takashi, a cura di Dario Tomasi con Stefano Boni e neo(N)eiga.

Al termine della retrospettiva, segnaliamo che Dario Tomasi terrà all’AIACE di Torino un corso in cinque lezioni sull’opera del regista giapponese. Il primo incontro avrà luogo lunedì 8 maggio (ore 19.00-21.00). Info: AIACE, Galleria Subalpina 30, Torino, tel. 011/538962, aiacetorino@aiacetorino.it, www.aiacetorino.it.

I film in programma:

Agitator (Giappone 2001, 150' col., v.o. sott.it.)
Audition (Giappone 2000, 115’, col., v.o. sott.it.)
The Bird People in China (Giappone 1998, 119’, col., v.o. sott.it.)
Blues Harp (Giappone 1998, 107' col., v.o. sott.it.)
City of Lost Souls (Giappone 2000, 105’, col., v.o. sott.it.)
Dead or Alive (Giappone 1999, 105’, col., v.o. sott.it.)
Dead or Alive 2 (Giappone 2000, 97’, col., v.o. sott.it.)
Dead or Alive Final (Giappone 2002, 89’, col., v.o. sott.it.)
Deadly Outlaw: Rekka (Giappone 2002, 96, col., v.o. sott.it.)
Fudoh (Giappone 1996, 99' col., v.o. sott.it.)
Gozu (Giappone 2003, 130' col., v.o. sott.it.)
Graveyard of Honor (Giappone 2002, 130’, col., v.o. sott.it.)
Happiness of the Katakuris (Giappone 2002, 113’, col., v.o. sott.it.)
Ichi the Killer (Giappone 2001, 128’, col., v.o. sott.it.)
Izo (Giappone 2004, 128’, col., v.o. sott.it.)
Kikoku (Giappone 2003, 100' col., v.o. sott.it.)
Ley Lines (Giappone 1999, 105’, col., v.o. sott.it.)
Rainy Dog (Giappone 1997, 94’, col., v.o. sott.it.)
Shangri-La (Giappone 2002, 105’, col., v.o. sott.it.)
Shinjuku Triad Society (Giappone 1995, 101' col., v.o. sott.it.)
The Call - Non rispondere (Giappone 2004, 112’, col., v.it.)
The Great Yokai War (Giappone 2005, 124’, col., v.o. sott.it.)
Visitor Q (Giappone 2001, 84' col., v.o. sott.it.)
Young Thugs: Innocent Blood (Giappone 1997, 107' col., v.o. sott.it.)
Young Thugs: Nostalgia (Giappone 1998, 94' col., v.o. sott.it.)
Zebraman (Giappone 2004, 115' col., v.o. sott.it.)

Mercoledì 19 aprile h. 20.45 Miike Takashi incontrerà il pubblico in sala e introdurrà il primo Dead or Alive
Giovedì 20 aprile h. 20.30
Miike Takashi presenta Ichi the Killer e, a seguire, introdurrà anche la proiezione speciale di Non aprite quella porta di Tobe Hooper, uno dei film da lui più amati. Solo per stomaci robusti.
Segnaliamo inoltre che il segmento
Box diretto da Miike per l'omnibus Three... extremes sarà proiettato al cinema Massimo 3 Giovedì 13 aprile alle 20.15 e Venerdì 14 aprile alle 16.00. nell'ambito dell'omaggio a Park Chan-wook (autore del segmento Cut), Song Il-gon e Kim Jee-woon (presenti a Torino con i loro film dopo il passaggio al Samsung Korea Film Fest, dal 31 marzo al 10 aprile a Firenze.

Venerdì 21 aprile Miike inagura il Far East Film Festival di Udine (21/04 - 29/04, Teatro Nuovo e Cinema Visionario) presentando il suo episodio della serie Masters of Horror: Imprint. Mai trasmesso dalla Showtime, la TV via cavo americana che ha prodotto la serie, perché considerato "troppo forte", la proiezione su grande schermo al FEFF8 è un'imperdibile anteprima europea.

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