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HAZE
locandina

Trama

(1) Un uomo cerca di scappare da un sotterraneo. Non sa perché si trovi lì, non ricorda nulla del suo passato e vaga in cerca di una via di fuga. Di tanto in tanto, una visione confusa di ciò che potrebbe essere successo...

(2) Un uomo (Tsukamoto Shin’ya) si sveglia  rinchiuso in uno strettissimo luogo buio, dove riesce a muoversi a malapena. Non ricorda perché si trova lì, né come ci sia arrivato. Ferito, sanguina e vaga per i cunicoli bui verso una morte che sembra inevitabile.
Poi, mosso dalla disperazione decide di provare ad esplorare l’assurdo posto in cui è finito, fino al suo svenimento, causato dalle varie trappole che incontra e che lo riducono in fin di vita.
Una volta rinvenuto, con un ultimo sforzo, riesce a continuare la disperata ricerca, finché non incontra una donna anche lei intrappolata (come molte altre persone già decedute) in questo strano luogo.
A questo punto i due cercano di ricordare gli ultimi momenti di vita prima di essersi ritrovati al buio, anche se tutti e due non sono poi così convinti di voler sapere la verità.
L’uomo, dopo varie vane ricerche sia fisiche che mentali sembra esausto, ma la donna vuole provare ad imboccare la probabile via d’ingresso per fuggire.
La conclusione di questo viaggio causerà choc e confusione sia nei due protagonisti che negli spettatori.

Credits

Regia, sceneggiatura, montaggio, fotografia: Tsukamoto Shinya;

musica: Ishikawa Chu;

produttori: Tsukamoto Shin’ya, Kawahara Shinichi;

produzione:
(1) Jeoniu International Film Festival;
(2) Kaijyu Theater e Gold View Company;

interpreti: Tsukamoto Shinya, Fujii Kaori, Murase Takahiro, Kandaka Takahiro, Tsujioka Masato, Saito Mao;

durata:
(1)
23'
(2) 49’

anno: 2005

Commento

(1) Tsukamoto continua nella sua costruzione di unicum filmico. Tutti i suoi film sono in realtà tasselli di  un mosaico in continuo divenire che ha il suo fulcro nel rapporto tra il corpo umano fatto di carne e sangue e il corpo della metropoli fatto di cemento e acciaio.
In Haze, un uomo (come al solito interpretato dallo stesso Tsukamoto) si ritrova in uno spazio angusto (potrebbe essere un’intercapedine muraria o una canna fumaria o l’intera struttura interna di una casa) senza sapere come ci sia arrivato. Le ipotesi sono tante: potrebbe essere prigioniero di una setta, di un gruppo di terroristi, di un ricco e folle pervertito; potrebbe essere prigioniero di sé stesso e del suo spazio interiore. L’unica certezza è che deve in qualsiasi modo riuscire a fuggire da questo claustrofobico labirinto pieno di mortali pericoli (da botole che si aprono su chiodi/lance a martelli che spuntano da feritoie nei muri per abbattersi sul protagonista a laghi di sangue in cui galleggiano arti amputati). Il catalogo infernale proposto da Tsukamoto non lesina sui particolari per palati forti, con autocitazioni da altri suoi film (uno su tutti lo stridio del tubo tra i denti di Tetsuo) e crea il suo primo piccolo capolavoro in digitale, essendo Haze un lavoro commissionato ogni anno a registi diversi dal Festival Digitale di Jeoniu. (Fulvio Faggiani)

(2) Dopo il profondissimo Vital nel quale si esploravano tematiche molto più etiche (rispetto ai vecchi lavori del regista), seppur partendo da una fisicità chiaramente materiale, Tsukamoto torna parzialmente indietro realizzando un film a prima vista molto vicino alle estetiche del mitico Tetsuo. Le riprese tornano infatti a traballare, la musica a percuotere l’acciaio ed il montaggio a farsi spigoloso, anche se l’utilizzo del colore, e della ripresa in digitale sottolineano, oltre all’enigmatico finale, lo stacco temporale rispetto all’illustre film predecessore.
Molte delle ragioni che vedono il protagonista rinchiuso in quel luogo oscuro rimangono ignote, forse proprio perché tenute volontariamente celate dalla mente stessa dell’uomo interpretato dal regista. Ma sta proprio nell’enigmatico finale, più vicino esteticamente ai suoi ultimi lavori, la sorpresa di questo riuscitissimo mediometraggio sperimentale che mescola caratteristiche del vecchio e del nuovo Tsukamoto (da Tetsuo a Vital appunto), creando ancora una volta qualcosa di unico. (Fabio Rainelli)

 

Giudizio:(1)3 occhi (2)4 occhi

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