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IZŌ
locandina

Trama

Okada Izo (Nakayama Kazuya) è un samurai proveniente da una bassa classe sociale, ingaggiato da un potente signore nel ruolo di esecutore. Una volta condannato a morte per la sua crudeltà e quindi crocifisso diventa una sorta di demone, incarnazione di rabbia e disperazione destinata a vagare nel spazio e nel tempo…

Credits

IZŌ
Izo
Cinema
Sceneggiatura: Takechi Shigenori; fotografia (col.): Fugazawa Noboyuki; luci: Sugimoto Takashi; scenografia: Matsumiya Toshiyuki; costumi: Kawakami Noboru, Yōko, Kitamura Michiko; suono: Obara Yoshiya, Tsurumaki Hitoshi; montaggio: Shimamura Yasushi; effetti speciali (C. G.): Saka Misako; musica: Endō Kōji; canzoni: Motokawa Kazuki; interpreti: Nakayama Kazuya (Izō), Motokawa Kazushi (se stesso), Matsuda Ryūhei (principe), 'Beat' Takeshi (primo ministro), Endō Ken'ichi, Mickey Curtis, Nagato Hiroyuki (monaco), Kiki Kirin (madre di Izō) Miki Ryōsuke, Amate Chisato, Masato, Matsukata Hiroki, Nakayama Kazuya, Nakayama Mari, Bob Sapp, Shiota Tokitoshi; produzione: Fukumaki Taizō, Matsushima Fujio per KSS, Excellent Film; durata: 128'; anno: 2004 (21 agosto).

Commento

Difficile tentare un qualsiasi approccio ad Izo, difficile trovare una linea interpretativa, una chiave d’accesso ad un film così complesso sotto ogni punto di vista Se Gozu era un’incursione più o meno autodistruttiva, iconoclasta nei generi che hanno fatto famoso il regista (e probabilmente buona parte del cinema giapponese), con Izo si va oltre. Ad un primo svogliato sguardo il film potrebbe sembrare un semplice susseguirsi di sequenze, che vedono il protagonista, il sanguinario samurai Izo, scagliarsi contro ogni cosa ed essere vivente, (e questo potrebbe anche bastare, vista l’abilità di Miikenel dirigere)  ma ben presto i piani di lettura del film iniziano a svilupparsi velocemente andando ad incastonarsi l’uno sopra l’altro in maniera vorticosa e difficilmente fruibile, anche per l’assenza di una vera e propria diegesi. Innanzitutto chi non ha familiarità con il buddhismo, e in particolare il buddhismo zen, non avrà certo una lettura agevolata: troppi infatti i rimandi simbolici, le metafore e le citazioni per poter essere ignorate. Oltre ai chiari rimandi alla dottrina del Buddha, il film porta con sé numerosi elementi propri della cultura tradizionale giapponese, simboli universali condivisi dalla maggior parte dei popoli primitivi (basti pensare al serpente, simbolo ctonico dell’infinito) e non ultimi continui rimandi alla società attuale, ai principi fondanti dell’età moderna come possono essere i concetti di democrazia, di nazione, di libertà individuale, creando in questo modo un complesso apparato simbolico su cui poggia l’intero film. In questo intricato paradigma si muove come una scheggia impazzita, Izo, la cui furia, il desiderio di distruzione, il tentativo di raggiungere una catarsi attraverso un annientamento totale di qualsiasi sovrastruttura gli si prostri dinanzi, non può comunque lasciare indifferenti. Il fatto che Izo nella sua non-catarsi rimanga intrappolato nelle fitte reti temporali del film potrebbe certo far pensare a processi karmici , ma sarebbe un karma inteso in maniera riduttiva, ovvero come semplice sinonimo del processo di azione-reazione. Izo serve probabilmente a mostrare nella maniera più cruda possibile una percezione del mondo, il cui il reticolo spazio-temporale in cui si è inevitabilmente immersi e soffocati sarebbe causa di un dolore a cui forse non c’è rimedio. Su Izo ci sarebbe moltissimo altro da dire, magari da un punto di vista più prettamente cinematografico, essendo colmo di spunti interessanti (meriterebbe una menzione il cantante narratore, interpretato da Motokawa Kazuki, che si muove libero all’interno del film e che in qualche modo potrebbe ricordare il ruolo del benshi) ma tuttavia lo spazio ristretto della pillola non lo rende il luogo adatto. Ciò che si può dire invece, in conclusione, è che Izo è un film assolutamente da vedere, gustare, anche se non si possiedono gli strumenti necessari per coglierne l’intera portata, basta sedersi, lasciarsi andare e godere 120 minuti di ottimo cinema. (Paolo Negrinotti)

Giudizio: 4 occhi

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