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NOBODY KNOWS

locandina

Trama

Una madre e suo figlio si trasferiscono in un nuovo appartamento. Portano con estrema attenzione due grosse valigie, dalle quali infine escono due fratellini. Un’altra sorella li raggiungerà in serata, facendo molta attenzione a non farsi vedere dai vicini, che credono che nell’appartamento vivano solo madre e figlio, e che il padre lavori all’estero. In realtà non c’è nessun padre, i bambini sono tutti figli di uomini diversi. La loro nascita non è stata denunciata, e non possono neppure andare a scuola. Nella nuova casa, poi, non possono neanche farsi vedere dai vicini perché era proprio a causa del chiasso che avevano dovuto trasferirsi. La madre, di tanto in tanto, sparisce per circa un mese. Un giorno, sparisce del tutto. Akira, 12 anni, il più grande, si trova quindi a dover far fronte alle esigenze dei suoi fratelli, con i soldi che non bastano e le bollette da pagare. E soprattutto, con l’insopprimibile voglia di avere una vita normale.

Credits

Titolo originale: Dare mo shiranai.

Regia: Kore’eda Hirokazu.

Sceneggiatura: Kore’eda Hirokazu.

Interpreti: Yagira Yūya, Kitaura Ayu, Kimura Hiei, Shimizu Momoko, Kan Hanae, YOU, Terajima Susumu.

Montaggio: Kore’eda Hirokazu.

Fotografia: Yamasaki Yutaka.

Durata: 141’

Anno: 2004

Commento

Tratto da una storia vera, ma molto più cruda, Nobody Knows prosegue un discorso già iniziato dal regista Kore’eda con Distance. È quello dell’indagine discreta, parziale ritorno al documentario dopo  film esclusivamente di fiction. Il regista indaga fatti veri da un punto di vista totalmente nuovo. Se in Distance aveva scelto di accostarsi non ai parenti delle vittime, ma a quelli dei carnefici, in Nobody Knows rifugge il facile punto di vista “esterno” dei media, che all’epoca coprirono l’evento con sensazionalismo e schiere di “esperti”, e sceglie invece di stare “all’interno” della vicenda. Il film è quasi interamente girato dentro l’appartamento, al quale si accostano alcuni scenari ricorrenti: il convenience store nel quale i bambini ricevono i cibi scaduti, il parco nel quale si lavano, la scalinata di pietra, quasi metafora del loro percorso. E l’interno dell’appartamento, che diventa sempre più caotico, più sporco, più disastrato, è da un lato la rappresentazione dell’interiorità dei bambini, soprattutto di Akira, che vede la situazione che piano piano gli sfugge di mano, ma è anche un luogo reale, molto concreto, specchio della disperata situazione che, ricordiamo, è tragicamente vera. Kore’eda riprende la vicenda con rara leggerezza, senza mai intrudere nei sentimenti dei personaggi, senza mai cercare di portare lo spettatore al pianto, senza mai cedere alla tentazione di dare la colpa a qualcuno. Accosta piani fissi a movimenti di macchina molto veloci, campi vuoti a minuziosi dettagli (che sono sempre quei dettagli ai quali di solito non facciamo caso, come a sottolineare la percezione delle cose assolutamente opposta che possono avere delle persone che vivono in una situazione del genere). Yagira Yūya, che interpreta Akira, vinse il premio per la miglior interpretazione maschile al festival di Cannes nel 2004. I suoi occhi, così grandi, che sembrano rispecchiare in sé l’intero universo, valgono tutto il film. (alice massa)

Linkografia

Giudizio: 4 occhi

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