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Aoyama Shinji

Profilo

Come molti suoi colleghi, Aoyama Shinji (1964, Kita-Kyushu) si avvicina al cinema durante gli anni dell'università a Rikkyô (Tôkyô) dove frequenta i corsi di letteratura americana. I suoi primi esperimenti in 8mm sono profondamente influenzati dalle lezioni del critico cinematografico Hasumi Shigehiko, tanto che lo stesso Aoyama ha più volte dichiarato che ciò che ha appreso da Hasumi non è solo una concezione di cinema ma una vera e propria visione della vita da esprimersi attraverso un approccio concretamente materialista, dove al centro della sua attenzione ci sono le relazioni tra gli esseri umani ovvero i corpi.
Nei primi anni Novanta Aoyama affianca al lavoro di critico cinematografico per le riviste Eiga geijutsu et Cahiers du Cinéma-Japon l'esperienza del set. Sono gli anni di un fruttuoso apprendistato come assistente alla regia sui set di Jigoku no Keibi-in (Hell's Security Guard) di Kurosawa Kijoshi, Cold Fever di Frederick Frederickson e Das Geschriebene di Daniel Schmid.
Il 1995 è l'anno del suo esordio da professionista: gira Kyokasho Ni Nai! uscito in video e, soprattutto, inizia a lavorare al suo primo lungometraggio, Helpless, ben accolto da diversi festival in occidente e premiato nel 1996 con il Grand Prix della Professione Cinematografica Giapponese.
Nei successivi otto anni, dopo più di un decennio dal suo primo approccio al mezzo cinematografico, gira una decina di film.

La lunga gavetta gli permette di maturare una passione cinephile - testimoniata tra l'altro da un saggio su Wim Wender e da una raccolta di saggi dal titolo Lost in America - che adopera in modo del tutto personale per sperimentare con i codici cinematografici e ripensare alcuni generi. Che si tratti di yakuza-eiga (Chinpira), horror (EM/Embalming) o poliziesco (An Obsession), i lavori di Aoyama riflettono sul concetto di 'classico' ed esprimono un'urgenza stilistica che può infastidire per un eccesso di autoreferenzialità, però sempre essenziale, priva di ironico citazionismo. E forse non è un caso che Aoyama scelga anche di cimentarsi con il remake. Uno su tutti: il noir Nora inu (Stray Dog, 1949) di Kurosawa Akira per il suo An Obsession. Mai solo sterili prove di stile, i suoi film sono sostenuti e giustificati dal bisogno di riflettere e far riflettere sui temi da lui più sentiti. All'origine, spesso, c'è un crimine che mette in discussione un'esistenza e dà slancio alla ricerca di qualcosa di perduto. Uno schema, questo, che attraversa anche film molto distanti tra loro come il dramma onirico Shady Grove, il monumentale Eureka, il sommesso Desert Moon o il documentario Roji-e: Nakagami Kenji no nokoshita film, omaggio a uno degli scrittori da lui più amati, Nakagami Kenji.

Il riconoscimento internazionale giunge nel 2000 con il film Eureka in competizione al Festival di Cannes; ad oggi, forse, summa del suo cinema: 217 minuti di immagini in bianco e nero girate in cinemascope! Il film è un saggio di temi che appartengono a molto cinema indipendente giapponese dell'ultimo decennio: la famiglia, l'individuo vs. la collettività, la memoria perduta, raccontati attraverso il dramma, il thriller, fino ad un finale liberatorio in pieno road movie. Compendio di un universo stilistico caratterizzato da reiterazioni narrative, dilatazioni temporali, direttrici spaziali circolari, Eureka è espressione di una consapevolezza del mezzo e di una chiarezza stilistica e poetica che permettono ad Aoyama di affrontare due anni dopo, in modo originale, anche l'ambito più ristretto del serial televisivo, firmando il primo di cinque episodi (ideati e prodotti dalla Yomiuri Telecasting Corp.) dedicati alle indagini del simpatico detective Mikke Yokohama. (Cinzia Chiarion, 28/09/2004)

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