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Kitano Takeshi

Profilo

foto kitanoFu grazie ad un caso se Kitano Takeshi, nato a Tokyo nel 1947, approdò dietro la macchina da presa alla direzione di un film. Infatti, come leggiamo nelle ormai molte monografie pubblicate sul cineasta, chiamato a sostenere la parte del protagonista nello yakuza di Fukasaku Kinji Violent cop, a causa dell'imprevista defezione di quest'ultimo, Kitano ottenne inaspettatamente dai produttori la regia del film. A quell'epoca egli era già una notissima ed acclamata star televisiva, con alle spalle una giovinezza travagliata, gli studi incompiuti e una sudata gavetta come attore comico. Anche questa iniziata per caso, per rimpiazzare un attore malato, durante i primi anni settanta nell'umile mondo del cabaret, dello spettacolo manzai. I ricordi di quegli anni confluiranno nelle fulgide immagini del romanzo Asakusa kid, pubblicato da Kitano nel 2002. Nel 1973 forma un duo comico con Kaneko Kiyoshi (che si dividerà solo nel 1983): esibendosi in una commedia botta e risposta tra un personaggio principale e una «spalla» nel ruolo dell'idiota, i Two Beats, da cui il nome d'arte Beat Takeshi che Kitano abbandona solo per firmare la regia dei propri film, riscossero immediatamente un ottimo successo di pubblico. In breve essi giunsero alla televisione, e poi fu il successo. Da allora Kitano è diventato una delle personalità più conosciute ed amate in Giappone, partecipando ad un numero ed un genere imprecisabile di trasmissioni televisive, radiofoniche e di pubblicazioni su quotidiani, magazines e quant'altro. Nei primi anni ottanta si avvicina al cinema come attore e a questo punto è d'uopo ricordare l'interpretazione nel 1983 del sergente perverso in Furyo di Oshima; fino a giungere nel 1989, come s'è detto, alla regia del suo primo film.

Uno yakuza eiga, secondo il disegno originario dei produttori, nel quale però il regista trasfonde la propria personale vena volta a filtrare, ad esorcizzare, la violenza del genere attraverso un uso non convenzionale, non spettacolare, dello strumento cinematografico: inquadrature statiche e frontali in luogo delle mirabolanti contorsioni della macchina da presa; attori dai volti algidi ed inespressivi, scarso rilievo dei dialoghi. Sebbene passi inosservato dal pubblico e dalla critica, il film segna una svolta nella produzione dell'action internazionale dando il la a tutta una schiera di registi d'oltreoceano e a quel filone di pellicole che si fa rientrare abitualmente nella categoria del pulp.

Il successivo Boiling point prosegue nella direzione del primo film registrando alcune suggestioni che contraddistingueranno le opere seguenti. Da un lato, affiancati ai canonici fondali metropolitani, compaiono i vergini scenari delle spiagge, del cielo e del mare nei quali il personaggio può pienamente affrancarsi dal «ruolo» di gangster. Dall'altro fa la sua prima comparsa il tema del gioco come fuga da quella regola socialeche genera la violenza.

È del 1991 Il silenzio sul mare con cui Kitano abbandona (ma solo temporaneamente) il poliziesco per imboccare la via della storia d'amore. Eppure anche in questa «disciplina» la sensibilità del regista emerge ad offuscare gli stereotipi di genere, descrivendo la vicenda, tutt'altro che edulcorata, di due giovani sordomuti. Alla banalità delle parole il regista sostituisce così la sintesi lirica dei gesti, delle immagini e delle musiche, queste ultime realizzate dal compositore Joe Hisaishi, con cui Kitano inizia una lunga e fertile collaborazione.

Collaborazione che prosegue in Sonatine, ultimo film prodotto da una major, la Shociku, con cui la fama del regista varca definitivamente i confini nazionali. La pellicola, un altro yakuza sui generis, è presentata in Francia al Festival di Cannes, mentre in Italia partecipa, e vince, al XXIII Festival Internazionale del Cinema di Taormina. Il film è distribuito anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Qui il racconto inizialmente segue i binari dello yakuza per interrompersi nel pieno dello scontro tra bande e dilatarsi a descrivere situazioni altamente evocative, salvo poi irrompere bruscamente nel finale e raggelare lo spettatore: nelle mani di Kitano il poliziesco va dunque perdendo i suoi connotati per assumere i tratti della metafora. Retaggio degli anni di Asakusa, il filtro dell'ironia, che si attua nella scelta di un linguaggio via via più ellittico, è il mezzo privilegiato mediante il quale il regista entra in contatto con lo spettatore per mostrare, o celare, il proprio buffo universo tragico.

Nel 1994 l'etichetta fondata dal regista, la Office Kitano, inaugura la produzione con una goffa parodia, eppur caustica e debordante, Getting any?, in cui la comicità visionaria dell'autore si abbatte sul mondo del cinema (non solo orientale) e sulla società dei mass media. Il 1994 è anche l'anno in cui il regista sfiora la morte a causa di un grave incidente in motocicletta. Scampato tuttavia il pericolo, durante la convalescenza in ospedale, egli ha modo di allargare i propri interessi alla sfera della pittura. Gli esiti di tale passione filtreranno, dopo Kids return: film di formazione, ricco di suggestioni autobiografiche, sulla purezza dell'amicizia tra due giovani; nelle immagini di Hana-bi, Leone d'oro alla Mostra del Cinema di Venezia e definitiva consacrazione internazionale di Kitano. Anche in questo caso lo yakuza eiga altro non è che un pretesto per svolgere sottovoce, attraverso il viaggio del poliziotto (ovviamente interpretato dallo stesso Beat Takeshi) e della moglie malata terminale, una penetrante riflessione sull'amore, la vita e la morte. Il tema del viaggio, questa volta filtrato attraverso gli occhi e i ricordi ingenui di un bambino alla ricerca della madre, ritorna ne L'estate di Kikujiro, in cui i quadri naif del regista, inseriti tra le immagini a cadenzare la narrazione, bene si prestano per restituire la visione innocente del piccolo protagonista. Oggetto di tale visione ingenua è il meno ingenuo personaggio interpretato da Beat Takeshi, lo sgangherato accompagnatore del bambino.

Le opere più recenti sono Brother, una produzione nippo-americana presentata fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, con cui Kitano sbarca in Occidente, e più precisamente a Los Angeles, per svolgere curiosamente, forse polemicamente, uno dei suoi racconti più fedeli all'immaginario dello yakuza eiga; Dolls, sublimazione dello stile pittorico del regista attraverso una attenta ricerca sui colori, sulla figuratività, sulla fotografia, in cui un breve prologo ispirato al teatro tradizionale Bunraku (il teatro giapponese delle marionette) diventa l'intertesto tragico dei tre episodi intrecciati nel film; e infine, vincitore del gran premio per la regia a Venezia, Zatoichi, che segna l'ennesima virata nella produzione dell'autore, recuperando un eroe del cinema giapponese in costume degli anni '60, da un lato con la consueta ironia di Kitano, dall'altro mediante un brillante senso del ritmo che si attua, non solo nel montaggio o nel crescendo dell'intreccio, ma anche nella ricerca sui suoni e le musiche. Connubio tra ironia e ritmo che raggiungerà il suo apice nell'ebbrezza dionisiaca della danza finale, in cui tutti i personaggi accorrono a celebrare sardonicamente la conclusione del sacro rito della rappresentazione. Rito di cui oggi Kitano Takeshi è uno degli artefici più virtuosi. Non a caso. (Luca Manfrin, 7/4/2004)

 

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