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Speciale 1° Festival Internazionale del Cinema d'Animazione di Chiavari

 

di Davide Tarò

locandina festivalLa rassegna che si è svolta a Chiavari nella settimana dal 21 al 25 settembre 2004 è stata la prima nella cornice di questa cittadina marina con lunghi, piccoli carrugi e vie antiche odorose di sale.

Questa descrizione da “quadretto” potrebbe risultare insipida e fuori luogo, ma il contesto a volte, fa parte integrante di quello che si vive e si visiona.

L’impressione è, come per la cittadina di Chiavari stessa, di un festival “discreto”, che ti entra dentro piano piano, visione dopo visione, le scelte artistiche, le anime disegnate, le magiche ombre in silohuette, i pixel che prendono vita stilettando nel buio della sala, un’insieme di emozioni non urlate, né scalciate o pubblicizzate, ma vissute e visionate.

Con questo primo festival, si ha l’impressione di aver avuto la possibilità di vedere, percepire, vivere per arcane armonie le differenti incarnazioni dell’animazione, delle sue varie tecniche, delle sue varie ambizioni, dei suoi vari effetti sul visionante.

Un’animazione di ricerca formale altissima quanto teorica si collisiona, contorce, ed infine fonde con l’animazione fatta di “carne e sangue” degli anime con i film di Takahata Isao, grande vecchio dell’animazione giapponese pari a Miyazaki Hayao ed Otsuka Yasuo, per tornare pian piano su sé stessa imboccando strade differenti con autori quali Yamamura Koji, il cinema d’animazione giapponese indipendente, la scuola del Volda College, i lividi  pupazzi di Suzi Templeton, gesso su carta nera di Roberto Catani o la poetica pittura animata di Sarah Watt, ed il “teatro animato” di Emanuele Luzzati.

Tutto questo non è poco per un festival, e può portare a conseguenze tutt’altro che banali, da tutte queste visioni, dal meraviglioso anime Una tomba per le lucciole – Hotaru no Haka - di Takahata Isao o da visioni della "clay animation" di  Fino all’osso – Hasta los huesos - di Renè Castillo o Monte testa - Atama yama - di Yamamura Koji alla magia demiurgica della plastilina de Il tram n°9 è in viaggio – Ischov Tramwai n 9 - dell’ucraino Stepan Koval, si segue un sottile ed arcano filo rosso, ben presente però, quello di una precisa idea di “messa in scena” che travalica per sua stessa natura le regole del cinema che di solito chiamiamo per convenzione ‘live’, e che ha delle non lontane parentele con l’idea di cinema primigenio che aveva Meliès agli albori del cinematografo.

Il cinema d’animazione sembrano volerci dire queste opere, questa cinematografia (perché è di questo che si parla) non si è ancora totalmente standardizzato ed “imbastardito” con le regole della messa in scena live, può seguire una storia, una narrazione, è mutato, ma gli rimane quell’indomabile ed inestinguibile diversa percezione a livello “iconico”, è un media fortemente imbastardito che riescie a raccontare ferocemente, poeticamente, ancora ed una volta sempre di più il cangiante ed “animato” animo umano difficilmente rappresentabile con altri mezzi.

Una Tomba per le luccioleNon stiamo quindi ancora a chiederci perché fare un film d’animazione pressochè perfetto e “realistico” di una poetica tragedia di due bambini giapponesi della seconda guerra mondiale in animazione piuttosto che dal vivo, sarebbe come nascondersi dietro ad un dito, la Setsuko animata di Hotaru no Haka sarà per sempre la sorellina morta dell’autore del romanzo, volenti o nolenti, sarà per sempre quel piccolo fantasma della messa in scena che vagherà per i campi pieni di lucciole e della memoria, un’attrice in carne ed ossa per quanto brava, per quanto “perfetta”, non avrebbe mai raggiunto quel livello di universalità, di “realistica fantasmaticità” che possiede atavicamente il tratto iconico del disegno che si anima.

L’animazione, nello scontro/fusione fra tutte queste varie incarnazioni/visioni quindi, ha un suo motivo di esistenza e di studio, oltre che una gravida fonte di emozioni, e questo festival organizzato da Piero Clemente e Gianalberto Bendazzi lo dimostra con il proseguire delle proiezioni.

Forse, e questo è un benevolo appunto in funzione delle prossime edizioni, il festival avrebbe avuto bisogno di una “contestualizzazione” di quello che veniva via via proiettato: una piccola presentazione di contesto sarebbe bastata, dando al tutto un’impressione contenutistica ed estetica più amalgamata.

Quello che è risaltato subito agli occhi, per quanto riguarda il pubblico, è stata la mancanza di molte firme, nomi e personalità note della critica coeva "animata", non che non vi fossero ospiti di riguardo, tutt’altro, c’erano soprattutto inviati da siti, neo-riviste entusiaste e laureandi che hanno mosso diligentemente, con passione i loro passi.

I film di Takahata Isao andavano dalle prime collaborazioni con la Toei (e con i suoi compagni Otsuka Yasuo, Miyazaki Hayao, Kotabe Yoichi) fino ai suoi ultimi film, La grande avventura del principe Valiant (Taiyo no Oji Hols no daiboken, 1968),  Goshu il violoncellista  (Serohiki no Goshu, 1982), Una tomba per le lucciole (Hotaru no Haka, 1988), Only Yesterday (Omohide Poroporo, 1991), Ponpoko (Heisei Tanuki Gassen Ponpoko, 1994) e My neighbors the Yamadas (Hohokekyo Tonari no Yamada kun, 1999) sono stati proiettati finalmente tutti in pellicola nella magica cornice del Teatro Cantero.

Un festival necessario, da seguire e sostenere a tutti i costi se si vorranno ancora visionare, studiare, percepire “delle menzogne destinate a produrre una verità più grande”,  ma appunto “quale menzogna cinematografica è più grande del disegno animato?” ci ricordano Illan Nguyen e Xavier Kawa-Topor dall’estratto del bel catalogo del festival.

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