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Speciale Far East Film 6

FAR EAST FILM

Dopo nove giornate di intense proiezioni e forti emozioni si è conclusa la sesta edizione del Far East Film Festival. Dopo più di sei anni di attività (se si considera anche il periodo dell’Hong Kong Film Festival) il Far East si riconferma il festival di riferimento del cinema orientale in occidente. Quest’anno non è solo stata la solita preziosa vetrina su tutto il meglio di un anno o poco più di cinema dell’estremo oriente ma ha anche dato spazio sia al cinema più strettamente d’autore con l’emozionate omaggio al Ichikawa Jun sia alla storia del cinema con la retrospettiva dedicata a Chor Yuen, maestro multiforme di un cinema popolare che ha fatto davvero scuola a Hong Kong.

Undici film di HK più sette film della Repubblica Popolare Cinese, sette film giapponesi più quattro film di Ichikawa Jun, tre pellicole filippine, dieci sud-coreane e altre tre tailandesi e infine undici lavori di Chior Yuen, così si è composto il palinsesto di quest’anno e ce n’era davvero per tutti i gusti.

Il Giappone

Ichikawa in salaLa più bella sorpresa di quest'anno è stata senza dubbio Ichikawa Jun. Il festival ha aperto proprio con il suo primissimo lungometraggio (la primissima proiezione, non quella ufficiale delle 20.00), Busu (t.l. Brutta, Giappone, 1987, 95’), la storia di una donna dalla doppia vita: studentessa di giorno e geisha la notte. Gli altri titoli dell’omaggio sono Tokyo Marigold (Giappone, 2001, 97’), Dying at a Hospital (Giappone, 1993, 100’) e Tadon and Chikuwa (Giappone, 1998, 102’). E’ davvero difficile decidere da dove iniziare per cantare le lodi di questo sconosciuto Autore (la A maiuscola e assolutamente voluta) di cui vorremmo vedere una retrospettiva completa al più presto. Lascerò quindi questo compito a una sezione apposita di questo speciale. Tadon and ChikuwaQui vorrei solo segnalare la sublime bellezza di Dying at a Hospital, un film certamente anomalo per un festival "popolare" ma che è stato capace di sconvolgere emotivamente una platea assolutamente impreparata a un cinema così radicale. Nessun primo piano, interminabili "long take" che con occhio discreto e rispettoso svelano allo spettatore il dolore, l'amore, la vita e la morte in una corsia di ospedale. In questo senso a tratti Ozuiano forse nella forma e nella delicatezza ma davvero "Ichikawaiano" (sì, per me è già un aggettivo, se lo merita tutto) nella capacità di osservare i suoi personaggi e le sue storie restando come in disparte e nello stesso tempo di mostrarci tutto il dramma della loro umanità. Ma non si può certo dire che Ichikawa sia un autore facilmente definibile perché con l'ultimo titolo dell'omaggio, Tadon and Chikuwa, riesce a perdere il suo commosso distacco per calarsi invece, al contrario, nella testa dei suoi splendidi personaggi (il sommo Yakusho Koji nella parte del surreale taxista e il dirompente Sanada Hiroyuki nel ruolo dello scrittore maledetto Asami). Un film tutto "in soggettiva" dove la verità rappresentata sembra letteralmente fluire dalla mente dell'artista Asami in un turbinio di violenza e colori pop. Insomma ci siamo trovati di fronte ad un regista versatilissimo e ancora tutto da scoprire, speriamo che anche grazie al Far East qualcosa si muova.

Josee, The Tiger and The FishLa selezione giapponese quest'anno è stata piuttosto buona e su tutti spiccano i deliziosi The Hunter and the Hunted (t.o. Yudan Taiteki, Giappone, 2004, 110') e Josee, the Tiger and the Fish (t.o. Josee to Tora to Sakanatachi, Giappone, 2003, 116'), due film belli e delicati. Sebbene il primo giochi su uno schema narrativo piuttosto scontato, il rapporto tra un poliziotto e un ladro "gentiluomo" che diventa profonda e rispettosa amicizia, riesce comunque a commuovere per la sensibilità con cui l'esordiente Narushima Izuru (esordiente solo alla regia perché come sceneggiatore si è già fatto notare firmando lo splendido Shoujo – an Adolescent di Okuda Eiji) riesce a disegnare due splendidi personaggi ma soprattutto per la grandezza delle interpretazioni di Yakusho Koji (nel ruolo del poliziotto Sekikawa Jin) e di Emoto Akira (nel ruolo del ladro Neko – "Gatto"). Yakusho si conferma ancora una volta un attore straordinario, capace di dare credibilità e profondità a qualunque personaggio anche il più improbabile, grazie forse a quel suo volto "alla Buster Keaton", tra l'impassibile e l'attonito di fronte ad un mondo incomprensibile, ma capace di sorprendenti guizzi di drammaticità. Emoto (caratterista di grande esperienza che in occidente abbiamo potuto conoscere nel ruolo del Dr. Akagi di Imamura Shoei) riesce a non scadere mai nel macchiettismo riuscendo invece a costruire un personaggio dinamico e misterioso, arrivando a rimarcabili vette di intensità.

Josee, the Tiger and the Fish è sicuramente uno dei migliori film di questa edizione del FEF. Il regista Inudo Isshin cammina sul filo del rasoio raccontando di un amore tra un ragazzo del liceo e una ragazza disabile costretta dalla vecchia nonna a nascondersi dal mondo. Il grosso rischio era farne un melò buonista e lacrimoso e invece Inudo è riuscito a costruire un film leggero, intelligente e pieno di poesia. Un film "buono" e non "buonista" con un finale non troppo convenzionale e soprattutto niente affatto moralista che confrontandosi con un tema del genere è davvero una sorpesa.

Kisarazu Cat's EyeKisarazu Cat's Eye – Go Major! (Giappone, 2003, 123') di Kaneko Fuminori e Showa Kayo Dainzeshu (t.l. Grande collezione di canzoni dell'Era Showa, Giappone, 2003, 112') di Shinohara Tetsuo fanno parte di quei titoli che al FEF proiettano a mezzanotte. Certamente non per questioni di censura ma piuttosto perché dopo una intera giornata di intense visioni bisogna riposare un po' gli occhi o ancora meglio il cervello. Kisaratsu Cat's Eye è perfetto per spegnere tutti i neuroni: costruito sul modello parodistico-demenziale di Getting any? di Kitano Takeshi ma senza la sua intelligenza ed ironia, tratto da un programma televisivo di nemmeno grande successo Kisaratsu Cat's Eye ha sbancato i botteghini in patria forse proprio perché trasuda cultura pop giapponese della più becera miscelata con un labile traccia melodrammatica per accontentare un po' tutti. Detto questo si tratta di un film talmente folle e sconclusionato che non può che risultare spassoso e sfido qualunque spettatore occidentale a non sgranare per lo meno gli occhi quando fa la sua comparsa di Gomingo, il mostro gigante fatto di spazzatura!

Sowa Kayo DainzeshuShowa Kayo Dainzeshu è invece un tipico film nichilistico-adolescenziale in cui i giovani sfaccendati di turno questa volta se la prendono con vedove di mezza età (obaasan) che però tanto inermi non sono: tra le due "fazioni" infatti si scatena una vera guerra condotta a suon di coltelli, pistole, lancia-missili e bombe atomiche (sic!). Non è certo quindi un film da prendere sul serio, si tratta piuttosto di una black comedy che in fondo gioca su quello che ormai in Giappone è diventato un genere cinematografico consolidato. Un certo stile "manga" potrebbe ricordare Blue Spring di Toyoda Toshiaki (con cui condivide l'androgino protagonista Matsuda Ryuhei e c'è anche l'AndoMasanobu di Kids Return di Kitano Takeshi) ma senza dubbio non ha nemmeno lontanamente la stessa forza espressiva. Curiosa l'idea che da il titolo al film: il gruppo di giovani amici per combattere la noia si ritrova regolarmente su un molo a cantare canzoni dell'Era Showa (1926-1998) improvvisando coreografie in costume!

Bayside ShakedownIl FEF spesso si affeziona a certi registi, li vuole presenti tutti gli anni con il loro ultimo film tanto che spesso questi autori sembrano sentirsi davvero a casa, tra amici. Trovo che sia uno splendido approccio. Purtroppo però non mi riesco a spiegare perché tra tutti i registi giapponesi con cui stringere amicizia dovevano proprio scegliere Motohiro Katsuyuki. Dopo la sua prima comparsa al FEF con Space Travelers, Mothoiro è tornato con Transparent e quest'anno con i due episodi cinematografici di Bayside Shakedown (Giappone, 1998 e 2003, 119' e 120'). Ammettiamo pure che Space Travelers fosse divertente e ben fatto, un buon film commerciale che non annoia (nulla da ridire sui film commerciali, sarei ridicolo visto che stiamo parlano del FEF). Ma già con Transparent qualcuno avrebbe dovuto, a mio avviso, capire che non era il caso di ripetere l'esperienza. Un film tremendo e senza alcun senso in cui già era chiara l'intollerabile passione di Mothoiro per i ralenti. I Bayside Shakedown non sono fortunatamente a quel livello ma poco ci manca. Tratti da una fortunatissima serie televisiva non fanno altro che riproporre con più sfarzo sul grande schermo personaggi amatissimi dal pubblico giapponese e questo è sufficiente a spiegarne l'enorme successo, non c'è altro a parte i solito sfiancante quarto d'ora di ralenti finale.

The Twilighit SamuraiConcludiamo invece in bellezza questa panoramica sui film giapponesi del FEF6 con il vincitore dell'Audience Award di quest'anno, The Twilight Samurai (t.o. Tasogare Seibei, Giappone, 2002, 129') del veterano Yamada Yoji che ha diretto più di 80 film (questo è il settantasettesimo) tra cui 48 episodi della epocale serie di Tora-san. Primo film storico di Yamada, ambientato nell'era Tokugawa (1600-1867), non è però certamente un jidaigeki convenzionale. E' anzi un film sul tramonto (twilight - tasogare vuol dire "crepuscolo") di un certo modello di valori tipicamente rappresentato da questo genere cinematografico. Yamada YojiIl protagonista è un samurai (Seibei Iguchi, interpretato da uno splendido Sanada Hiroyuki che abbiamo già potuto apprezzare in Tadon and Chikuwa) privo di ambizioni se non quella di coltivare il proprio orto e crescere le proprie figlie dopo la morte dell'amata moglie, guerriero capace che sceglie però di rinunciare ad uccidere e si batte con un bastone di legno arrivando a vende addirittura la propria spada per sbarcare il lunario, un gesto che credo avrebbe su un pubblico occidentale lo stesso impatto di Clint Eastwood che vende la propria Colt (o che cade da cavallo come ne Gli Spietati). The Twilight Samurai rappresenterà il Giappone agli Oscar 2003 e credo che questo tipo di umanesimo pacifista non può che fare bene ad un certo pubblico arrogante e guerra-fonadaio, che viva dove sorge il sole o dove tramonta non fa differenza. (lcs)

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