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Speciale Far East Film 7

FAR EAST FILM

Racconti di gioventù giapponese al Far East 2005

di Giacomo Calorio

Come ribadisce l'articolo di Schilling sul catalogo del Festival, è stata una buona annata per il cinema giapponese. E il Far East Film, pur mancando dei titoli di successo citati dal giornalista americano, come Nobody Knows di Kore-eda e Owl's Moving Castle di Miyazaki, si ripropone come ogni anno di riportare il più fedelmente possibile l'andamento delle sale giapponesi nel corso dell'ormai imperdibile settimana udinese. Forse, a differenza di altre edizioni passate (sto pensando a un Monday, un Dark Water, un Ichi the Killer o un Jozee, the Tiger and the Fish), quest'anno non svettava nessuna opera nuova in particolare, ma va detto che la selezione dei film in concorso vantava un buon numero di prodotti molto belli, belli, o per lo meno dignitosi, tanto che si sarebbe quasi tentati di definirla una delle annate migliori del Giappone al Far East. Senza contare l'interessantissima retrospettiva sulla Nikkatsu e il gustoso omaggio a Tamura Masaki. E senza contare che quest'anno, grazie al cielo, mancava Motohiro Katsuyuki. Insomma, chi è andato al Far East soprattutto in ricerca di Giappone, quest'anno torna con un discreto bottino.

Va comunque tenuto conto del fatto che la visione che il sottoscritto ha avuto della selezione è  parziale, in quanto si è perso quelli che erano i capitoli meno appetibili della selezione. Un po' volutamente, un po' perché, con dispiacere degli yamatofili, talvolta gli orari cozzavano contro i più interessanti Nikkatsu Action. Fortunatamente, a giudicare dalle voci di corridoio, non mi sono perso un granché, sia nel caso dei due horror, One Missed Call 2 di Tsukamoto Renpei e Tales of Terror, girato a sedici mani, sia soprattutto nel caso di Lorelei: The Witch of the Pacific Ocean di Suzuki Satoshi. Peccato, perché avrebbero sicuramente costituito i tasselli necessari ad avere una visione un po' più completa di questa annata di cinema giapponese, fornendo coordinate utili a comprendere la situazione ormai un po' boccheggiante del J-Horror (probabilmente una stella già esplosa che luccica solo più nell'Occidente lontano anni luce), e a farsi un'idea a proposito di certi sentimenti nazional-popolari serpeggianti in Giappone, che altri film della selezione sembrano invece smentire.

Dal punto di vista stilistico, risulta piuttosto difficile trovare un filo comune credibile che leghi le pellicole visionate quest'anno, che spaziavano tranquillamente dalle atmosfere serafiche di Cherry Orchard di Nakahara Shun al frizzantissimo ultra-pop di Kamikaze Girls di Nakashima Tetsuya. Si può tuttavia abbozzare un percorso tematico che comprenda la maggior parte dei film giapponesi in programma, ad eccezione del composto e raffinato Lady Joker di Hirayama, che costituisce un capitolo a parte, e delle tre pellicole da me non visionate. Tutti gli altri film proiettati, infatti, avevano, in un modo o nell'altro, a che fare con l'adolescenza, vissuta o rimpianta, appena sbocciata o troncata sul nascere, descritta da punti di vista molto diversi.

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Un regista che negli ultimi anni si era dimostrato un abile narratore di questa fase della vita è, ad esempio, Yukisada Isao, che quest'anno ha portato al festival il suo Crying Out Love, in the Center of the World, campione di incassi nel 2004 in Giappone. Strutturato su due livelli temporali, il presente e il 1986, il film di Yukisada narra una storia che più trita non si può (un amore troncato dalla malattia), ma la bravura dimostrata dal regista in altre occasioni avrebbe potuto farne comunque un buon film. Questo però non avviene, e Yukisada inciampa presto nelle trappole del dramma televisivo: se la prima parte, pur non vantando chissà quale originalità, non manca di momenti divertenti, sprigiona tenerezza, e bagna gli occhi in maniera abbastanza legittima... non appena subentra la malattia, il film scivola poco a poco nel ricattatorio e Yukisada mostra di non sforzarsi più di tanto per trovare una soluzione decente su come rappresentare un argomento così spinoso. E così, vai di musica e primi piani, e la lacrima prima o poi ci scappa. Non tarda però a subentrare la noia, ci si dimentica dell'affetto inizialmente provato per i personaggi, e si comincia a odiare loro e Yukisada, per poi abbandonare definitivamente ogni speranza con la scena dell'aeroporto e il finale in Australia, con tanto di stucchevole ripresa aerea. Peccato, perché il personaggio di Shibasaki Kō poteva essere anche essere sviluppato in maniera interessante.

Se la rappresentazione dell'adolescenza giapponese di Yukidasa è, per quanto nostalgicamente piacevole, tutto sommato piuttosto stereotipata, con i suoi due protagonisti carini e puliti ma non troppo che ce la mettono tutta, assai diverso è il ritratto che ne fa Nakahara Shun nei due film presentati al festival, The Cherry Orchard e Ichigo.Chips, i quali, offrono, nel loro insieme, simili premesse. Anche in essi, infatti, gioca un ruolo primario il tempo: il primo, girato nel 1990, avvicina, quasi identificandoli, il tempo della rappresentazione alla durata del film, mentre il secondo, realizzato lo scorso anno a partire da una sceneggiatura scritta da due delle protagoniste dello stesso The Cherry Orchard, racconta di un'autrice di manga (fonte letteraria che sta anche alla base di The Cherry Orchard) che non riesce più a realizzare opere decenti dopo il suo più grande successo, disegnato in gioventù. In Ichigo.Chips, il rimpianto, la nostalgia, e l'ossessione del ricordo di un ragazzo morto, congelato nell'ultima vignetta del fumetto, trovano una soluzione solamente nella dimensione intima e privata del sogno, mentre la realtà presente che aspetta l'ormai matura protagonista è assai più dolente. Se Ichigo.Chips si pone quindi a posteriori rispetto all'adolescenza e rispetto a un evento cardine che ne segna l'andamento (la morte del ragazzo), speculare è TheCherry Orchard, che vive la giovinezza al presente (il 1990, appunto) e descrive la preparazione a un futuro evento cardine, rappresentato dalla recita scolastica (Il giardino dei ciliegi di Cechov). Il film si svolge infatti nelle due ore che precedono la recita e impiega questo arco di tempo per donarci un ritratto intenso e tangibile delle giovani protagoniste, fragili e sfrontate, a dispetto della quasi totale mancanza di azione, che viene relegata tutta a priori o a posteriori. L'assoluta naturalezza dei personaggi, immersi in un quotidiano quanto mai credibile e umano, assume sfumature tragiche nel personaggio di Sugiyama, innamorata di un'altra ragazza ma non corrisposta, che rinuncia stoicamente ai propri sentimenti nella stupenda scena della foto, dove l'obiettivo della macchina da presa si sostituisce a quello della macchina fotografica a cui le ragazze si avvicinano progressivamente, offrendoci, di loro spontanea volontà, forse l'unico primo piano del film.

Se l'adolescenza di Yukisada si rivelava stereotipata, e quella di Nakahara rifuggiva categoricamente ogni sorta di stereotipo, più articolata è la rappresentazione di uno dei film più vivaci del festival: Kamikaze Girls di Nakashima Tetsuya. Lo stile fortemente caricaturale e la scelta di due "tipologie" assai chiaramente delineate come la "Lolita" (nel senso di seguace della moda "Gothic&Lolita") interpretata da Fukada Kyoko e la "Yankii"  (sorta di motociclista giapponese) interpretata dalla modella Tsuchiya Anna, non promette certo chissà quale approfondimento psicologico dei personaggi. E invece, per quanto l'esito della vicenda non sia certo imprevedibile, Nakashima dimostra di saper raffigurare efficacemente i movimenti interiori che conducono le protagoniste all'inevitabile conclusione: vale a dire, che i loro stili di vita affettati e i loro stili di abbigliamento agli antipodi nascondono praticamente la stessa ragazza e lo stesso senso di solitudine. Va inoltre dato merito a Nakashima di evitare qualsiasi giudizio paternalista sui nuovi frutti di una gioventù aliena la cui mentalità risulta sempre più incomprensibile e incontrollabile da parte delle generazioni precedenti. Per quanto riguarda lo stile registico, fortemente debitore verso i cliché del manga, non è affatto cosa nuova, ma Nakashima dimostra innanzitutto di saperlo padroneggiare sino alla conclusione senza intoppi, né sfilacciature: il film fila liscio come l'olio e si ride dall'inizio alla fine. Questo, va detto, anche grazie alla bravura delle due protagoniste, in particolare la scoperta Tsuchiya che domina letteralmente lo schermo.

Una tematica simile, con simile approccio comico, la troviamo in We Shall Overcome Some Day di Izutsu Kazuyuki, che narra degli attriti tra i Giapponesi e i Coreani residenti loro malgrado in Giappone, verso la fine degli anni Sessanta. Rispetto a Kamikaze Girls, il film di Izutsu, ispirato vagamente a Giulietta e Romeo, è meno sfacciato e irriverente, ma più graffiante, e solo in apparenza naif come il suo protagonista. Il discorso del regista, che si fa carico delle colpe dei Giapponesi nei confronti dei bistrattati Coreani, non è certo rivoluzionario, specie se si tiene conto che negli ultimi tempi la Corea del Sud va piuttosto di moda tra i giovani giapponesi. Tuttavia, in quest'epoca di attriti e revisionismi (pensiamo a Lorelei), un film come We Shall Overcome Some Day è per lo meno salutare. E comunque, non è affatto consolatoria, né semplicistica, la morale del film, perché il cammino del protagonista, destinato a incontrare ostacoli su ostacoli, non finisce certo con il più o meno lieto fine, mentre la scena della rissa conclusiva dimostra che non basta cantare alla radio una canzone coreana in coreano per poter placare rancori e pregiudizi dell'una e dell'altra parte. Questa sensazione è poi accentuata dalla violenza tangibile che scandisce tutto il corso del film, in cui ragazzi giapponesi e coreani se le danno di santa ragione. Ma il regista evita ogni tentazione ipocrita di autoflagellazione, così che l'unico ragazzo coreano morto non è ucciso per mano giapponese, bensì per puro caso.


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