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Speciale Far East Film 8

FAR EAST FILM

Editoriale

di Luca C. Sansoè

Il Far East Film Festival di Udine è un po' come il vino, ci sono annate molto buone e altre un po' meno buone. Come ad una fiera di vini, un anno si gustano ottime bottiglie, talvolta qualcuna sa di tappo, altre volte capita di trovarne di veramente cattive. Il rovescio della medaglia di un festival come il FEFF, che si pone l'obiettivo di tastare in tempo reale il polso al cinema di tutta l'Asia sta nel rischio, calcolato e calcolabile, che talvolta qualcosa nel "raccolto" può andare storto.

Questo per dire che probabilmente al FEFF di quest'anno non si è gustato alcun film memorabile, perchè forse nel 2005 in Asia non è stato girato nulla di memorabile.  Probabilmente... forse... ma è davvero così? Forse il problema è più complesso.

Credo di non esagerare troppo nell'affermare che il FEFF8 si ricorderà soprattutto per la presenza di Miike Takashi, che da Torino è sbarcato, finalmente, a Udine con il suo episodio della serie  "Masters of horror". Dico "finalmente" perchè credo che il pubblico del FEFF lo attendesse da molti anni, per lo meno da quando un paio dei suoi film sono passati sul grande schermo del Teatro Nuovo (Shangri-la e Graveyard of Honor, se non ricordo male). Siamo davvero fieri e orgogliosi che la nostra rassegna, Anime perdute. Il cinema di Miike Takashi (purtroppo appena terminata), si sia potuta incontrare con il Far East per questo evento straordinario. In questo senso, nel bene e nel male, Imprint è stato il film più sorprendente del festival.

Ok, forse sto un po' peccando di presunzione. Bisogna però ammettere che si è un po' sentita la mancanza di grandi autori come Sabu, Nakata Hideo, Ichikawa Jun, Park Chan-wook, Andrew Lau, Johnny To, solo per citarne alcuni, passati al festival di Udine nell'ultimo decennio (pensiamo solo a 2 anni fa, quando accanto agli Infernal Affairs di Lau c'erano i capolavori di Ichikawa). Quest'anno c'è stato un piccolo omaggio a Jissoji Akio, oscuro autore cresciuto artisticamente nell'ambito dell'A.T.G., (Art Theatre Guild), della stessa generazione di Wakamatsu Koji, solo di qualche anno più giovane di Oshima, Yoshida e Shinoda. Prestato alla televisione, è stato uno dei primi creatori della serie Ultraman degli anni 60. Un regista in realtà poco noto, quindi interessante da scoprire, ma che porta con sé tutta l'osticità di un cinema visivamente molto complesso, in cui si sente l'influenza delle avanguardie degli anni 60, che "gettato nella mischia", ad orari spesso "difficili", è risultato non facile da "assorbire".

Il FEFF8 ha proposto molti film "medi", alcuni film scarsi (soprattutto, devo dire, da HK), qualche buon titolo. Il Giappone, alla fine dei conti tiene comunque bene, grazie a gioiellini come Linda Linda Linda di Yamashita Nobuhiro (decisamente uno dei film più belli del festival), e a prodotti di indubbia efficacia, come il melodrammone Always - Sunset On Third Street di Yamazaki Takashi.

Anche l'anno scorso non ci furono molti film degni di nota (Peacock di Gu Changwei, certamente, e alcuni buoni film giapponesi come il dittico di Nakahara Shun, The Cherry Orchard e Ichigo.Chips) ma la retrospettiva dedicata al Nikkastu Action fu un evento imperdibile, e alcuni corollari estremamente interessanti e stimolanti, quali il "panel" con gli straordinari direttori della fotografia Tamura Masaki, Gu Changwei e Kim hyung-koo, permisero di rivedere capolavori come Shurayuki Hime di Fujita Toshiya o Desert Moon di Aoyama Shinji. Insomma le "bottiglie d'annata" caratterizzarono molto quell'edizione. Quest'anno la rassegna sul musical non è andata benissimo, anche se comunque gente ce n'era, non dico di no. Forse è un genere più difficile, che fa meno presa, paradossalmente meno "popolare" del Nikkatsu Action. Forse alcuni, come il sottoscritto, non sopportano molto il genere, per quanto si sforzino, per amore del "sapere", di affrontare l'inevitabile sonnolenza che gli provoca. L'unico titolo che mi sembra doveroso citare è il bel musical noir (poco "musical" in verità) The Wild, Wild Rose di Wong Tin-lam (tit.or. Ye mei gui zhi lian, Hong Kong 1960), in particolare per la grande performance dell'attrice protagonista (Grace Chang). E' comunque doveroso citare anche Inoue Umetsugu, presente al festival in occasione della rassegna, grande vecchio del cinema giapponese, nonché maestro, per lo meno di attitudine, dello stesso Miike Takashi che ne è stato per una trentina di volte assistente nel suo decennio di apprendistato negli anni '80.

Sono mancati i "grandi autori" perchè davvero nel 2005 non c'erano? Oppure c'è sotto dell'altro? Ci viene il dubbio che purtroppo stiano sorgendo due grossi problemi. Da una parte, quest'anno si avvertiva una certa difficoltà finanziaria, i cui sintomi più superficiali ma tangibili sono stati, per esempio, la maggiore sobrietà dell'allestimento scenico del Teatro e la mancanza del catalogo della retrospettiva nella borsa degli accreditati (a differenza dell'anno passato, ma forse siamo stati abiuati troppo bene). I film costano, i distributori asiatici sono tra i più esosi del mondo, gli ospiti più sono "importanti", più sono "cari". Dall'altra temo che lo straordinario lavoro che il Far East Film Festival ha svolto in questi anni, portando alla ribalta registi che molta critica ha sempre avuto difficoltà a chiamare "Autori", come i già citati To, Lau, Sabu ecc., sta producendo un fenomeno insidioso per lo stesso FEFF. Nel momento in cui il FEFF è riuscito a "sdoganare" a livello internazionale certi autori è chiaro che questi hanno iniziato a bussare alla porta di festival ben più remunerativi a livello di rientro di immagine e, soprattutto, di rientro economico. Johnny To ha certamente tributato a Udine tutti gli onori che meritava, girando uno dei suoi film nella cittadina friulana, dopo di che Election 2 può andare a Cannes, come tutti i suoi ultimi film più belli, senza troppi rimorsi. Sabu va a Berlino, dove i film si vendono sul mercato europeo, Park Chan-wook e Andrew Lau vanno a Venezia, ecc. In questo senso la sinergia con Marco Müller e la Biennale di Venezia è molto importante, per non dire strategica: un patto, diciamo così, di non belligeranza, una collaborazione senza la quale il Davide di Udine rischierebbe di essere travolto da una schiera di Golia.

Forse il Far East Film, che per molti motivi (dalla qualità delle persone che vi lavorano al tipo di pubblico che lo frequenta) è e rimane, a mio avviso, il più bel festival cinematografico d'Italia (e ovviamente il più importante festival del cinema asiatico d'Europa), dovrà quindi rinunciare ai titoli di sicuro successo, per dedicarsi sempre di più alla scoperta di nuovi talenti. E' probabile che per questo motivo in futuro vedremo ancora molti film mediocri, perchè i bravi registi non nascono tutti gli anni, nemmeno in Asia. Poco male, è uno sporco lavoro ma qualcuno deve farlo e al FEFF sono capaci di farlo bene. Noi continueremo a seguirli, fiduciosi.

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