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Speciale XXIII Torino Film Festival

MEMORIE DAL GIAPPONE

di Luca Manfrin

Forse per colmare il vuoto lasciato dalla compianta sezione Nipponica, sicuramente una delle vetrine più fresche, originali e seguite dal pubblico negli anni passati, la 23° edizione del TFF non ha certo lesinato nel proporre quest'anno titoli provenienti dal Giappone.

Seppur molto differenti tra loro negli esiti, alcuni di essi sembrano accomunati da una medesima disposizione: il profondo attaccamento ai propri personaggi che si materializza nella volontà di sposarne la soggettività, guardando attraverso i loro occhi e attraverso i loro ricordi. Detto altrimenti, la necessità di ricorrere alle loro percezioni e alle loro memorie per conferire respiro alla narrazione e per rendere il senso profondo delle storie proposte. Se in alcuni casi il risultato rientra quindi nelle personali sperimentazioni del regista, o nella creazione di suggestioni funzionali alla trama del film, in altri la scelta di scandagliare la dimensione interiore dei personaggi diventa il trampolino per delineare delle importanti e affascinanti metafore.

fotogramma - YudaYuda (Secret journey) di Zeze Takahisa, presentato nella sezione Detours, si configura come la cronaca filmata di un viaggio e di una serie di incontri. L’esperienza di Zeze nell’ambito del pinku eiga affiora in questo lungometraggio nella spiccata vena erotica che anima i rapporti tra i vari personaggi. Vagando per Tokyo un regista è affascinato dall’androgina figura di Yuda. Dopo una breve frequentazione, il ragazzo fugge rubando la videocamera dell’uomo. Le ultime notizie su Yuda sono apprese attraverso il filmato realizzato dal ragazzo e dal racconto di Michi, con cui egli ha vagabondato gli ultimi giorni prima di morire misteriosamente. Qui, dunque, il punto di vista secondo cui è narrata la storia appartiene all’obiettivo della videocamera che registra i fatti e che si alterna nelle mani dei vari protagonisti, portando ad una ricostruzione sfaccettata, parziale degli eventi, che neanche i ricordi della ragazza riescono a chiarire fino in fondo. Michi e il regista avvertiranno la necessità di  comprendere le vere ragioni che hanno motivato l’agire del giovane e ritorneranno nei luoghi in cui è stato ucciso per svolgere una piccola inchiesta.

fotogramma - CiclesI caratteri del viaggio e dell’inchiesta sono presenti anche in 17-Sai no fûkei – shônen wa nani o mita no ka? (Cicles chronicles) del maestro Wakamatsu Koji, presente nella sezione dei Lungometraggi Fuori Concorso. Un’inchiesta sugli effetti psicologici del gesto estremo con cui un diciassettenne ha ucciso in uno scatto d’ira la propria madre. Scandite da flashback che mostrano il ricordo appannato del giovane sul fatto, sono le lunghe sequenze dell’inarrestabile fuga in bicicletta che il ragazzo compie attraverso il pallido paesaggio invernale della costa giapponese, forse esso stesso, come anche le travagliate musiche di Tomokawa Kazuki, manifestazione del desolato orizzonte interiore del protagonista. Un estenuante viaggio che assume i tratti del viatico di purificazione con il quale egli sembra voler maturare la propria coscienza del fatto. Pare sintomatico che i pochi personaggi incontrati dal giovane lungo la strada, l’anziano soldato o la vecchierella, sentano il bisogno in sua presenza di esternare con precisi dialoghi i propri ricordi (in particolare quelli del soldato relativi alla guerra), le proprie esperienze di quando avevano la sua stessa età. Rapportata ad essi, la vicenda individuale del protagonista acquista così i contorni dell’universalità, e la sua fuga senza meta i tratti della metafora politica ed esistenziale.

fotogramma - BugsMushi tachi no ie (House of bugs) di Kurosawa Kiyoshi, anch’esso nello spazio Detours, è il primo episodio della serie Horror theater ispirata al manga di Umezu Kazuo. In questo mediometraggio dai toni surreali, la storia è raccontata da tre diverse istanze narranti, rappresentate dai medesimi personaggi. Alla moltiplicazione del punto di vista corrisponde la disarticolazione del tempo e della cronologia degli eventi, compiuta quest’ultima attraverso il largo utilizzo di flashback appartenenti ai differenti personaggi e distribuiti lungo il corso della narrazione. Ruicko e Koji sono una giovane coppia di sposi che, a causa della gelosia del marito, entra in crisi quando quest’ultimo scopre nella propria abitazione, stretto alla moglie, il cugino di questa. La donna è colta da una violenta crisi nervosa, in seguito alla quale si rinchiude in una stanza e, come ha letto in un famoso racconto di Kafka, immagina di trasformarsi in un insetto. Quando la sua malattia sembra oramai irreversibile, Koji porta a casa la propria amante. La situazione si ribalta, poiché questa volta è Ruicko a scoprire il tradimento del marito. Una volta rinsavita la donna, ora è Koji a sprofondare in una violenta crisi di allucinazioni. Il trattamento riservato all’episodio in cui l’uomo scopre inaspettatamente nel proprio appartamento la moglie assieme al cugino mostra bene la strategia del regista. Esso è ripetuto tre volte per mezzo di tre differenti flashback che rimandano ai ricordi di Koji, di Ruicko, e di Naoya, il cugino della donna. Il continuo sovrapporsi delle diverse prospettive, in alcuni casi addirittura contraddittorie fra loro, impedisce dunque una lettura univoca dei fatti, comunicando allo spettatore, in maniera del tutto funzionale al discorso del regista, quello stesso disorientamento che anima i protagonisti della vicenda.

fotogramma - nouageInfine, vincitore del Concorso Lungometraggi, Utsukushiki Tennen (Nuages d’hier), opera di cui il regista Tsubokawa Takushi, oltre ad aver firmato il soggetto e la sceneggiatura, ha curato anche il montaggio e la composizione delle musiche, presenta, mediante la figura di un anziano individuo che ricorda la propria giovinezza, quando in bicicletta consegnava le pellicole in un cinema, un discorso simbolico sullo scorrere del tempo, sulla mutabilità delle persone e delle cose, sul senso di perdita e di disfacimento. In questo senso non è affatto casuale la presenza di numerose immagini che potrebbero essere definite “nature morte”: in primis i quadri di fiori rigogliosi con cui la figlia dell’uomo, cristallizzando sulla tela la mera apparenza delle cose, sembra voler esorcizzare le personali ansie legate all'alternarsi delle stagioni; ma anche gli oggetti di una volta che popolano la dimora in cui l’uomo trascorre gli ultimi giorni assieme ai parenti: il grammofono, il vecchio orologio a pendolo, il cui sonoro ticchettio rimanda necessariamente al tema della narrazione, le fotografie consunte, gli insetti imbalsamati (essi stessi vittime della corruzione del tempo quando si frantumano nelle mani dei personaggi). La storia, che muove dall’inserto metacinematografico della proiezione di una pellicola muta in un vecchio cinema, è divisa in due segmenti temporali ben distinti. Da un lato la condizione presente del vecchio uomo, ospite in casa della figlia e della nipote, la quale inizialmente non pare gradirne la presenza. Questo segmento è ben delimitato dall’utilizzo del bianco e nero. Dall’altro lato le sue memorie, le sue nostalgie del passato, risalenti al periodo in cui lavorando nel vecchio cinema venne in possesso della pellicola e, deluso dal suo finale tragico, decise di seppellirne la parte conclusiva nella sabbia. In questo caso la narrazione è caratterizzata dall’uso del colore. Il punto di raccordo tra questi due tempi si ha nel momento in cui la giovane nipote, dopo essersi sinceramente affezionata al nonno, proprio quando questi si trova ormai in punto di morte, ritrova e disseppelisce la vecchia pellicola nascosta nella spiaggia. Le immagini della ragazza che fino a quel punto erano in bianco e nero acquistano improvvisamente il colore che caratterizzava i ricordi dell’anziano uomo, quasi a voler simboleggiare la definitiva coincidenza di passato e presente (del resto, a rafforzare il senso di ciclicità della storia, è anche l'effetto cornice che nasce dalle immagini del film muto della fioraia, poste significativamente nel prologo e nel epilogo della pellicola). Una convergenza che pare originata dal recupero della memoria dell’uomo ad opera della nipote, alla cui presenza ora la spiaggia si popola magicamente delle antiche figure appartenenti alla giovinezza del nonno, il palco del vecchio cinema e la vecchia banda. Nel finale, mentre l'orchestrina si allontana all'orizzonte intonando un'ultima volta il tema musicale del film, sembra riecheggiare l’illusione contenuta nelle parole di quel venditore di gelati incontrato per strada dalla ragazza: “Estate, inverno non esistono veramente”.


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