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Speciale XXIII Torino Film Festival

Loft di Kurosawa Kiyoshi

di Giacomo Calorio

locandina Loft

FUORI CONCORSO

Credits

Tit. or.: Shi no otome

Regia e sceneggiatura: KUROSAWA Kiyoshi

Fotografia: Ashizawa Akiko

Musiche: Ashiya Gary

Suono: Fukada Akira

Cast. Nakatani Miki, Toyokawa Etsushi, Eguchi Noriko, Oosugi Ren

Anno: 2005

Durata: 115'

fotogramma

Dispiace dover parlare in toni così poco lusinghieri di un autore che, nel corso dell'ultimo decennio, ha realizzato alcuni dei film più belli e inventivi (molti dei quali di ispirazione horror) di tutta la produzione giapponese contemporanea. Che Kurosawa Kiyoshi debba proprio cadere così malamente su un film dell'orrore è un vero peccato, specialmente quando il soggetto di partenza era così stuzzicante e pienamente in linea con lo spirito che animava le sue pellicole precedenti (sia nella paradossalità del soggetto, che nell'animo rétro con cui il regista rivisita i generi). Sulla carta, il progetto di Loft avrebbe potuto affiancarsi benissimo a lavori quali Charisma (Karisuma, 1999) o Pulse (Kairo, 2001): atmosfere inquietanti e situazioni venate d'assurdo, una struttura aperta, maculata di punti indecifrabili e inattese zone d'ombra, un umorismo nero e agghiacciante, e una paura aleggiante che rifiuta i meccanismi della suspence. Tuttavia, se nelle suddette opere tali elementi, che costituivano il marchio inconfondibile del regista, trovavano un equilibrio tanto efficace quanto sorprendente, lo stesso non avviene in Loft: qui alcuni meccanismi sono usati in maniera svogliata, mentre altri (come l'intenzionale negazione delle aspettative dello spettatore, volta a creare un horror che non sia un horror) sono portati al parossismo fino a mostrare la corda di un'inevitabile forzatura. Se la palese svogliatezza nei confronti dei cliché del J-Horror e di figure registiche “à la Kurosawa” può significare un'apprezzabile voglia di crescere, collocando così Loft nella cerchia delle opere di transizione, più preoccupante è la perdita, da parte del regista, di quel rigore che gli permetteva di scardinare il genere in maniera silenziosa, invisibile, sottile.

Tralasciando l'imbarazzante finale, che pare quasi un brutto scherzo da parte del regista, gli squilibri più lampanti fioccano in ambito di sceneggiatura. Kurosawa ha sempre prediletto sceneggiature fortemente digressive e centrifughe, ma anche nei casi più folli ed estremi, come Charisma e Spider's gaze (Kumo no hitomi, 1998), la struttura stava incredibilmente in piedi perché trovava un centro (un albero, o un tronco coperto da un lenzuolo) solido, un fulcro enigmatico da cui i personaggi fuggivano o attorno al quale giravano, tessendo la tela del racconto. In Loft tale presupposto ci sarebbe, ed è semplice, efficace, e geniale: una mummia. È lei l'elemento destabilizzante che mette in moto la vicenda, e inizialmente assolve piuttosto bene il proprio ruolo. Infatti, la prima parte del film, quando non succede praticamente niente, lascia ben sperare. Però, a un certo punto, il regista sembra eccedere nello svuotare di senso, come suo solito, il fulcro del film e l'intera vicenda, e così il meccanismo digressivo impazzisce, le geometrie si spezzano, e il film diventa un cumulo di situazioni più o meno riuscite: la scrittrice che vomita fango; l'uomo che ha ritrovato la mummia e la lascia in casa della protagonista; l'editore impazzito; il romanzo copiato; la ragazza assassinata; la storia d'amore tra i due protagonisti; i dubbi sull'innocenza di lui. D'accordo che già in altre pellicole del regista emergeva il caos dell'esistenza e una mancanza di logica a collegare gli eventi l'uno all'altro (proprio come avviene nella realtà), ma in tali film la regia riusciva egregiamente a riunire sotto lo stesso tetto situazioni apparentemente sconnesse. In Loft, invece, dove la regia si fa più classica e meno tesa all'astrazione e alla geometrizzazione, non resta proprio nulla a suggerire i legami tra le situazioni sopra elencate. Più che essere spinto a creare lui stesso tali legami, lo spettatore viene abbandonato ai propri interrogativi. La rappresentazione del caos dell'esistenza si fa troppo plateale, troppo sfrontata, quasi pesante, perché possa anche risultare credibile. Perché mai, tanto per fare un esempio, la scrittrice aveva lo stomaco pieno di fango ancora prima di recarsi nella sua nuova abitazione? L'ipotesi più plausibile è che fosse tutto un disegno della ragazza uccisa/della mummia, per far rinvenire il proprio cadavere. È un'ipotesi traballante, oltre che banale, perché anche il legame tra la ragazza morta e la mummia scricchiola. L'unica altra ipotesi sembra essere che le tre situazioni non abbiano niente a che fare l'una con l'altra, e che sia tutto frutto del caso. Mancano, insomma, tutte le decine di ipotesi intermedie, quelle che pennellavano di ambiguità e mistero il cinema di Kurosawa. Loft appare così diviso tra banalità e nichilismo, finendo per lasciare un germoglio sterile nello spettatore.

Superati questi difetti di fondo, tuttavia, ritengo sia esagerato liquidare questa pellicola come uno sgorbio qualsiasi, e Kurosawa come un regista ormai alla frutta. L'altro film proiettato al festival, House of Bugs (Mushitachi no ie), per quanto costretto dalla televisività delle sue premesse, smentisce l'inaridimento della vena kurosawiana, regalandoci un piccolo film sorprendente. D'altro canto, sul fronte del cinema horror orientale, Loft non è certo tra i peggiori episodi prodotti negli ultimi anni. Non mi riferisco solo alle pellicole dozzinali e trascurabili mai giunte in Occidente, ma anche e soprattutto a ciò che è uscito qui da noi: se si escludono Nakata e Miike, è assai difficile trovare qualche film lontanamente avvicinabile a questo parto mal riuscito del regista di Cure (Kyua, 1997). Magari potessimo vedere distribuito Loft invece di film insipidi come Persona (Kamen Gakuen, Komatsu Takashi, 2000), St. John's Wort (Otogiriso, Shimoyama Ten, 1999), Requiem - Il festival dei morti (Shisa no gakuensai, Shinohara Tetsuo, 2000),The Phone (id., Ahn Byeong-ki, 2002), The Park (Chow lok yuen, Andrew Lau, 2003) e compagnia bella. Inoltre, a Kurosawa va dato anche atto di essere stato assai meno ossequioso nei confronti dei dettami genere a cui lui stesso ha contribuito a dar vita, rispetto a colleghi giapponesi e non. In questo senso, sembra quasi una dichiarazione di intenti la divertita sovversione di tali dettami nella sequenza che mostra la protagonista affacciarsi a una finestra posta sul fondo della stanza della mummia per guardare dentro. Le modalità della  sequenza, che vede una figura apparire lentamente dalla profondità del campo, sono esattamente le stesse di uno dei cliché stilistici più inflazionati del J-horror, ma qui, con una certa dose di ironia, non è un fantasma a fare la sua comparsa dai vetri sfocati di una finestra, bensì un essere umano che si affaccia nella realtà del morto, visibile in primo piano. Siamo poi così lontani da Pulse?

Credo inoltre che a questo film nel complesso bruttino si debba dare atto di alcune sequenze molto ben riuscite, filmate con una regia meno distante e geometrica rispetto alle opere degli anni Novanta, ma spesso intensa e avvolgente (merito anche dell'ottima fotografia). Belle, oltre alla lenta e suggestiva parte iniziale, la scena nella nebbia, quella della doppia impiccagione, quella dell'omicidio della ragazza. Formidabile la scomparsa “a pezzi” del fantasma sul molo, una variazione sulle rappresentazioni dei morti che già avevamo visto in Pulse e Seance (Kōrei, 2000), di  agghiacciante semplicità. Peccato che questi e altri momenti brillanti, che sembrano in più di un punto far decollare il film, poi vengano soffocati sul nascere e dispersi nel mare di frammenti “interrotti” di un film inconcludente.

A chi rimpiange il Kurosawa dei bei tempi andati, rispondiamo piuttosto che attendiamo speranzosi la conclusione di questa fase di transizione (già iniziata un paio d'anni fa con Doppelganger, a dire il vero, ma con esiti migliori), verso una nuova “metamorfosi” di questo eclettico regista.


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