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Speciale Venezia .61

61.Venezia

La prima edizione dell'era Muller si è conclusa senza suscitare grande clamore. Certo c'è il solito cinema italiano che non sopporta mai di perdere in casa (ma di Michele Placido non ci lamentiamo?); le solite polemiche sui ritardi e le code (ma qualcuno di quelli che si lamentano è mai stato a Cannes?); il solito cinema "impegnato" (ma nente politica, guai! La politica lasciamola ai documentari, che infatti a Venezia non c'erano quasi, e mi sarei stupito del contrario), il cinema dei grandi temi socio-morali: aborto, eutanasia, i "diversamente abili". Ha vinto l'aborto, chissà se qualcuno accuserà il festival di essere vicino ai radicali?

No, la verità è che questa 61. Mostra del Cinema di Venezia firmata Muller è stata un'edizione sperimentale, non poteva permettersi grandi colpi di testa ma qualche novità c'è stata. Una su tutte, quella che interessa maggiormente il nostro sito, è la grande quantità e qualità di autori dell'estremo oriente, Giappone, Corea, Cina, in tutte le sezioni. Per non parlare poi della storica presenza nel concorso ufficiale dell'ultimo meraviglioso film di Miyazaki Hayao, al quale, purtroppo, hanno rifilato un "Premio Osella" (per il miglio contributo tecnico?!) su cui, anche se la tentazione c'è, non vogliamo fare della facile ironia.

Ad ogni modo, sono loro i veri vincitori di questa edizione, per intelligenza, sensibilità, idee, fascino e poesia. Miike, Tsukamoto, Miyazaki, Hou Hsiao-hsien, Zhangke e soprattutto, a mio avviso, l'inarrivabile Kim Ki-duk (che ha ottenuto un altro animale d'argento per la regia, dopo l'orso berlinese il leone veneziano, come se non fosse già chiaro a tutti che "sa girare bene"), continuano a dimostrare all'occidente che si può ancora fare un cinema con la testa, il cuore e lo stomaco. Sono autori che sorprendono non raccontando storielle sorprendenti (ce ne fossero ancora!) ma offrendo visioni. Autori in grado di (re)inventare il cinema ogni volta che ne sentono il bisogno (quindi sempre, vedi Miike). Da noi sono rimasti in pochi che continuano a farlo, di nascosto, in silenzio e la maggior parte di loro ha più di sessant'anni, Godard in testa. Ecco l'ho detto.

Meno male che c'è ancora un Tarantino, che viene a vedersi i film di mezzanotte, da solo, nelle salette piccole per gli sfigati con gli accrediti sfigati, e ride, con la testa, il cuore e lo stomaco, e poi fa un film. (lcs)


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