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Speciale Venezia .62

Editoriale

leone d'oroLa 62° edizione della mostra del cinema di Venezia è stata decisamente anomala. Meno film nelle sezioni in concorso, un programma decisamente più snello che ha lasciato posto alla grande retrospettiva "La storia segreta del cinema orientale" che con 37 film giapponesi e 15 cinesi ha occupato una fetta considerevole del palinsesto della mostra.

I film in concorso, ammettiamolo, non hanno fatto urlare al miracolo nessuno, assestandosi su una generale mediocrità, tra film belli ma non indimenticabili e picchi di pochezza che quasi sempre sono esclusiva del cinema nostrano, sempre più brutto (e chiunque sostenga il contrario mente per interesse).

E' evidente che qui da noi c'è tanta crisi: crisi della produzione, che manca di coraggio e si aggrappa sempre più disperatamente al misero successo di un titolo cercando goffamente di replicarlo all'infinito (vedi Fandango, che produce film tutti uguali e sempre più spocchiosi); crisi della distribuzione che è sempre più rigida e sclerotizzata dal virtuale monopolio della tentacolare Medusa (uno dei tanti tentacoli del nostro presidente), ma soprattutto crisi delle idee e degli uomini. Diciamolo, si può fare un film bello anche con due soldi e al di fuori dei canli di distribuzione ufficiali e piagnucolare sul fatto che "tanto le cose funzionano così" non serve ad altro che ha mantenere lo status quo, che in fondo sta bene a molti. A Venezia, che come Cannes è un festival da passerella dove l'esibizione narcisistica è la regola, ci si rende ben conto che l'origine di questa crisi si trova molto prima che il film arrivi in sala, prima della rete distributiva e produttiva, prima ancora della sua realizzazione. Il problema sta nella risposta ad una semplice domanda: perchè fare un film? La verità, o per lo meno la mia verità, è che in Italia (e ovviamente non solo in Italia) la risposta a questa domanda apparentemente banale non è affatto scontata. Perchè si ha la sensazione che le motivazioni alla base della volontà di realizzare un film siano sempre di più esterne e lontane dal film stesso o da ciò che si vuole esprimere: riuscire ad entrare a far parte di una cerchia ricca (ma per quanto?) ed esclusiva, alimentare e sostenere il proprio narcisismo, soldi, successo, potere (le solite cose insomma), questo sembra il vero motore di tutti questi giovani registi cui piace definirsi "Autori" a priori. E sono certo che nessuno di questi "autori", si sentirebbe tirato in causa da una simile accusa, per un fenomeno, chiamiamolo così, di presunzione di innocenza, garantita magari dall'argomento trattato.

L'innocenza per esempio di una Sabina Guzzanti, brava, simpatica, intelligente (non è ironico, giuro), che annuncia il proprio film-lotta contro Berlusconi alla festa del produttore Lucky Red (cioè Medusa) e finisce la serata rivolgendo un gagliardo "hasta la victoria!" a un rivoluzionario pubblico di invitati rigorosamente selezionati all'ingresso.
Ecco.

E allora che nessuno si stupisca dell'entusiasmo nostro e di tanti altri che hanno affollato la piccola sala Volpi dove si teneva la retrospettiva sul cinema orientale, dove lo schermo era illuminato da film davvero segreti e meravigliosi, realizzati da registi che hanno dovuto aspettare la pensione, o la morte, per essere chiamati Autori e a cui interessava solo fare film. E che nessuno ci venga a dire che quelli non erano film politici perchè un film di Fukasaku Kinji, anche solo l'ultimo Battle Royale è più politico di qualunque film di Nanni Moretti. E che nessuno ci guardi male quando diciamo che amiamo profondamente un regista come Miike Takashi, capace di fare più di 70 film in meno di 15 anni, che il cinema lo fa perchè si diverte e finché si diverte e accetta di farlo a qualunque costo e sempre con semplice passione, senza cinismo o presunzione.

Anche per questo NEO(N)EIGA ha ritenuto più che maturo il momento perchè questo regista riceva la visibilità che merita e ha lavorato per riuscire a portare sugli schermi italiani la più vasta selezione possibile dei suoi film. Perchè c'è di bisogno di vedere un cinema così, fresco, bello, divertente (e perchè no?), non "perfetto" e quindi meravigliosamente perfettibile, e sempre "onesto".

Quindi lavoreremo (stiamo già lavorando) per portare a Torino e speriamo anche in altre città d'Italia, grazie al Museo Nazionale del Cinema, una trentina di titoli della sua enorme produzione. E chi, malauguratamente, non avrà l'occasione di conoscere Miike sugli schermo lo potrà fare sulla carta grazie ad un libro che accompagnerà la retrospettiva, curato da Dario Tomasi (Università degli Studi di Torino), Stefano Boni (Museo Nazionale del Cinema) e da NEO(N)EIGA.

Con la segreta speranza che tanti si possano accorgere che un altro cinema è sempre possibile.

LCS


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